Senza Parole
UNIVERSITA’, LAVORO, RICAMBIO GENERAZIONALE
ItakaPress è tante cose. Un catalizzatore generazionale, per dare voce a tutti quegli outsider che sono alla ricerca del cambiamento. Una lavagna da colorare con le parole, le musiche, le immagini e i video di una generazione che vuole costruire il futuro. Ma anche un gioco per incontrare chi ha idee da condividere. Soprattutto, ItakaPress sarà quello che con le nostre idee riusciremo a costruire se supereremo il digital divide, con una logica 2.0 e senza avere paura dei “Ciclopi, dei Lestrigoni né dell’irato Nettuno”….. Buon divertimento…….p.s. ogni suggerimento è il benvenuto…..
Segue da “Il governo sostaggio dei veto player”
Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.
L’Università italiana non funziona anche perchè è intasata da migliaia di studenti fuori corso. In Belgio, per evitare che si trasformi in un parcheggio per bamboccioni che non si sentono pronti ad affrontare il mercato del lavoro, hanno stabilito che, dopo tre anni senza esami, non ci si può più iscrivere. Probabilmente, si tratta di una soluzione un pò radicale, ma da noi i fuori corso sono troppi e non sono penalizzati in alcun modo. E allora se meritocrazia deve essere, che meritocrazia sia per tutti. Perchè non premiamo gli studenti che si laureano in corso, penalizzando, con un aumento delle tasse universitarie, quelli che non fanno esami da anni? Ovviamente, facendo attenzione a non penalizzare quelli che non hanno potuto studiare, per problemi seri come malattie o lavoro. Che ne pensate?

Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.
Ripubblico, perchè mi sembra ancora attuale, una proposta che avevo avanzato dalle pagine di Zero qualche anno fa….
‘Poli universitari di eccellenza’, ‘valorizzazione delle risorse umane’, ‘formazione continua’. Sono solo alcune delle soluzioni, di volta in volta, avanzate all’annosa questione della così detta ‘fuga dei cervelli’.
Senonchè, nonostante le tante proposte, la fuga di alcuni rischia di trasformarsi in un esodo di massa.
Per questo, seguendo la politica dei piccoli passi, abbiamo confezionato sua proposta di legge. Una proposta che, seppure non costituisce la panacea di tutti i mali, ha l’indubbio merito di non comportare oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato e di essere immediatamente attuabile.
Dicono che gli studenti che hanno protestato in questi giorni hanno le idee confuse. Ed è difficile dar loro torto se si guardano molte delle interviste diffuse dai telegiornali. Poi, però, se si ascoltano gli slogan e si leggono gli striscioni di chi protesta, ci si rende conto che questa è la prima generazione che inneggia al merito. Mentre i padri, nel ‘68, scendevano in piazza in nome dell’uguaglianza. I giovani di oggi si mobilitano per il merito. E non mi sembra una differenza di poco conto…..
Signor Ministro,ha ragione: l’Università italiana è invecchiata male. Non riesce più ad assolvere alla propria funzione fondamentale che è quella di fornire agli studenti la preparazione professionale ed umana necessaria ad affrontare un futuro sempre più difficile e concorrenziale. E poi produce troppi sprechi che, con il terzo debito pubblico del mondo, non ci possiamo più permettere. Ci sono troppe sedi universitarie che hanno troppi corsi di laurea che danno lavoro a troppo personale, docente e amministrativo, troppo malpagato e spesso precario.Insomma, il sistema universitario ha urgente bisogno di una riforma complessiva che riconsegni centralità allo studente e, soprattutto, alla sua preparazione. E su questo molti, anche tra gli occupanti, concordano con Lei. Ciò che invece solleva maggiori perplessità è che questo obiettivo possa essere perseguito a partire dal drastico taglio dei fondi previsto in finanziaria.
Sono appena state pubblicate due statistiche a dir poco inquietanti. La prima ci ricorda che l’Italia è il paese con il più basso tasso di mobilità sociale dei paesi ocse. In altri termini mancano gli ascensori sociali e quindi se nasci povero resti povero. In compenso, e questa è la seconda statistica, siamo il paese al mondo che ha il più alto numero di ascensori. Segno inquietante di una società così impigrita da aver perso il senso del proprio futuro.
Ci sono diverse cose che mi hanno stupito del movimento studentesco che si è risvegliato in questi giorni. L’entusiasmo e la partecipazione, diffusa in tutta Italia, la creatività della protesta, con i professori che fanno lezione nelle piazze e le parole d’ordine che corrono sul web, la costanza di fronte al Senato, per tutta la notte e nonostante il nubifragio, ma soprattutto il fatto che la protesta non è di destra nè di sinistra, riguarda il futuro di un’intera generazione che, come d’incanto, ha spento la televisione per cominciare a difendere i propri interessi. Speriamo che tutta questa energia creativa si traduca in proposte concrete per migliorare la nostra università, che ha un disperato bisogno di riforme…
Nonostante la crisi, per me è stata decisamente una settimana fortunata. Grazie al blog avoicomunicare.it, ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con la Storia. Ho incontrato Mikail Gorbaciov per parlare di Russia, Europa, America, globalizzazione, politica, crisi economica e tante altre cose. Quando gli ho chiesto del futuro dei giovani, mi ha risposto più o meno così: “non so, se non pensano loro al mondo di domani, perchè dovrei pensarci io che ho più di 70 anni?”. Era una semplice battuta, ma io continuo a pensarci. Facciamo abbastanza?
Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà, sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capo del più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.
