Articolo 18 – Un approccio bipartisan all’ultimo tabù

Per alcuni l’art. 18, o meglio l’istituto della reintegrazione che ne costituisce il fulcro, è la più importante di tutte le tutele perché, sottraendo il lavoratore alla paura di essere ingiustamente licenziato del datore di lavoro, dà senso e sostanza a tutti gli altri diritti del lavoro.

Per altri, invece, la reintegrazione costituisce un’aberrazione, che non ha pari negli ordinamenti occidentali, perché irrigidisce il rapporto di lavoro (“è più facile divorziare dalla moglie che licenziare un dipendente”), proteggendo furbi e nullafacenti a scapito dei disoccupati, chiamati a sopperire, quando assunti con contratti di lavoro precari, alla eccessiva rigidità del rapporto di lavoro dei dipendenti delle grandi imprese.

Si tratta di una diversità di vedute radicale, quasi assoluta, che nel corso della scorsa legislatura ha diviso il paese e le piazze, fino all’oceanica manifestazione del Circo Massimo quando oltre due milioni di persone hanno segnato la fine delle velleità riformiste della maggioranza di centrodestra, che pure si era limitata a proporre una lieve riduzione del campo di applicazione del famigerato istituto.

Da allora sono passati quattro anni, nel corso dei quali l’art. 18 è diventato un vero e proprio tabù, di cui discutere sottovoce e solamente tra tecnici, mentre l’azione di governo si è concentrata sulla disciplina di altri aspetti del rapporto e, soprattutto, del mercato del lavoro. Purtroppo, però, come dimostrano le deprimenti statistiche internazionali sui livelli retributivi, come sulla produttività, del lavoro, la condizione dei lavoratori italiani non è granchè migliorata. Anzi l’insoddisfazione è cresciuta come la paura dei giovani per la precarietà del lavoro e, più in generale, la sfiducia della società nei confronti della politica.

E così dopo quattro anni passati invano – perché non si è ridotta la precarietà dei giovani e non si è flessibilizzato il rapporto di lavoro degli altri – si ricomincia timidamente a discutere di una modulazione delle tutele e alcuni coraggiosi si spingono, persino, a proporre il licenziamento dei nullafacenti, almeno nella pubblica amministrazione.

Purtroppo, però, nonostante le proposte, i proclami e i manifesti, il clima politico non è sicuramente proprizio per grandi progetti di riforma che si prefiggano obiettivi difficili, come quello della redistruzione delle tutele tra insiders e outsiders, uomini e donne, padri e figli, meritevoli e fannulloni.

Il governo è troppo debole e l’opposizione troppo agguerrita. Non si riesce a modificare, pendente un referendum, l’orribile legge elettorale, figurarsi se è immaginabile una complessiva riforma del diritto del lavoro che interessi persino “l’ultimo tabù”.

E allora, in questo contesto politico stagnante, l’unica via percorribile sembra quella dei piccoli passi, che suggerisce di concentrare l’impegno e lo slancio riformatore su questioni dal minore impatto mediatico ma dal sicuro rilievo pratico. Come quella, che è oggi in discussione presso la Commissione Lavoro del Senato, sulla riforma del processo del lavoro che potrebbe stemperare alcune delle principali distorsioni dell’art. 18.

Infatti, seppure sulla novella dell’art. 18 le posizioni sembrano distanti per non dire inconciliabili, tutti sono d’accordo con Gino Giugni sul fatto che molte delle perversioni sottese a questo istituto dipendono dall’interminabile lunghezza dei processi.

Lo dimostrano due diversi disegni di riforma del processo del lavoro che sono oggi in discussione al Senato e muovono dalla comune constatazione che è necessario ridurre la durata dei processi per offrire, in tempi ragionevoli, giustizia ai lavoratori, soprattutto a quelli licenziati.

Procedendo per sommi capi e senza indulgere in tecnicismi, queste le “filosofie” che ispirano le diverse proposte.

Per il disegno di legge n. 1047, primi firmatari i senatori Salvi e Treu, è necessario intervenire per “garantire maggiore celerità e certezza” ai processi che hanno ad oggetto i licenziamenti, i trasferimenti e la qualificazione del rapporto di lavoro, attraverso l’introduzione di una specifica procedura d’urgenza di fronte al giudice dello Stato. Pur lasciando un minimo spazio alle procedure conciliative ed arbitrali (che comunque divengono endoprocessuali), questo disegno di legge predilige, cioè, la risoluzione statale, o meglio giudiziale, delle controversie relative al licenziamento. E per questo propone di modificare il codice di procedura civile per introdurre una procedura di urgenza che porti nel minor tempo possibile la controversia di fronte al giudice statale.

