A proposito di ascensori

Sono appena state pubblicate due statistiche a dir poco inquietanti. La prima ci ricorda che l’Italia è il paese con il più basso tasso di mobilità sociale dei paesi ocse. In altri termini mancano gli ascensori sociali e quindi se nasci povero resti povero. In compenso, e questa è la seconda statistica, siamo il paese al mondo che ha il più alto numero di ascensori. Segno inquietante di una società così impigrita da aver perso il senso del proprio futuro.

Commenti


  • Bellissimo il paragone fra i due”ascensori”!Gli ascensori(quelli per spostarsi da un piano all altro di un edificio)mi sembrano quasi una necessità considerando che in italia ci sono solo anziani.Statisticamente,come è noto,l’Italia, se non fosse per le nascite registrate negli ospedali dei figli d’immigrati residenti ma non cittadini italiani, si avvierebbe a diventare il Paese del mondo con il minor numero di nati con un tasso dell’ 1,2.
    A 60 anni chi abita al 6 piano come fa a tornare a casa dopo aver fatto la spesa?la vità media si è alzata di molto,per cui gli anziani sono sempre di più e sempre più anziani e ovviamente,non producono più ma consumano sempliceemnte.il tasso di senilità,per altro,mi sembra un’altra esaustiva risposta al problema della mobilità sociale:con tutti questi pensionati non c’è ricambio generazionale,per cui è logico che chi nasce povero rimane povero,avendo poche possibilità di trovare un lavoro e tanto meno di trovarne uno abbastanza remunerativo da permettergli di salire nella scala sociale.no?

  • Bell’accostamento quello tra ascensori sociali e ascensori per spostarci, però temo che la discussione sui secondi sfiori il ridicolo.
    L’ascensore, al di là della comodità di cui noi magari possiamo fare anche a meno, è anche uno strumento fondamentale per tutte le persone che non hanno più l’età per salire 4-5 piani con le buste della spesa o anche senza buste. Senza contare chi non lo può fare per impedimenti fisici purtroppo indipendenti dalla propria volontà.
    Onestamente non ci vedo nulla di male, e mi sembra una notizia data tanto per dire qualcosa e riempire spazi di giornali che avevano poca voglia di lavorare…
    Mi preoccupereri di più per la mancanza di mobilità mentale di molti italiani!

  • era una similtudine fatta appunto per evidenziare il distacco tra le 2 situazioni.. 😐

  • Caro Professore,
    davvero poetica la suggestione da Lei proposta. La mia generazione, quella degli attuali ventenni, è stata definita da molti come una generazione che ha paura del domani e senza speranze. Come più volte da Lei stesso analizzato, del resto, questa è la prima generazione dall’inizio del Novecento che si aspetta uno standard di vita inferiore a quello dei propri genitori. Un fatto di portata storica. Una generazione, poi, dalle deboli passioni civili. De Tocqueville diceva che senza passioni civili si genera un appiattimento mediocre sul presente e si perde ogni capacità di progettare il futuro, non si hanno più nè illusioni nè propositi.

    Noi giovani dobbiamo essere consapevoli che nessuna idea, nessun programma politico può camminare da solo solo perchè ragionevole o portatore di un cieco ottimismo, ma che ha bisogno di essere alimentato dalla passione, di essere accompagnato da una visione che indichi il percorso da seguire e non solo la destinazione da raggiungere. Dobbiamo abbandonare quell’atteggiamento di totale delegazione all’uomo della provvidenza di turno, come se il destino degli altri non ci rigurdasse. Abbiamo bisogno di ritrovare la voglia collettiva di cercare, di rischiare, di cambiare, di decidere in prima persona senza lasciar ad altri tale compito e di accettarne le conseguenze rifutando la logica dei veti incrociati. In altri termini, utilizzando la Sua suggestione, dobbiamo rifuggire dall’utilizzo di quegli ascensori che promettono facili destinazioni paradisiache, indipendentemente da un impegno personale e dall’individuazione di un dato percorso. Abbiamo, invece, bisogno di stare con i piedi ben piantati in terra, e insieme di tornare – con l’impegno di ciascuno, fatto di faticoso cammino – a sognare, anche quel che sembra impossibile. Quel che sembra utopia. Il perchè ce lo spiega lo scrittore Eduardo Galeano: Lei sta all’orizzonte…mi avvicino due passi, lei si allontana due passi. Cammino dieci passi, e l’orizzonte si allontana dieci passi più in là. Per molto che io cammini, mai la raggiungerò. A che serve l‘Utopia? A questo serve: a camminare”.
    E allora da domani dimostriamo che non siamo la generazione dei bamboccioni ed ignoranti che la politica attuale potrebbe far credere, che siamo ragazzi e ragazze disposti a batterci ed impegnarci per tener viva l’audacia della speranza, la fiducia nel futuro che sono il motore dei cambiamenti più impensabili in questo Paese

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