La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.
In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.
Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà, sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capodel più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.
Ancora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.
E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.
Fino a ieri, Tremonti sembrava essere il solo sostenitore di un ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. Oggi è in ottima compagnia, visto che il Governo americano ha appena stanziato oltre duecento miliardi di dollari, dico duecento miliardi di dollari (ovvero l’equivalente di cinque finanziarie nostrane), per salvare dalla bancarotta due delle più importanti società d’assicurazione d’oltre oceano. Ora, mi chiedo se si tratti di una nouvelle vague del pensiero economico che servirà a dare ossigeno all’economia occidentale per contrastare la concorrenza delle tigri asiatiche, oppure dell’esportazione anche in America della nostra tradizionale abitudine di statalizzare le perdite e privatizzare gli utili, come secondo alcuni starebbe accadendo nel caso dell’Alitalia…….
Fino a qualche mese fa Cipro era il crogiuolo d’Europa all’interno del quale fermentavano sentimenti di astio e sacrosanta rivalità. Atavici livori coloravano di grigio le giornate di un popolo diviso da una fettuccia di terra verde striata d’azzurro con qualche colata di cemento sparsa qua e là ed ingombrante come la storia che divide questa nazione.
Due schieramenti: i greci da un lato ed i turchi dall’altro. Persi in un limbo di rancori ed incomprensioni.
Mentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimentodelle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.
L’articolo è dell’anno scorso ma con questo caldo non resisto a ripubblicarlo e anche se la proposta non ha avuto un gran seguito, visto che a luglio saremo tutti qui a lavorare e studiare, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate…….
Sono le 15.00 del 22 luglio, il termometro segna 38 gradi all’ombra, il tasso di umidità sfiora l’85% e tu devi tornare al lavoro. Con la macchina ma senza aria condizionata. Perché si è rotta ed il meccanico non può ripararla prima di una settimana. Ha troppi clienti.
Dopo qualche decennio di soft power televisivo, cinesi, indiani, russi e tanti altri si sono risvegliati e oggi aspirano al nostro stesso tenore di vita. Vogliono mangiare, vestire e, più in generale, vivere come noi, anzi peggio come i modelli propugnati dalla pubblicità globale. E sono pronti a lavorare e competere pur di contenderci le risorse del pianeta. Come dimostra l’ondata di impoverimento che si è abbattuta sui ceti medi dei paesi occidentali a seguito dell’esplosione della globalizzazione economica e del conseguente rincaro dei prezzi delle materie prime, dal petrolio al grano.
Il Riformista. Come insegna la tragedia greca e ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, soprattutto se ereditano un sistema economico malato e indebitato e a crescita zero. I giovani francesi l’hanno capito e, per questo, occupano la Sorbona. Quelli italiani neanche se ne sono accorti ed infatti continuano a scontrarsi tra “fasci” e “compagni”, come se il muro di Berlino fosse ancora in piedi.
Dopo quindici anni di impoverimento collettivo, cinque di crescita zero e due di paralisi istituzionale, l'Italia è giunta al capolinea.
Qui potete trovare le mie riflessioni sulla crisi di questo paese bloccato, il labirinto della precarietà, le difficoltà degli outsider, la prepotenza dei veto player, il debito pubblico, la scomparsa del bene comune e altre questioni che compromettono il nostro futuro.
Materiali alternativi, contenuti multimediali e altri spunti alla ricerca del cambiamento.
Chiunque è benvenuto per portare idee e stimolare la riflessione!
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