
Ripubblico, con infinita tristezza per la scomparsa, una conversazione con il grande Maestro che è stata pubblicata su “Formiche” nel 2006.
In un momento in cui i temi del lavoro tornano ad essere centrali, Gino Giugni ci accoglie nel suo studio per una conversazione poco prima della presentazione del suo ultimo libro, “La memoria di un riformista”, in cui ripercorre le tappe salienti della sua vicenda personale e professionale nel contesto della storia politica italiana dell’ultimo mezzo secolo: dall’infanzia sotto il fascismo, alla Resistenza, alla lunga attività di studioso di diritto del lavoro e di intellettuale impegnato in politica, fino ad episodi drammatici come l’attentato subito dalle Brigate rosse.
L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.
E’ stato più forte di me, non riuscivo ad abbandonare il blog…
Al di là dei facili demagogismi, il pandemonio suscitato dalla già famigerata norma anti-precari offre lo spunto per riflettere sulle perversioni del nostro mercato del lavoro. Nel quale le assunzioni a tempo indeterminato dipendono piuttosto dalle sentenze dei giudici del lavoro che non dalle politiche di selezione del personale decise dai vertici delle aziende sulla base delle richieste del mercato. Come appunto dimostra la vicenda che è all’origine della norma anti-precari inopinatamente inserita l’altra notte nel maxiemendamento alla legge finanziaria. Quella relativa alle assunzioni del personale in Poste italiane e in alcune altre aziende italiane.
Drin Drin… (il creditore, preoccupato, con il suo avvocato, tranquillo): Paga o non paga? E se paga, quando paga? A due mesi? - No, in genere a quattro. Ma spesso dopo sei. E in molti casi solo a fronte di un decreto ingiuntivo! - E allora chiediamolo subito questo decreto ingiuntivo! - Sì, ma ci vuole un titolo che, per essere esecutivo, deve essere certo, liquido ed esigibile. Una fattura ad esempio. - Ma se emetto la fattura non pago l’Iva?!
Nell’epoca del bipolarismo dialogante le parole diventano importanti perché, abbandonate le ingombranti ideologie e gli sterili e urlanti dibattiti televisivi da Seconda Repubblica, maggioranza e opposizione sembrano volersi confrontare pacatamente sui problemi; per dare risposte agli italiani sulla casa, sui mutui, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla precarietà, sui rifiuti, sull’aumento del costo della vita e l’impoverimento delle retribuzioni e sulle tante altre questioni che compromettono il futuro di questo paese bloccato.
Il Riformista. Da decenni, o meglio sin dal 1957, la legge permette il licenziamento, anzi con il linguaggio dell’epoca la “destituzione”, dei pubblici dipendenti che si siano dimostrati scorretti o infedeli e quindi scarsamente produttivi o eccessivamente assenti.
Formiche. Per alcuni l’art. 18, o meglio l’istituto della reintegrazione che ne costituisce il fulcro, è la più importante di tutte le tutele perché, sottraendo il lavoratore alla paura di essere ingiustamente licenziato del datore di lavoro, dà senso e sostanza a tutti gli altri diritti del lavoro.
Zero. Da qualche anno, nell’ordinamento italiano c’è uno sporco piccolo comma che, noncurante della legge morale prima ancora che costituzionale, sostiene l’industria del calcio proprio nel momento in cui tartassa quella culturale. Un comma che si inscrive a pieno titolo tra quelli che compongono quel burocratico castello di leggi che lasciava sgomento Kafka, ai primi del Novecento, e affligge tutti, agli inizi del nuovo secolo.
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