E’ difficile dire se l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil rappresenti una svolta epocale in grado di concludere il processo di riforma del protocollo del 1993 inaugurato con l’accordo del 22 gennaio 2009. A pochi giorni dalla ratifica da parte del comitato direttivo della Cgil, è però agevole constatare che quest’accordo ha già raggiunto, sia pure indirettamente, un primo importante risultato. Ha infatti concorso, con altri fattori, ad indurre il Tribunale di Torino a dichiarare, con il dispositivo letto all’esito dell’udienza del 16 giugno 2011, la legittimità, anche ai sensi dell’art. 2112 c.c., dell’impianto contrattuale che ha portato alla costituzione da parte della Fiat della newco e conseguentemente a dichiarare l’applicabilità della nuova disciplina, che deroga al ccnl del 2008 in materia di orario di lavoro, assenteismo, pause, turni e organizzazione del lavoro, a tutti i lavoratori dello stabilimento di Pomigliano.
All’indomani dell’importante risultato di Mirafiori, numerose sono le questioni che rimangono sul tappeto. Perché se la produzione della Fiat rimarrà a Mirafiori, è difficile che, dopo i risultati del referendum, il nostro sistema di relazioni industriali resti lo stesso e che la Fiom rientri in azienda, almeno fin quando non modererà le sue posizioni. La vertenza di Mirafiori ha, infatti, messo in luce la profonda necessità di nuove regole sulla democrazia sindacale ma anche acuito la profonda spaccatura che divide il mondo del lavoro tra quanti accettano il principio democratico e quanti invece lo rifiutano.
Di seguito l’intervista pubblicata su Outlook Modena Mondo, rivista bimestrale di Confindustria Modena
Il vero problema dell’economia italiana consiste nella scarsa produttività delle sue aziende che, come dimostrano i dati Istat, si rivela praticamente ferma da dieci anni e, anzi, nell’ultimo anno è decresciuta; se la produttività diminuisce, il Paese si impoverisce perché vengono meno le risorse, in termini di tasse e contributi, che servono a pagare il costo dei diritti, e la disoccupazione aumenta perché le imprese emigrano all’estero. Ora come dimostra l’esperienza tedesca, per contrastare questo crollo della produttività e ricominciare a creare sviluppo e quindi occupazione gli imprenditori devono trovare il coraggio di fare gli investimenti necessari a migliorare i processi produttivi, e i lavoratori devono avere la capacità di rinunciare ad alcune tutele, come ad esempio alla rigidità di alcuni orari di lavoro, al fine di assicurare la migliore produttività degli impianti.
Secondo i sindacati che si definiscono riformisti, l’accordo di Pomigliano e poi quello di Mirafiori aprono una nuova stagione di modernizzazione delle relazioni industriali. Secondo la Fiom, sono invece “antisindacali” e “antidemocratici” perché mettono a repentaglio, con i diritti dei lavoratori, la libertà sindacale. E, per questo, ha appena proclamato uno sciopero generale di 8 ore per il 28 gennaio.
Ora, tra i punti più controversi degli accordi ce n’è uno che riguarda proprio la disciplina dello sciopero e che consente di comprendere meglio le ragioni che sono alla base delle profonde divisioni che ormai segnano il mondo sindacale.Ed è quello relativo alle cd. clausole di responsabilità. Ovvero di quelle clausole che sanciscono il principio della tregua sindacale in base al quale i sindacati che sottoscrivono un contratto collettivo s’impegnano, per tutto il periodo di vigenza, a non scioperare sulle materie oggetto dell’accordo.
D: Come si sceglie l’argomento della tesi di laurea?
R: La scelta dell’argomento è fondamentale come, d’altra parte, quella della materia. Ed è importante che lo studente scelga con passione, perché quella scelta qualificherà la sua professionalità. Se amo il diritto commerciale internazionale è meglio evitare di fare una tesi sulle ferie del lavoratore.