Ci sarà pure la crisi, ma i canoni delle camere richiesti agli studenti fuori sede restano deliranti! Secondo un’indagine del Sunia, a Roma si aggirano sui 600 €, a Milano possono raggiungere i 1000 €. Segno delirante di un’economia impigrita dalle rendite che non lascia spazio ai giovani, neanche per studiare fuori sede. Perchè, con questi prezzi, l’unica speranza per i forzati “bamboccioni” è un’Università sottocasa, di mamma e papà….. E poi si parla di mobilità studentesca, internazionalizzazione, flessibità e centri di eccellenza…
Dicono che nel castello la vita sia comoda, il lavoro sicuro e l’esistenza libera e dignitosa. Dicono anche che nel castello una volta assunti si faccia carriera per anzianità e sia molto difficile essere licenziati. Pensa che, tra i castellani, il best seller del momento si intitola: “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”.
Che sia colpevole o innocente poco importa, per molti amanda knox è un’icona da omaggiare con siti internet, magliette e gadget di ogni tipo, e posso anche capire: è bella, ha uno sguardo intrigante e, omicidio o carcere, ha comunque vissuto un’esperienza particolare che potrà giustificare l’acquisto del suo diario… c’è però una cosa che non riesco a capire: che cosa rappresenta per quelli che la considerano il simbolo della nuova generazione?
Con tristezza, pubblico il ricordo del Professor Leopoldo Elia, scritto da Graziano Passariello, un giovane studente di giurisprudenza: “Leopoldo Elia, Fano 4/11/1925 - Roma 5/10/2008. Ordinario di diritto costituzionale. Giudice e presidente della Corte Costituzionale. Collabora con Aldo Moro, entra nella DC e nel 1987 viene eletto al Senato. Ministro delle riforme elettorali e istituzionali nel 1993 e parlamentare fino al 2006. Famose sono le sue sentenze sulla libertà personale, religiosa, sul diritto di famiglia, sul diritto elettorale e sindacale. Autore di numerosi scritti giuridici sulle forme di governo e sull’efficacia del diritto comunitario. Strenue difensore della Costituzione”.
Ancora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.
E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.
A leggere questo articolo di Federico Magnaghi, la questione sembrerebbe semplice. E invece la telenovela Malpensa-Linate continua.
La nostra Compagnia Aerea di bandiera, l’Alitalia, è rimasta italiana; è un’ottima notizia. La famosa “cordata” di investitori italiani esisteva veramente ed è riuscita ad evitare il temuto fallimento della Compagnia ed a procedere al suo acquisto. Probabilmente altri investitori italiani si aggiungeranno alla “cordata” iniziale, rafforzandola.
Questo risolve la prima parte del problema. Ora, con discrezione ma determinazione, occorre allargare il discorso a partners internazionali (uno o più d’uno), perchè le dimensioni del mercato internazionale non ci consentirebbero di fare altrimenti. Ma forse il problema più importante resta la localizzazione degli aeroporti fondamentali.
Sfogliando una rivista a fine giornata, realizzo che perfino ad Astana, la capitale del Kazakhstan tanto caro a Borat, ci sono i grattaceli. E la domanda sorge spontanea, ma perchè noi non riusciamo neanche a costruire una palazzina che rasenti il cupolone? Non credo che sarebbe ubris ma solamente modernità.
Ancora sotto shock per l’inaspettato crollo della borsa, molti commentatori parlano di crisi del capitalismo e con essa di fallimento del libero mercato. E per questo invocano un ritorno dello Stato per salvare un sistema finanziario vicino al collasso. Il problema, però, è che questo ritorno dello Stato è incredibilmente costoso. Il piano Paulson prevede lo stanziamento in due anni di almeno 1.500 miliardi di dollari. Più di quanto servirebbe per garantire ai cittadini una pensione contro la povertà o le cure mediche gratuite contro le malattie. Voi che ne pensate?

Ad arricchire il dibattito inaugurato dal post di Pier Luigi Celli e proseguito con quello di Federico Magnaghi, pubblico l’interessante contributo di Raffaele Bernardini sull’analfabetismo in Italia. I dati sono terrificanti, perchè mentre ci affanniamo a discutere di scuola ed eccelleza, che non decollano mai, milioni di persone non sanno né leggere né scrivere.
In un recente Focus de Il Corriere della Sera (6 settembre 2008) è stata rilevata che la percentuale tra analfabeti ed “incolti” in Italia è del 36,5 % sulla popolazione totale. Ebbene, nessun politologo o sociologo ha commentato tali dati, realmente impressionanti: in Italia vi sono, dunque, circa 20 milioni di ignoranti…
Un tempo il pane salato di Genzano come quello sciapo di Cerveteri non avevano niente da invidiare alla baguette parigina. Oggi sinceramente alla rosetta nostrana preferisco, oltre al pane francese, quello svizzero e persino americano.
Ed è un vero peccato, perchè ne mangio tanto.
Ora, mi chiedo è colpa dei nostri panettieri che, per pigrizia, hanno abbandonato le vecchie tradizioni per sfruttare le nuove tecnologie?
Oppure sono impazzite le mie papille gustative?
Secondo alcuni la nostra arretratezza finanziaria ci ha salvato dalla crisi di questi giorni, perchè ai margini del sistema finanziario gli effetti si avvertono di meno. Mi chiedo però se questo sia un bene o un male, visto che, se non ci accolliamo le perdite, è solo perchè non abbiamo partecipato agli ultimi dieci anni di crescita economica. Noi siamo tecnicamente in recessione mentre il pil americano sta crescendo ancora al 2%!
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