Alcune considerazioni sul perverso rapporto tra Media e Lavoro

Pubblico di seguito l’intervento al convegno organizzato dalla Uil Nazionale, dalla Uilcom e dalla Luiss Guido Carli, intitolato “Il racconto del lavoro nel lavoro che cambia”, tenutosi il 27 gennaio 2011.

Programma del convegno

Non siamo noi che dobbiamo andare alla ricerca della globalizzazione perché, come ha dimostrato anche la vicenda Fiat, è la globalizzazione che viene a cercare noi. Non si tratta, quindi, di discutere se la globalizzazione sia buona o cattiva o di chiederci se e come proiettare il nostro paese sui mercati internazionali. Perché la globalizzazione è ovunque. E’ diventata un elemento ineliminabile delle nostre vite. Possiamo riconoscerla o meno, ma di certo non possiamo sfuggirle. E per questo, almeno secondo me, è meglio affrontarla.

Ciò posto vorrei subito dire che il titolo del convegno è assolutamente riuscito. Ci dà alcuni spunti importanti per valutare la vicenda di Mirafiori che a sua volta ci offre importanti spunti per riflettere sul rapporto che intercorre tra il Lavoro e i Media.Partiamo da alcune considerazione relative alle trattative che si sono svolte alla Fiat. Il dott. Bertoluzzo ci diceva che mesi di trattative sono troppi perché nell’epoca globale, quando vanno prese certe decisioni, la rapidità è fondamentale. Bene, a Mirafiori si è trattato per quasi un anno ma sui giornali è passata l’idea che, a Pomigliano, i sindacati che hanno firmato avessero preso la decisione di modificare i turni, dalla sera alla mattina.

Proseguiamo con il racconto dei risultati del referendum. A Pomigliano la maggioranza dei lavoratori ha votato si, però il giorno dopo sui media sembrava che avesse vinto il no e quindi la linea della FIOM che, invece, pur contestando quell’accordo così duro per i lavoratori, ha preso meno del 40%. Certo, i sacrifici richiesti a quei lavoratori sono duri e, senza dubbio il turno di notte è il sacrificio più difficile da digerire. Ma proprio per questo, tutti quei giornalisti che hanno commentato le vicende di quei giorni, avrebbero dovuto rispettare gli esiti del referendum, perchè nessuno è più titolato di quei lavoratori che dovranno sopportare il turno notturno. Ed invece nei servizi televisivi si sono visti solamente i lavoratori che quei turni non li vogliono fare e che per questo non accettano i risultati del referendum.

Si tratta solo di due esempi. Ma sono significativi. Perché quello che colpisce di più sul versante dell’informazione è che essa, quando tratta i temi del lavoro, o ha lo sguardo limitato dall’ideologia  oppure è  appiattita, per usare una formula di Thomas Friedman, o, se vogliamo, priva di memoria.

Basti pensare, sotto il primo profilo, che mentre si consumavano le vertenze di Pomigliano e Mirafiori alcuni stabilimenti hanno chiuso, perché le imprese si sono spostate all’estero; altri, dal nord sono andati al sud, creando ingenti problemi occupazionali anche nelle aree più ricche del paese. Orbene, contro queste operazioni di delocalizzazione e a tutela dei lavoratori italiani, i sindacati erano uniti, spesso anche la politica era presente. Mancavano solo i media, evidentemente  perché le vicende relative a questi stabilimenti erano troppo poco glamour.

Sotto il secondo profilo, invece, la narrazione delle dolorose vicende di Pomigliano e Mirafiori ha anche dimostrato che l’informazione è ancora troppo fortemente ideologizzata, troppo attratta dal racconto del lavoro e di vecchie storie anni ’70: questo forse significa anche un’informazione ormai governata da persone troppo anziane, direttori troppo anziani, che cercano di applicare le categorie di un tempo a problemi che, invece, sono completamente diversi. Insomma, un’informazione troppo appiattita, priva di memoria ma anche di visione periferica.

Siamo andati a rivangare la marcia dei quarantamila, gli accordi sul costo del lavoro degli anni ’80 e ’90 ecc. ma, per parlare di tempi più recenti, c’è la vicenda Zanussi  che è  molto simile a quella Fiat, ma che invece non ha ricevuto alcuna attenzione dai media. Per reagire alle sfide poste dalla prima globalizzazione, alla Zanussi, attraverso tutta una serie di accordi di livello aziendale che all’epoca erano assolutamente innovativi, si voleva  introdurre anche un nuovo modello di contratto di lavoro, il job on call. All’epoca c’erano sette stabilimenti Zanussi in Italia, Maurizio Castro era direttore del personale e gli accordi, accettati da CISL e UIL, prevedevano maggiore flessibilità in cambio di retribuzioni più elevate come a Pomigliano e Mirafiori. Anche in quel caso la Fiom era  contraria e non voleva firmarli. Alla fine si arrivò ad un referendum e, in quel caso, vinse il no; molti festeggiarono come se si fosse trattato di una storica vittoria contro la destrutturazione dei diritti del lavoro; e l’accordo conclusivo con la FIOM, che fu accettato a malincuore da Cisl e Uil, sancì un ritorno alla disciplina del ccnl e quindi meno flessibilità all’interno dell’azienda e nessun aumento retributivo.

