L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.
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Segue da “Il governo ostaggio dei veto player” e “La crisi dell’unità confederale”
Al rientro dalla pausa estiva, le posizioni del Governo e delle parti cosociali restano più o meno le stesse, ma cambia radicalmente il contesto. Arriva la crisi finanziaria che, quasi subito, contagia anche l’economia reale. Si contraggono i consumi e quindi la produzione industriale e, contestualmente, cominciano le richieste di cassa integrazione guadagni straordinaria. Alcuni iniziano a parlare di stagflazione, tutti sono preoccupati per l’evoluzione della situazione. Anche perché, se la crisi ha una portata straordinaria, l’agenda di Governo, come quella dei sindacati, è già fitta di impegni.
La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.
In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.
Oggi l’International Herald Tribune pubblica un articolo dedicato all’Italia e alla campagna anti-fannulloni nel pubblico impiego. E c’è anche la mia prima intervista oltreconfine.
Ringrazio Alessandra Rizzo, dell’Associated Press, per avermi dato modo di rispondere alle sue domande.
Ecco il link per leggere l’articolo:
Segue da “Il governo sostaggio dei veto player”
Il ritorno del dialogo sociale e la crisi dell’unità confederale
Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.

Un anno difficile
Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.
Dicono che nel castello la vita sia comoda, il lavoro sicuro e l’esistenza libera e dignitosa. Dicono anche che nel castello una volta assunti si faccia carriera per anzianità e sia molto difficile essere licenziati. Pensa che, tra i castellani, il best seller del momento si intitola: “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”.
Forse domani si concluderà la trattativa per la vendita di Alitalia. La Cai ha rilanciato e, con la Cgil, anche i piloti e gli assistenti di volo sembrano pronti a sottoscrivere l’accordo quadro già accettato da Cisl, Uil, Ugl e Anpav. Molti festeggeranno con ragione, perchè il paese con il maggior numero di opere d’arte al mondo non può permettersi di perdere la compagnia di bandiera, ma anche perchè 12.000 persone eviteranno la cassa integrazione guadagni. Ciò nonostante io mantengo qualche preoccupazione. Perchè i tanti problemi strutturali che hanno portato Alitalia sull’orlo del fallimento restano insoluti e il nostro sistema continuerà ad essere ostaggio dei veto player.
Fino all’altro giorno amministrava l’Alaska, ovvero qualche migliaio di cittadini, ed era sconosciuta ai più. Ora, in meno di una settimana, Sarah Palin, che è anche una donna o meglio una “hockey mum”, ha sconvolto la campagna elettorale americana, ribaltato i sondaggi e ora sembra diventata l’incubo del mitologico “Obama”.

Se un tempo si scendeva in piazza per le ideologie, oggi le persone si mobilitano in massa per le parolacce.
Segno inquietante di un cambio dei tempi ma soprattutto di un cambio di mentalità e di costumi che attraversa, anzi affligge, la società italiana. Nella quale la gente, perso il senso del bene comune, si appassiona e divide maleducatamente, dalle mutande di Corona alle invettive di Grillo o Borghezio.
Mentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimento delle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.
Dopo qualche decennio di soft power televisivo, cinesi, indiani, russi e tanti altri si sono risvegliati e oggi aspirano al nostro stesso tenore di vita. Vogliono mangiare, vestire e, più in generale, vivere come noi, anzi peggio come i modelli propugnati dalla pubblicità globale. E sono pronti a lavorare e competere pur di contenderci le risorse del pianeta. Come dimostra l’ondata di impoverimento che si è abbattuta sui ceti medi dei paesi occidentali a seguito dell’esplosione della globalizzazione economica e del conseguente rincaro dei prezzi delle materie prime, dal petrolio al grano.