Di marca diametralmente opposta è, invece, il disegno di legge n. 1163, presentato dal centrodestra primo firmatario Sacconi. Questo propone, infatti, di valorizzare al massimo le cd. Alternative dispute resolution , ovvero la risoluzione stragiudiziale delle controversie sui licenziamenti prevedendo ed incentivando la possibilità di rivolgersi ad arbitri e conciliatori nominati dalle parti, dai sindacati, di fronte alla direzione provinciale del lavoro oppure alle sedi di certificazione.

Si tratta di una differenza sostanziale, il primo disegno di legge crede e valorizza la giurisidizione statale, il secondo propende e incentiva i metodi alternativi di risoluzione del conflitto, basati sull’autonomia delle parti.

Nonostante questa radicale distinzione, però, ci sono alcuni importanti denominatori comuni che, se il clima politico lo consentisse, potrebbero essere adeguatemente valorizzati nel dibattito parlamentare.

– Entrambi i disegni di legge vogliono velocizzare la risoluzione, statale o privata che sia, delle controversie relative al licenziamento.

– Entrambi lasciano aperta la via alla soluzione prediletta dagli altri. Mi spiego meglio. Il disegno di legge del centrosinistra predilige la giiusrisdizione statale, ma prevede anche lo spazio per conciliazione ed arbitrato, così come quello presentato dal centrodestra, seppure incentiva e moltiplica le Alternative dispute resolution, al fondo, fallite quelle, sfocia pur sempre di fronte al giudice statale.

Convergenzze queste che potrebbero agevolmente farsi sintesi, se solo si inserisse nel disegno di legge della maggioranza la possibilità per le parti di propendere, anche dopo l’instaurazione del giudizio, per una procedura conciliativa o arbitrale che presenti i caratteri e le convenienze delle alternative dispute resolution immaginate dal disegno di legge del centrodestra.

In questo modo le due diverse filosofie che oggi si scontrano potrebbero combinarsi dando vita ad una nuova e virtuosa concorrenza tra giudici dello Stato e arbitri, magari scelti dalle parti, per assicurare a tutti una giustizia, se non migliore, quantomeno ragionevolmente puntuale.

Se invece, come ormai accade da anni, anche questa volta non si riusciranno a superare le contrapposizioni, maggioranza e opposizione potrebbero almeno convergere su una piccola modifica del codice di procedura civile che, almeno, stabilisse che “le controversie aventi ad oggetto l’applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori devono essere trattate prioritariamente rispetto a tutte le altre”.

Se non si riesce a modificare l’ultimo tabù è almeno necessario cercare di stemperarne le perversioni, come quelle dovute alla lungaggine dei processi. Perché una sentenza di accoglimento o di rigetto di una domada di reitegrazione che arriva dopo sei mesi produce conseguenze infinitamente minori di quella che arriva dopo quattro anni. E questo vale per il “padrone” come per il “dipendente”.


Commenti


  • vergogna,siamo un paese democratico e non diamo la possibilita’ di voto al lavboratore uando invece dei politici dimenticano di iscrivere le liste subito pronta una legge,VERGOGNA…..i la voratori non si toccano sciperiamo tutti…..

  • Vorrei che ricordasse le origini e le motivazioni alla base dell’art18 che nascono da ragioni sindacali. Riconosciuto al lavoratore il diritto di essere rappresentato e tutelato da un organismo che forte della rappresentanza del numero potesse contrattare con colui che offre il lavoro è conseguenziale che fosse garantita al lavoratore la possibilità di partecipare ad attività sindacali senza rischiare di dover essere sottoposto a ricatti.
    L’art18 infatti bisogna ricordarlo NON IMPEDISCE di licenziare il lavoratore ma OBBLIGA solo l’azienda a fornire motivazioni valide del licenziamento.
    In pratica l’azienda deve spiegare PERCHE’ l’azienda licenzia l’uno e non un altro. La legge stabilisce anche che IN CONDIZIONI DI COMPROVATA difficoltà economica si possa licenziare ma rispettando precise regole; tenendo conto dell’anzianità di servizio degli oneri famigliari.
    Ma alle aziende questo non basta. Vogliono licenziare chi gli pare e come gli pare.
    Badate che, per queste motivazioni di tutela del diritto sindacale e di sciopero TUTTI i paesi che riconoscono e tutelano questi diritti esistono delle norme equivalenti al nostro articolo 18.

    Ad esempio negli USA basta applicare la norma di contrasto alla discriminazione e di fatto i giudici in quel paese su QUESTE motivazioni OBBLIGANO AL REINTEGRO del lavoratore licenziato in modo DISCRIMINATORIO.
    Qualcuno spieghi dove è la differenza.

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