Ma oggi che sono passati dieci anni da quel momento, e che a Pomigliano e a Mirafiori si è riproposto uno scontro dai contorni simile, nessuno ha scritto di quella vicenda e di come è andata a finire. Probabilmente perché se ne avessero scritto la percentuale dei lavoratori favorevoli al si sarebbe cresciuta. A quindici anni di distanza, infatti, la Zanussi, che all’epoca aveva ben sette stabilimenti produttivi, ha solamente due stabilimenti ancora funzionanti. Tutti gli altri hanno chiuso ma nessun giornalista si è preso la briga di andare a vedere qual è stato il destino dei lavoratori che erano occupati in quell’azienda.

Così non è stato possibile trarre delle valutazioni finali da quella vicenda e non si è detto chi aveva ragione e chi no. Si è semplicemente passati dalla narrazione di uno scontro a quella di un altro scontro, soffocando sotto una coltre di informazione troppo ideologizzata i problemi veri del paese.

Come sta accadendo per l’occupazione giovanile; i giornali non fanno altro che parlare di precarietà, dei problemi di una generazione costretta a passare da un contratto di lavoro a termine a un contratto di lavoro a progetto con il rischio di perdersi nel labirinto della precarietà. Però su quegli stessi giornali non c’è nessuno che racconti, quali sono i lavori, le competenze e le professionalità richieste oggi dal mercato. Non c’è nessuno che racconti cosa devono studiare i nostri giovani.

Vi faccio un esempio. Qualche anno fa, andava di moda dire che in Italia servivano biologi specializzati in nanotecnologie. Così tutti in fila dietro ai politici a consigliare ai nostri giovani di studiare genetica e biologia molecolare. Ecco a dieci anni distanza la realtà ci dice che nel nostro paese semplicemente non ci sono i laboratori per fare le nanotecnologie, nelle nostre università non ci sono quei microscopi che servono a studiare la biologia molecolare. Quei giovani che si sono iscritti a biologia sono tutti rimasti a spasso o sono in attesa di un assegno di ricerca da parte di quelle poche università che ancora hanno le risorse necessarie. Il tema è proprio questo: affrontare la questione del lavoro cercando di approfondire le questioni, oltre le ideologie, magari parlando di sogni e di speranza, piuttosto che di drammi e di sfiga.

Insomma, speriamo che tra qualche anno i media, se saranno un po’ più lungimiranti di quanto è accaduto con la vicenda della Zanussi, ci raccontino come è andata a finire a Pomigliano e Mirafiori. Così vedremo se le trattative di cui abbiamo tanto discusso in questi mesi hanno segnato l’inizio di un’avventura di rilancio dell’azienda e dell’occupazione, come è accaduto alla Volkswagen, oppure se si è trattato di un attentato ai diritti costituzionali dei lavoratori, che mira a reintrodurre la schiavitù nelle fabbriche italiane.

Così potremo vedere se i lavoratori che hanno votato si erano servi del padrone o semplicemente persone che davanti ai problemi reali hanno accettato dei sacrifici, come ad es. orari di lavoro più duri, per avere un futuro di lavoro, per loro e i loro figli.

Per questo, credo avesse ragione Roberto Cotroneo quando parlava di un’informazione, soprattutto su carta stampata, che vive la contingenza della giornata e, invece, non ha la memoria necessaria per l’approfondimento.

In questo, sono sicuro che un apporto determinante verrà dal web che, per fortuna, sta già cambiando radicalmente il mondo dell’informazione perché, mentre un articolo di giornale dura l’arco di una mattina e poi per fortuna si dimentica, una pagina web rimane per mesi, anzi anni, con un page rank che cresce con il tempo. Se i media tradizionali hanno la memoria corta, il web ha invece una memoria lunga, come quella degli elefanti.

Certo, all’epoca dell’accordo Zanussi il Web ancora non era ancora così diffuso. Nel caso di Mirafiori, grazie all’evoluzione dei mezzi di comunicazione, potremo invece fare rapidamente una prima valutazione.

Un’ultima considerazione. Rispetto al racconto del lavoro, e del lavoro che cambia, ha ragione Pier Luigi Celli: al giorno d’oggi ai giovani mancano soprattutto modelli di adulti in cui credere e da imitare, soprattutto mancano modelli di coetanei descritti positivamente. Bisognerebbe raccontare che anche nell’Italia di oggi a crescita zero, se ci si rimbocca le maniche e ci si impegna, si possono ottenere grandi risultati.

