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La Seconda Repubblica sta perdendo la sfida degli outsider

Basta osservare le statistiche pubblicate in questo dossier, per rendersi conto che il frutto avvelenato della Seconda Repubblica è la crescita zero.

All’inizio degli anni ‘80, nonostante l’inflazione e il terrorismo, crescevamo del 4% l’anno. Dieci anni dopo, dell’uno virgola qualcosa per cento. All’alba del nuovo millennio, è arrivata la crescita zero. Quest’anno il nostro Pil pro capite si ridurrà del 4%.

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Un salto di qualità nella strategia anticrisi: riduzione dell’Irap e tutela dell’occupazione

 

E’ un articolo di sei mesi fa per il sole 24 ore che mi sembra tornato di attualità 

Anche a seguito dell’approvazione del pacchetto di misure anticrisi, il nostro sistema di ammortizzatori sociali mantiene un grave limite, che è anzitutto culturale: sostiene, per quanto può, le imprese in difficoltà, ma non premia quelle che meritano. Come invece, sarebbe necessario per reagire alla drammatica crisi che si è abbattuta sull’economia globale.

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L’Aquila: una green town alle pendici del Gran Sasso

Com’è sotto gli occhi di tutti, gli abruzzesi sono un popolo forte e operoso. Per questo nessuno dubita che, quando l’emergenza del terremoto sarà passata e il dolore per i troppi lutti si sarà attenuato, l’Aquila tornerà a vivere e produrre. Perché ciò accada gli abruzzesi devono, però, fare sistema affinchè la ricostruzione del centro cittadino si trasformi in un‘opportunità di sviluppo. Per rilanciare una provincia che, già prima della devastazione sismica, era afflitta da una grave crisi economica e occupazionale, causata della chiusura di molti stabilimenti dell’ormai declinante Polo Elettronico Aquilano.

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Ristrutturazioni aziendali, riduzione del costo del lavoro e nuovi ammortizzatori sociali per superare la crisi

La grave crisi produttiva e finanziaria che attanaglia il nostro Paese (e non solo) e che ha spinto il legislatore ad adottare misure di sostegno alle imprese con l’obiettivo di sostenerle in attesa di una ripresa, pone problemi inediti alle aziende nella gestione degli ammortizzatori sociali.  

Proprio la crisi, infatti, da un lato palesa squilibri ampiamente noti quali la frammentazione e la stratificazione delle normative del settore che da troppo tempo attendono una riforma complessiva e, dall’altro, la necessità di adattare gli istituti esistenti ad una situazione congiunturale così difficile.

Si è reso, dunque, necessario un ulteriore intervento in materia di ammortizzatori sociali (legge n. 33 del 2009, Misure urgenti a sostegno dei settori industriali in crisi), modificando di fatto l’impianto già profondamente rinnovato dal decreto anticrisi, convertito nella legge n. 2 del 2009.

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Chiose a margine del Welfare dei privati

Per far fronte alla drammatica crisi che ha travolto l’economia globale molti auspicano un ritorno dello Stato nell’economia. E dopo un decennio di privatizzazioni selvagge non ci sarebbe niente di male, anzi.

C’ è però un punto che suscita  alcune perplessità.

Come può uno Stato che produce ingiustizie di ogni tipo (generosi baby pensionamenti per alcuni e pensione a 70 anni per altri) ed è appesantito dai difetti di funzionamento e di efficienza denunciati nel corso degli ultimi anni (da “la casta” ai “rapaci”), costituire una valida risposta ai drammatici problemi che questa crisi sta causando a milioni di persone?

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Siamo tutti abruzzesi

In questi dieci anni di insegnamento nell’Università di Teramo ho conosciuto tanti abruzzesi. Sono un popolo straordinario e gentile e sono sicuro che riusciranno a reagire anche al drammatico terremoto che li ha travolti. Per farlo hanno però bisogno del nostro aiuto e della nostra solidarietà. Cominciare è semplice, basta, ad esempio, donare il sangue o fare un bonifico…….

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L’accordo quadro e il difficile cammino della democrazia sindacale

percorso-cambiamento.jpgL’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.

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Età pensionabile| Una proposta in 7 punti

di Federico Magnaghi

pensioni.jpg1 - A partire dal gennaio 2010 si aumenta l’ età pensionabile al ritmo di un semestre di aumento ogni annualità, fino a raggiungere una età pari a quella più avanzata fra le età adottate da quattro Paesi di riferimento (Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca) . L’ età particolarmente avanzata, raggiunta nel corso di un ventennio circa, trae motivo dal debito pubblico italiano che è altissimo ed anche dal fatto che la longevità in Italia è la più elevata d’ Europa. Se fosse necessario accelerare il processo, anziché un aumento annuale di sei mesi ogni anno, potrebbe ipotizzarsi un aumento annuale di otto mesi, così da concludere l’iter in circa quattordici anni. Lungo questo arco di tempo l’età pensionabile femminile dovrà uniformarsi a quella maschile.