Viviamo in un sistema ammalato di egoismo generazionale. Nel quale i privilegi dei padri vengono pagati con il futuro dei figli, sul quale grava il terzo debito pubblico del mondo.
Un egoismo che ha origini antiche e si rinnova di continuo, come ha dimostrato il Protocollo sottoscritto dal Governo e dai sindacati lo scorso anno.
Un protocollo che non può essere condiviso per tante ragioni, ma soprattutto perché ha ammorbidito il famigerato scalone, per mandare in pensione due anni prima circa 150.000 lavoratori che non volevano aspettare di compiere 60 anni.
Il Riformista. E’ bastata la prima ondata di caldo per far evaporare le speranze riformiste suscitate dal voto del 13 e 14 aprile. E noi, come in un incubo, ci siamo ritrovati nello stesso paese di sempre, con lo sguardo rivolto al passato per paura di affrontare un futuro che non sembra corrispondere alle aspirazioni di un popolo dopato dalla televisione. Lo dimostrano i fatti dell’altro giorno a La Sapienza.
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Per modificare la Costituzione del 1948 è necessario seguire le complesse procedure dall’ art. 138 Cost. Le principali forze politiche si dichiarano disponibili, vediamo quanti anni ci vorranno.
Per modificare la “Costituzione” delle relazioni industriali, ovvero il Protocollo del 23 luglio 1993, è invece sufficiente che le parti sociali e il Governo si siedano attorno ad un tavolo e trovino un accordo sulla riforma della democrazia sindacale e della contrattazione collettiva, per far ripartire le retribuzioni cominciando a premiare il merito e la produttività.
Il Messaggero. Miracolosamente e in una sola notte, gli italiani, sfruttando gli spiragli offerti della più odiosa tra le leggi elettorali repubblicane, hanno raccolto la sfida del Veltrusconi per realizzare quelle riforme che i politici della seconda repubblica promettevano da quindici anni.
Il Paese aveva bisogno di governabilità e loro, stufi della paralisi degli ultimi anni, hanno detto un secco no ai veto player di tutti gli schieramenti.
Il Riformista. Tra gli sconfitti delle ultime elezioni, c’è anche il sindacato confederale ed in particolare la Cgil.
Lo prevedeva il libro, fresco di stampa, di Stefano Livadiotti su “l’altra Casta”. Lo dicono chiaramente le analisi dei flussi di voto nei quartieri operai, dalle quali emerge che i confederali hanno perso gran parte della tradizionale capacità di condizionamento del voto politico.

Il Riformista. Come insegna la tragedia greca e ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, soprattutto se ereditano un sistema economico malato e indebitato e a crescita zero. I giovani francesi l’hanno capito e, per questo, occupano la Sorbona. Quelli italiani neanche se ne sono accorti ed infatti continuano a scontrarsi tra “fasci” e “compagni”, come se il muro di Berlino fosse ancora in piedi.
da Governo dell’economia e azione sindacale
Nel paese dei veto players - dove ogni partitino, ogni formazione sociale e, persino, ogni singolo senatore della Repubblica è in grado di paralizzare l’azione di governo - il sindacato fa troppa politica e così perde consenso a Mirafiori.
Viene contestato e subisce la concorrenza dei sindacati autonomi perché ha abbandonato la vocazione delle origini. Nato come potere eversivo -per proteggere i lavoratori dai poteri del datore di lavoro e da un ordine legale ingiusto - il sindacato si è fatto potere costuito.
Il diritto di sciopero politico
ovvero un caso di concorrenza sleale tra partito e sindacato
Nell’opprimente castello di leggi che ci circonda, le competenze sono spesso confuse e i confini incerti. Come quelli tra partiti e sindacati nell’attuale congiuntura politica. Alle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra si contano oltre cinque milioni di aderenti alla CGIL e solo 600 - 650 mila iscritti ai DS. Nel corso della scorsa legislatura l’opposizione al governo di centrodestra è stata guidata dalla Cgil che ha portato in piazza tre milioni di persone contro la modifica dell’art. 18. Ed in quella precedente, la competizione tra la CGIL e il partito della rifondazione comunista (legge o contratto nella disciplina delle 35 ore sulla scorta dell’esperienza francese) ha determinato la fine del governo Prodi.
Zero. Da qualche anno, nell’ordinamento italiano c’è uno sporco piccolo comma che, noncurante della legge morale prima ancora che costituzionale, sostiene l’industria del calcio proprio nel momento in cui tartassa quella culturale. Un comma che si inscrive a pieno titolo tra quelli che compongono quel burocratico castello di leggi che lasciava sgomento Kafka, ai primi del Novecento, e affligge tutti, agli inizi del nuovo secolo.




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