Prendiamo ancora il tema della precarietà, i film degli ultimi anni che ne hanno parlato rappresentano tutti il dramma di una generazione, ma la dipingono come una generazione di perdenti. Qualcuno di voi ricorda un film italiano che racconti di qualcuno che, rimboccandosi le maniche, sia riuscito a realizzare qualcosa di positivo? Muccino, quando fa film in Italia ritrae una borghesia in declino, impoverita intellettualmente e culturalmente; poi va in America e gira “La Ricerca della Felicità”, cioè la storia di un uomo che si impegna duramente e alla fine realizza il suo sogno.

Ecco, questo è il più grave difetto dei media che ancora parlano di lavoro. Continuano a rappresentare un’idea di lavoro perdente. Come in quei servizi televisivi che hanno rappresentato i lavoratori che nel referendum di Pomigliano o Mirafiori hanno avuto il coraggio di votare sì, nonostante la campagna mediatica contro, come dei perdenti che hanno dovuto abbassare la testa di fronte al padrone e accettare obtorto collo condizioni di lavoro schiavistiche.

Chiudo rivolgendomi ad alcuni dei miei studenti che vedo in sala: se ne avete voglia, continuate pure a credere e a chiedere che sia lo Stato a risolvere le vostre difficoltà. Ma sappiate che con il terzo debito pubblico del mondo e l’aria che tira nel Fondo Monetario Internazionale, il vero rischio è che, mentre vi lamentate per chiedere soluzioni allo Stato, il lavoro semplicemente scompaia. A quel punto, verrà a mancare anche il racconto del lavoro che, negli ultimi dieci anni, non mi è piaciuto granché.

Moderatore:

Incisivo come sempre. Purtroppo la realtà è anche peggiore di quella che tu dicevi. Non è tanto un problema dei direttori di giornale anziani che seguono vecchi modelli: magari nel racconto del lavoro degli anni ’70-80-90 c’era una vera attenzione, mentre oggi c’è un deserto. Quello che provoca rabbia è che, quando l’episodio sindacale e quello del lavoro balzano sulla cronaca, (come nel caso di Mirafiori – perché Fiat è la più grande azienda del paese) non si trovano delle persone capaci di raccontare, perché non capiscono di cosa stanno trattando. Infatti, e lo dico da giornalista, la cosa peggiore per me da denunciare è l’ignoranza dei colleghi che parlano a vanvera, raccontando un mondo che non c’è più, un errore che ci allontana in misura sempre maggiore dai giovani.

Michel Martone:

Massimo, tu sei un grande giornalista, ti documenti, leggi gli accordi; ma le domande che mi sono state rivolte nel corso degli ultimi due mesi sono: si tratta di schiavitù o non si tratta di schiavitù? Siamo di fronte alla cancellazione di tutti i diritti dei lavoratori? È la morte del sindacato, è la fine di tutto? Erano le stesse domande che leggevo sui vecchi quaderni sindacali: il 54% dei lavoratori ha accettato di fare turni faticosi, bisogna avere un minimo di rispetto delle loro decisioni. Invece era tutto incentrato su: sei a favore di Marchionne o contro? Se cominci l’intervista dicendo: “Secondo me Marchionne ha tirato un po’ la corda” allora sei contro; se invece cominci dicendo: “È un impulso alla modernizzazione” sei pro. Le relazioni industriali sono molto più complicate e, sinceramente, se noi avessimo apportato questi cambiamenti dieci anni fa, saremmo stati più veloci e forse il paese avrebbe qualche azienda in più.

Commenti


  • Condivido il suo pensiero.
    Gli argomenti in Italia, e soprattutto quelli legati al mondo del lavoro, sono affrontati dai media in modo troppo ideologizzato, da giornalisti spesso anziani, che con gli occhi rivolti indietro piuttosto che in avanti, confrontano le situazioni di oggi con quelle di ieri, cercando nel passato il lume per le vicende del presente e del futuro, senza tener conto dei mutamenti profondi che hanno investito il mondo e anche il nostro paese. La globalizzazione infatti è un fenomeno ineludibile che obbliga le imprese ad affrontare sfide sempre più severe per rimanere nel mercato, a utilizzare le risorse, comprese quelle umane, in modo innovativo, senza vecchi schemi, applicando regole sempre più flessibili e meno rigide.
    L’uscita dalla precarietà e il rilancio dell’occupazione potrà, comunque, avvenire solo se noi giovani inizieremo a guardare al futuro senza timori, con impegno e ottimismo, senza vincoli ideologici, contribuendo con le nostre idee a promuovere nuovi modelli organizzativi, senza piangerci addosso e/o attendere aiuti da parte dello Stato.

