>> globalizzazione

Per modernizzare le relazioni industriali non bastano le leggi

Con l’emanazione del Codice della partecipazione si compie un ulteriore passo nell’opera di modernizzazione del nostro mercato del lavoro verso relazioni industriali più partecipative e meno conflittuali.Si tratta di un passo importante, soprattutto di fronte alla crisi economica che minaccia il nostro sistema produttivo, sia sotto il profilo della sostanza che sotto quello del metodo.

Sotto il profilo sostanziale, perché, come emerge da molti dei provvedimenti comunitari indicati nel Codice, e soprattutto dai rapporti Pepper degli anni ’90, la diffusione della partecipazione è direttamente proporzionale al tasso di modernità dei diversi mercati del lavoro. Non a caso, è largamente diffusa in Francia, Regno Unito e Germania, che vantano una lunga tradizione di relazioni industriali partecipative, si sta diffondendo a ritmi elevati  in mercati del lavoro efficienti, come quelli del Belgio, della Finlandia, dell’ Austria e dei Paesi Bassi,  mentre è ancora scarsamente diffusa in Spagna, Portogallo, Grecia e negli altri paesi che sono recentemente entrati nell’Unione Europea.

  "Per modernizzare le relazioni industriali non bastano le leggi"

Marchionne

Dopo alcuni giorni di preoccupante silenzio, Sergio Marchionne torna a parlare, almeno indirettamente, di Pomigliano d’arco nella prestigiosa weekend interview del wall street journal.

Si tratta di una lunga intervista di grande interesse. Perché rappresenta una summa del Marchionne pensiero e della sua etica del lavoro, ma soprattutto perché contiene alcune importanti dichiarazioni sul ruolo e sulla funzione del sindacato.

Nell’intervista, infatti, l’a.d. della Fiat e della Chrisler riconosce che la Uaw, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici Usa, è stato un alleato fondamentale nel rilancio dell’azienda, spingendosi sino ad affermare che, in quel contesto, è persino disponibile a discutere di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda

  "Marchionne"

Non lasciamoli soli


Ieri sì è votato a Pomigliano d’Arco e si è trattato di una delle più importanti prove di democrazia industriale degli ultimi anni. I risultati del referendum però sono diversi dalle previsioni di molti e dalle aspettative di altri. Dei quasi 5.000 lavoratori che sono impegnati nello stabilimento campano infatti 1.673 hanno votato per il no e non sono pochi. Sono un po’ di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni e rappresentano il 37% della forza lavoro dello stabilimento e praticamente il doppio degli iscritti alla Fiom. Che però ha ben poco da festeggiare.

Anzitutto perché il vero rischio è che, proprio a causa del risultato del referendum, la Fiat decida di mantenere la produzione della Panda in Polonia e che, anche Pomigliano, sia colpita da quella desertificazione industriale che già minaccia diverse zone del sud del Paese.

In secondo luogo perché, se è indubbio che il fronte del no ha conseguito un successo altrettanto indubbio è che ieri hanno vinto i sì. Due lavoratori su tre sono pronti ad accettare un accordo che, per garantire la produttività dello stabilimento, li costringe a rinunciare ad alcuni dei diritti previsti dal contratto collettivo nazionale.

  "Non lasciamoli soli"

Sacrifici necessari per competere


Fiat PomiglianoLe relazioni industriali sono nate, vivono e si evolvono sulla base di accordi che di volta in volta assumono un ruolo simbolico e spesso riguardano la Fiat. Come sta avvenendo in questi giorni a Pomigliano d’Arco.

La vicenda è ben nota ed è dunque inutile starne a ripercorrere i tratti fondamentali.

Quello che conta è che la Fiom-Cgil nonostante i richiami di Ministri, politici di maggioranza e di opposizione, e soprattutto degli altri sindacati, continua a non voler firmare, anche a rischio di mettere a repentaglio l’occupazione dei 5.000 lavoratori che operano nello stabilimento di Pomigliano e degli altri 15.000 che lavorano nell’indotto.

Ora, per giustificare questa posizione tanto ferma quanto nichilista, la Fiom sta adducendo le ragioni più disparate, molte delle quali sono di ordine giuridico.