Per questo uno dei modi migliori per scegliere l’argomento della tesi è quello di andare in biblioteca e sfogliare le riviste scientifiche della materia che si vuole approfondire, alla ricerca dei temi più problematici e maggiormente dibattuti negli ultimi anni.
D: Come si fa una tesi di laurea?
R: Scelta la materia e l’argomento, il secondo passo è quello di studiare. Prima di iniziare a scrivere è, infatti, indispensabile padroneggiare il tema e selezionare le questioni da approfondire. Solo attraverso lo studio è possibile scegliere le posizione da sostenere attraverso la propria analisi.
E’ quindi importante fare una accurata ricerca bibliografica, selezionare o fotocopiare i testi più importanti, guardando anche le note a piè di pagina, che saranno noiose da leggere ma costituiscono preziosi giacimenti culturali.
La piattaforma per il rinnovo del Contratto nazionale del settore bancario, presentata unitariamente dai sindacati della categoria e anticipata dal Sole 24 Ore, è di particolare interesse nella parte in cui pone al centro della trattativa la questione del ricambio generazionale. Con questa piattaforma, i sindacati fanno un importante salto di qualità nella loro strategia rivendicativa e con grande senso di responsabilità, riconoscono che «per cambiare modello di banca e innovare modelli organizzativi, canali distributivi, profili professionali» è necessario partire dai giovani.
Di seguito l’articolo, su uno dei temi più attuali del pubblico impiego, scritto a quattro mani con Giorgio Di Giorgio e pubblicato su Lavoce.info
Durante la crisi, il governo italiano ha giustamente privilegiato la tenuta dei conti pubblici. Questo non significa tuttavia che, all’interno del vincolo di bilancio, non esistano spazi di manovra in grado di mutare, si spera in meglio, il paese. È ovvio che ciò richiede scelte politiche nette e forti, che devono essere comunicate in modo chiaro e trasparente ai cittadini.
Se non scende la spesa pubblica, in rapporto al Pil, infatti, non ci sono margini per ridurre le imposte nel complesso.
All’indomani, la sospensione della trattativa di Mirafiori solleva reazioni giustamente preoccupate. In un momento in cui il Parlamento sospende i lavori per manifesta incapacità di funzionare, ci si aspettava che le parti sociali si assumessero le loro responsabilità, a ogni livello. Dal tavolo sulla produttività e la crescita promosso da Confindustria a quelli sul rilancio degli stabilimenti della Fiat, ai rinnovi di importanti contratti collettivi di categoria come quello del terziario. Per dare ad un paese che, come ha sottolineato il Censis, ha un disperato bisogno di nuovi sogni, almeno un segnale di rilancio.
Dopo sette passaggi parlamentari tra Camera e Senato, due anni di incubazione, infinite discussioni sulla “morte del diritto del lavoro”, moltissimi emendamenti e sterminate riunioni sindacali, ieri è stato finalmente approvato il collegato lavoro e, con esso, le disposizioni relative all’arbitrato secondo equità che avevano indotto il Presidente della Repubblica a rispedire alle camere il testo della legge.
Basta osservare le statistiche pubblicate in questo dossier, per rendersi conto che il frutto avvelenato della Seconda Repubblica è la crescita zero.
All’inizio degli anni ‘80, nonostante l’inflazione e il terrorismo, crescevamo del 4% l’anno. Dieci anni dopo, dell’uno virgola qualcosa per cento. All’alba del nuovo millennio, è arrivata la crescita zero. Quest’anno il nostro Pil pro capite si ridurrà del 4%.