  • http://michelmartone.it/il-labirinto-della-precarieta-52.html#comments

    anche se sono commenti datati, sono – purtroppo – ancora atuali, seguo e condivido spesso gli interventi del Dr. Martone, brillante preciso e puntuale, difficile dissentire dal suo pensiero tanto è normale e logico, riesce a spiegare le cose senza parlare nè in politichese, nè in sindacalese, quelle pessime e passate maledizioni lessicali italiote, lo vedo come il continuatore di un altro grande riformista, lo scomparso Biagi.
    Però dobbiamo fare i conti con l’ipocrisia ed avere il coraggio scrollarcela di dosso, ad iniziare proprio dalla credibilità che possa avere un sindacato come la uil dopo i fatti recenti accaduti nella parentopoli romana, fatti caduti nell’oblio, ma che vedono tale sindacato coinvolto, come tutti gli altri, d’altronde, e ciò è inaccettabile! Specialmente quando si parla di precariato!!!!
    http://affaritaliani.libero.it/roma/dipendente_atac110110.html

    E’ vero che c’è la corsa ad accaparrarsi un posto pubblico o semi-pubblico dove i deficit vengono accollati alla collettività, ma si dovrebbero analizzare molti dei privilegi di tali ambitissime aziende, specialmente, quelle di trasporto ….%%%

  • %%%%%%%%%%%%%% 2)

    iniziamo con l’assenteismo dal lavoro, tante e tante forme di assenteismo difficili da trovare nel privato, sia esso dovuto a malattia o altre forme assistenziali di legge, tantissime leggi, tutte legittime ma palesemente abusate e spesso usate ad hoc, e che portano oggi le aziende ad una difficoltà estrema nella gestione del personale.
    Dunque, per meglio capire, facciamo degli esempi:
    trasporto pubblico(-politico) romano, vuoi ferro o gomma, non cambia, in questo periodo elettorale, possono essere assenti per legge tutti coloro che si occupano a vario titolo di elezioni, anche se a roma non ci sono elezioni queste ci sono in molti paesi e provincie limitrofi da dove provengono molti lavoratori (oltre il 70% dei lavoratori vive fuori roma), quindi, centinaia e centinaia di lavoratori attivi vengono distaccati ai seggi come scrutatori, e molti altri come rappresentanti di lista; non si spiega perchè tali compiti non vengano ricoperti da disoccupati, o da lavoratori in cassa integrazione o da studenti!
    Dunque, il povero utente che avrebbe diritto alla sua mobilità, deve fare i conti con molti altri diritti, attende il suo mezzo pubblico … ma nel frattempo, il personale messo in sostituzione di quello precedente, potrebbe:

    ammalarsi (anche pochi minuti prima di andare a lavorare);
    andare a donare il sangue, anche senza alcun preavviso;
    ‘ricordarsi’ di una necessità improvvisa di un anziano che avrebbe sotto tutela – (L. 104);
    sfruttare la malattia del figlio per assentarsi dal lavoro (L. 53);
    assentarsi per motivi personali gravi, ecc. ecc.
    Il quadro è questo, ma questi casi si devono moltiplicare per cento se non per mille, tanti sarebbero gli aventi diritto, ma ce n’è un’altra di situazione strabiliante, ed è quella dei neo-papà che possono ottenere la dispensa per…. allattamento, ovvero, farebbero i mammi, lavorano 4 ore su 6, per poi andare ad … allattare il loro secondo lavoro-occupazione principale;
    già, il bebè spesso è solo una scusa, basta che si dimostri che la mamma non ha tempo sufficiente per occuparsi del bebè, .. magari perchè lavora presso un privato o presso un’azienda propria!!
    Questo è un semplice ‘chiaro-scuro’ di come certi costi sociali vengano scaricati quasi esclusivamente sul ‘pubblico’, ed anche quando si cerca di sostenere, come per i ‘mammi’, che pagherebbe tutto l’inps, o se volete, l’italiota; dobbiamo convincerci che non è così, i costi vengono riversati anche sulle aziende, perchè, per alcuni turni avvicendati, laddove si è costretti a dare continuità a certi processi lavorativi si deve utilizzare altro personale spesso pagato a straordinario!!

    Stando così le cose, le aziende dovrebbero tenere un numero praticamente doppio di personale per far fronte a tali molteplici necessità, ma a farne le spese in queste situazioni sarebbero poi altri diritti, semmpre dei lavoratori, volendoci dimenticare di quelli dell’utenza, ed è il diritto alle ferie che verrebbero così concesse con moltissime difficoltà!

    Spesso mi chiedo se altri lavoratori comunitari nel medesimo settore, vedi in francia o germania, lavorino nelle stesse condizioni.

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