  "Sacrifici necessari per competere"

Taglio degli stipendi in Spagna

Spaventata dalla vicenda Greca la Spagna si è mossa in anticipo e per proteggersi dalla speculazione finanziaria ha già varato un drastico pacchetto di riforme. Si tratta di un rospo difficile da digerire, soprattutto per chi vive del proprio lavoro.

Il governo ha infatti annunciato che ridurrà gli stipendi, e metterà mano alla riforma delle pensioni. Vediamo nel dettaglio cosa prevedono le misure di austerity introdotte da Zapatero e che formano una manovra da 15 miliardi per gli anni 2010-2011 che si aggiunge alla manovra già precedentemente prevista e che ammonta a 50 miliardi.

I sacrifici sono per tutti e toccano tutti i settori dello stato sociale. Gli stipendi dei dipendenti pubblici saranno decurtati di 5 punti percentuali e congelati per il 2011, questo dovrebbe portare un taglio di circa 4 miliardi di euro. In Spagna però anche i membri del governo danno l’esempio e decurtano il loro stipendio di un 15%, e lo stesso potrebbe toccare ai parlamentari. Sarebbe bello che lo stesso accadesse con i costi eccessivi e spropositati di tanta parte della politica italiana.

  "Taglio degli stipendi in Spagna"

La Grecia in fiamme - Brevi divagazioni sulla crisi

GREECE POLICE GUNFIRENegli anni 90 si diceva che gli Stati si erano troppo indebitati per pagare i welfare nazionali dando ai popoli diritti che non si potevano permettere.

Così, a partire dagli anni 90, è nata la moda delle privatizzazioni e gli Stati per ridurre i debiti hanno venduto le autostrade, le reti telefoniche, le reti energetiche, i fast food, gli autogrill, le società chimiche e tanto altro. La giustificazione sembrava nobile, l’impoverimento era evidente.

Poi è arrivata la crisi del 2008, si è scoperto che le banche avevano fatto investimenti troppo rischiosi, che la finanza si era garantita rendimenti completamente ingiustificati, che il mondo era sull’orlo del baratro. E così gli Stati, che negli anni 90 avevano liberalizzato vendendo i beni reali, sono corsi in soccorso delle banche, hanno comprato i titoli tossici dei finanzieri e sono tornati ad indebitarsi, non più per pagare i diritti dei cittadini, ma per salvare i loro conti correnti messi a rischio da operazioni finanziarie spesso truffaldine.

Le banche sono state salvate ma ora la speculazione internazionale, che ha continuato ad arricchirsi, è tornata ad aggredire gli Stati, cominciando dalla Grecia, per costringerli a ridurre ulteriormente i diritti dei cittadini.

Ora, è probabilmente vero che i greci hanno truccato i bilanci dello stato per entrare nell’Unione Europea e che probabilmente hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità, ma è altrettanto vero che, se è giustificabile che lo Stato si indebiti per realizzare i diritti dei cittadini, è sicuramente intollerabile che lo faccia per salvaguardare le rendite dei finanzieri.

  "La Grecia in fiamme - Brevi divagazioni sulla crisi"

La Grecia cambia tutto

greciaAbbiamo sempre detto che il costo dei diritti dei padri sarebbe stato pagato dai figli. Ci sbagliavamo. E di tanto.

Come dimostra il caso della Grecia, i nodi stanno venendo al pettine prima del previsto e la tenaglia dell’alto debito e della bassa crescita rischia di mandare in frantumi il sogno europeo. Quel sogno che ha garantito sessant’anni di pace in un continente massacrato da guerre millenarie.

Quello che non sono riusciti a fare gli eserciti rischia di riuscire ai finanzieri.

Credo che di questo dobbiamo cominciare a parlare.

  "La Grecia cambia tutto"

Lavorare per sopravvivere, indebitarsi per consumare

globalization.jpgLa repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.

In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.

  "Lavorare per sopravvivere, indebitarsi per consumare"

A tavola con i Cattivi Maestri, parlando di flessibilità

Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà,  sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capo del più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.

  "A tavola con i Cattivi Maestri, parlando di flessibilità"

Alcuni dubbi sulla bulimia finanziaria e la medicina statalista

debiti.jpgAncora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.