Domenica si gioca la quinta giornata di campionato, ma la minaccia di sciopero resta. Tuttavia, anche la semplice minaccia che continua ad essere agitata dall’Associazione Italiana Calciatori, sembra esagerata. Non tanto perché si vuole negare ai calciatori il diritto di scioperare ma perché le ragioni di quello sciopero appaiono francamente fuori luogo in un momento storico in cui tutti sono chiamati a fare sacrifici per contrastare la più grave crisi economica dai tempi del ’29.Se per le trattative dei metalmeccanici, la globalizzazione gioca infatti a favore delle aziende, perché la Fiat può andare a Tichy ma i lavoratori di Pomigliano no. Per la trattativa dei calciatori, la globalizzazione gioca invece a loro favore, perché se Cannavaro può emigrare a Dubai, la Roma deve giocare nel campionato italiano.
Se, per l’attuale sistema di relazioni industriali, la sottoscrizione dell’accordo separato di Pomigliano ha rappresentato una forte scossa sismica, la decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, quello sottoscritto anche dalla Fiom il 20 gennaio 2008, rappresenta un vero e proprio terremoto.Un terremoto di cui è difficile valutare gli esiti ma che ci lascia con la certezza che, d’ora in poi, il nostro sistema di relazioni industriali non sarà più lo stesso.
Nonostante le tensioni e le polemiche suscitate dall’accordo di Pomigliano, tutti, anche la Cgil, sono ormai d’accordo sul fatto che nel nostro paese c’è un disperato bisogno di regole sulla democrazia sindacale. Perché non si può affrontare la competizione globale con un sistema di relazioni industriali che, per funzionare, ha bisogno dell’unanimità dei sindacati confederali perché consente alle minoranze di vanificare, con scioperi e contenziosi seriali, le scelte dell’azienda accettate dalla maggioranza dei lavoratori.
Com’è sotto gli occhi di tutti, gli abruzzesi sono un popolo forte e operoso. Per questo nessuno dubita che, quando l’emergenza del terremoto sarà passata e il dolore per i troppi lutti si sarà attenuato, l’Aquila tornerà a vivere e produrre. Perché ciò accada gli abruzzesi devono, però, fare sistema affinchè la ricostruzione del centro cittadino si trasformi in un‘opportunità di sviluppo. Per rilanciare una provincia che, già prima della devastazione sismica, era afflitta da una grave crisi economica e occupazionale, causata della chiusura di molti stabilimenti dell’ormai declinante Polo Elettronico Aquilano.
Dopo alcuni giorni di preoccupante silenzio, Sergio Marchionne torna a parlare, almeno indirettamente, di Pomigliano d’arco nella prestigiosa weekend interview del Wall Street Journal.Si tratta di una lunga intervista di grande interesse. Perché rappresenta una summa del Marchionne pensiero e della sua etica del lavoro, ma soprattutto perché contiene alcune importanti dichiarazioni sul ruolo e sulla funzione del sindacato.
Ieri sì è votato a Pomigliano d’Arco e si è trattato di una delle più importanti prove di democrazia industriale degli ultimi anni. I risultati del referendum però sono diversi dalle previsioni di molti e dalle aspettative di altri. Dei quasi 5.000 lavoratori che sono impegnati nello stabilimento campano infatti 1.673 hanno votato per il no e non sono pochi. Sono un po’ di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni e rappresentano il 37% della forza lavoro dello stabilimento e praticamente il doppio degli iscritti alla Fiom. Che però ha ben poco da festeggiare.
Il 2 aprile dello scorso anno, Norman Zarcone si lanciava dal settimo piano della facoltà di Lettere dell’università di Palermo.
Ad ottobre dello stesso anno, Norman avrebbe dovuto sostenere l’ultimo esame del dottorato in filosofia del linguaggio che si sarebbe concluso a dicembre. Temeva di rimanere senza lavoro. I professori gli avrebbero fatto intendere che nell’ateneo palermitano per lui non c’era futuro.
Aveva 27 anni, cercava un lavoro, voleva sposarsi, ma si è perso nel labirinto della precarietà.
Nonostante i richiami di Ministri, politici di maggioranza e di opposizione, e soprattutto degli altri sindacati, la Fiom-Cgil continua a non voler firmare, anche a rischio di mettere a repentaglio l’occupazione dei 5.000 lavoratori che operano nello stabilimento di Pomigliano e degli altri 15.000 che lavorano nell’indotto.