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Lavorare per sopravvivere, indebitarsi per consumare

globalization.jpgLa repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.

In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.

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A tavola con i Cattivi Maestri, parlando di flessibilità

Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà,  sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capo del più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.

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Alcuni dubbi sulla bulimia finanziaria e la medicina statalista

debiti.jpgAncora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.

E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.

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Dopo Alitalia, è ora di affrontare i problemi strutturali

scha901-15-mm.jpgForse domani si concluderà la trattativa per la vendita di Alitalia. La Cai ha rilanciato e, con la Cgil, anche i piloti e gli assistenti di volo sembrano pronti a sottoscrivere l’accordo quadro già accettato da Cisl, Uil, Ugl e Anpav. Molti festeggeranno con ragione, perchè il paese con il maggior numero di opere d’arte al mondo non può permettersi di perdere la compagnia di bandiera, ma anche perchè 12.000 persone eviteranno la cassa integrazione guadagni. Ciò nonostante io mantengo qualche preoccupazione. Perchè i tanti problemi strutturali che hanno portato Alitalia sull’orlo del fallimento restano insoluti e il nostro sistema continuerà ad essere ostaggio dei veto player.

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Lezioncine Americane

subprime_.jpgFino a ieri, Tremonti sembrava essere il solo sostenitore di un ritorno dello Stato nella gestione dell’economia.  Oggi è in ottima compagnia, visto che il Governo  americano ha appena stanziato oltre duecento miliardi di dollari, dico duecento miliardi di dollari (ovvero l’equivalente di cinque finanziarie nostrane), per salvare dalla bancarotta due delle più importanti società d’assicurazione d’oltre oceano.  Ora, mi chiedo se si tratti di una nouvelle vague del pensiero economico che servirà a dare ossigeno all’economia occidentale per contrastare la concorrenza delle tigri asiatiche, oppure dell’esportazione anche in America della nostra tradizionale abitudine di statalizzare le perdite e privatizzare gli utili, come secondo alcuni starebbe accadendo nel caso dell’Alitalia…….

  "Lezioncine Americane"

Siamo tutti outsiders

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Se un tempo si scendeva in piazza per le ideologie, oggi le persone si mobilitano in massa per le parolacce.

Segno inquietante di un cambio dei tempi ma soprattutto di un cambio di mentalità e di costumi che attraversa, anzi affligge, la società italiana. Nella quale la gente, perso il senso del bene comune, si appassiona e divide maleducatamente, dalle mutande di Corona alle invettive di Grillo o Borghezio.

  "Siamo tutti outsiders"

La tenaglia e la produttività

tenaglia-inflazione.jpgMentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimento delle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.

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Un sistema ammalato di egoismo generazionale

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Viviamo in un sistema ammalato di egoismo generazionale. Nel quale i privilegi dei padri vengono pagati con il futuro dei figli, sul quale grava il terzo debito pubblico del mondo.

Un egoismo che ha origini antiche e si rinnova di continuo, come ha dimostrato il Protocollo sottoscritto dal Governo e dai sindacati lo scorso anno.

Un protocollo che non può essere condiviso per tante ragioni, ma soprattutto perché ha ammorbidito il famigerato scalone, per mandare in pensione due anni prima circa 150.000 lavoratori che non volevano aspettare di compiere 60 anni.

  "Un sistema ammalato di egoismo generazionale"

Draghi vs Tremonti

tremonti-draghi.jpgTra i tanti scontri che stanno animando la neonata legislatura, ce n’è uno cruciale. Quello tra Draghi e Tremonti, per ragioni di forma e di sostanza. Di forma, perchè discutono pacatamente argomentando, merce rara in questi tempi di urli, accuse e intercettazioni. Di sostanza, perchè si confrontano sui problemi del paese proponendo soluzioni che spesso divergono. In più rappresentano, anche visivamente, le due diverse correnti del pensiero economico che si stanno fronteggiando in questo momento.

  "Draghi vs Tremonti"

E’ meglio la cultura del ‘risultato’ o della ‘produttività’?

merito.jpgNell’epoca del bipolarismo dialogante le parole diventano importanti perché, abbandonate le ingombranti ideologie e gli sterili e urlanti dibattiti televisivi da Seconda Repubblica, maggioranza e opposizione sembrano volersi confrontare pacatamente sui problemi; per dare risposte agli italiani sulla casa, sui mutui, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla precarietà, sui rifiuti, sull’aumento del costo della vita e l’impoverimento delle retribuzioni e sulle tante altre questioni che compromettono il futuro di questo paese bloccato.

  "E’ meglio la cultura del ‘risultato’ o della ‘produttività’?"



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