E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.

  "Alcuni dubbi sulla bulimia finanziaria e la medicina statalista"

Lezioncine Americane

subprime_.jpgFino a ieri, Tremonti sembrava essere il solo sostenitore di un ritorno dello Stato nella gestione dell’economia.  Oggi è in ottima compagnia, visto che il Governo  americano ha appena stanziato oltre duecento miliardi di dollari, dico duecento miliardi di dollari (ovvero l’equivalente di cinque finanziarie nostrane), per salvare dalla bancarotta due delle più importanti società d’assicurazione d’oltre oceano.  Ora, mi chiedo se si tratti di una nouvelle vague del pensiero economico che servirà a dare ossigeno all’economia occidentale per contrastare la concorrenza delle tigri asiatiche, oppure dell’esportazione anche in America della nostra tradizionale abitudine di statalizzare le perdite e privatizzare gli utili, come secondo alcuni starebbe accadendo nel caso dell’Alitalia…….

  "Lezioncine Americane"

Palermo Multiculturale

Queste sono le foto di Pietro Maria Sabella nella sua onirica Palermo… la prova che il dialogo tra culture è sempre possibile, basta cercarlo. 

p.s. secondo voi qual’è la più bella?

mercato-ballaro-palermo.jpg

Una scena di vita quotidiana al mercato Ballarò di Palermo.

  "Palermo Multiculturale"

Cipro| Another brick “off” the Wall?

nicosia.jpgRingrazio Gaia Geraci per il bel contributo…

Fino a qualche mese fa Cipro era il crogiuolo d’Europa all’interno del quale fermentavano sentimenti di astio e sacrosanta rivalità. Atavici livori coloravano di grigio le giornate di un popolo diviso da una fettuccia di terra verde striata d’azzurro con qualche colata di cemento sparsa qua e là ed ingombrante come la storia che divide questa nazione.

Due schieramenti: i greci da un lato ed i turchi dall’altro. Persi in un limbo di rancori ed incomprensioni.

  "Cipro| Another brick “off” the Wall?"

La tenaglia e la produttività

tenaglia-inflazione.jpgMentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimento delle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.

  "La tenaglia e la produttività"

Per favore l’anno prossimo non facciamoci del male (ovvero più luglio per tutti!)

caldo.jpg

L’articolo è dell’anno scorso ma con questo caldo non resisto a ripubblicarlo e anche se la proposta non ha avuto un gran seguito, visto che a luglio saremo tutti qui a lavorare e studiare,  mi piacerebbe sapere cosa ne pensate…….

 Sono le 15.00 del 22 luglio, il termometro segna 38 gradi all’ombra, il tasso di umidità sfiora l’85% e tu devi tornare al lavoro. Con la macchina ma senza aria condizionata. Perché si è rotta ed il meccanico non può ripararla prima di una settimana. Ha troppi clienti.

  "Per favore l’anno prossimo non facciamoci del male (ovvero più luglio per tutti!)"

Khodorkoskij| Un simbolo di nuova generazione

khodorkovsky.jpgDopo qualche decennio di soft power televisivo, cinesi, indiani, russi e tanti altri si sono risvegliati e oggi aspirano al nostro stesso tenore di vita. Vogliono mangiare, vestire e, più in generale, vivere come noi, anzi peggio come i modelli propugnati dalla pubblicità globale. E sono pronti a lavorare e competere pur di contenderci le risorse del pianeta. Come dimostra l’ondata di impoverimento che si è abbattuta sui ceti medi dei paesi occidentali a seguito dell’esplosione della globalizzazione economica e del conseguente rincaro dei prezzi delle materie prime, dal petrolio al grano.

  "Khodorkoskij| Un simbolo di nuova generazione"

Nous sommes tous indesirables

indesirables.jpg

Il Riformista. Come insegna la tragedia greca e ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, soprattutto se ereditano un sistema economico malato e indebitato e a crescita zero. I giovani francesi l’hanno capito e, per questo, occupano la Sorbona. Quelli italiani neanche se ne sono accorti ed infatti continuano a scontrarsi tra “fasci” e “compagni”, come se il muro di Berlino fosse ancora in piedi.

  "Nous sommes tous indesirables"



Close
E-mail It