Ora, per giustificare questa posizione tanto ferma quanto nichilista, la Fiom sta adducendo le ragioni più disparate, molte delle quali sono di ordine giuridico.
Con la sottoscrizione del Protocollo del 22 gennaio 2009, il Governo e le parti sociali hanno posto le basi per traghettare le nostre relazioni industriali nel nuovo millennio, affermando, in particolare, il principio, cd. dell’opting out, in base al quale per scongiurare crisi aziendali, aumentare i livelli occupazionali o attrarre nuovi investimenti, i contratti collettivi aziendali possono derogare ad alcune delle tutele previste dai contratti collettivi nazionali.
Il problema è che il sindacato, o meglio la Cgil schiacciata sulle posizioni della Fiom è fermamente contraria a questo principio. Di fronte alla globalizzazione e allo spietato dumping sociale di cinesi, indiani, brasiliani e tanti altri si arrocca nella difesa di un sistema di relazioni industriali costruito sul contratto collettivo nazionale di categoria contrastando, con scioperi e cause seriali, qualsiasi tentativo di stemperare la novecentesca contrapposizione tra capitale e lavoro in nome di punti di incontro più avanzati e partecipativi che consentano alle imprese di competere sui mercati internazionali.
Il nostro sistema economico è chiamato a confrontarsi con i tanti problemi strutturali che ne hanno frenato la crescita.
Si tratta di una sfida difficile e ambiziosa che richiede l’impegno di tutti i riformisti per far finalmente funzionare quegli istituti di cui si discute da decenni ma che poi non decollano per l’opposizione dei tanti egualitaristi nostrani. Come è accaduto ai due istituti che più di ogni altro potrebbero servire a differenziare le retribuzioni in base ai meriti dei lavoratori e alle performance delle aziende.
Pubblico di seguito la sintesi della relazione presentata al convegno UIL - Fondazione Craxi dedicato alle relazioni industriali del 29 settembre 2010.
Il compito è tutt’altro che facile perché il dibattito è stato ricco e ha spaziato dai grandi temi globali ai problemi del nostro sistema di relazioni industriali.
Mi limiterò, dunque, a formulare alcune considerazioni. La prima è che questa crisi, che sta creando tanti problemi al nostro Paese, almeno un pregio l’ha avuto: stiamo ricominciando a parlare di lavoro, di relazioni industriali, di produttività, stiamo cioè tornando a parlare dei temi che hanno fatto la grandezza del nostro sistema industriale, che resta il secondo Paese dell’Unione Europea per manifattura.
Anche a seguito dell’approvazione del pacchetto di misure anticrisi, il nostro sistema di ammortizzatori sociali mantiene un grave limite, che è anzitutto culturale: sostiene, per quanto può, le imprese in difficoltà, ma non premia quelle che meritano.Come invece, sarebbe necessario per reagire alla drammatica crisi che si è abbattuta sull’economia globale.
Con i provvedimenti appena adottati, il Governo ha stanziato oltre 8 miliardi di euro per estendere, per l’anno in corso, i trattamenti di cassa integrazione straordinaria e mobilità anche alle imprese che in precedenza non ne potevano usufruire.
Ancora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.
E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.
L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.
Alla ricerca del cambiamento
Dopo quindici anni di impoverimento collettivo, cinque di crescita zero e due di paralisi istituzionale, l'Italia è giunta al capolinea.
Qui potete trovare le mie riflessioni sulla crisi di questo paese bloccato, il labirinto della precarietà, le difficoltà degli outsider, la prepotenza dei veto player, il debito pubblico, la scomparsa del bene comune e altre questioni che compromettono il nostro futuro.
Materiali alternativi, contenuti multimediali e altri spunti alla ricerca del cambiamento.
Chiunque è benvenuto per portare idee e stimolare la riflessione!