Ripubblico, con infinita tristezza per la scomparsa, una conversazione con il grande Maestro
In un momento in cui i temi del lavoro tornano ad essere centrali, Gino Giugni ci accoglie nel suo studio per una conversazione poco prima della presentazione del suo ultimo libro, “La memoria di un riformista”, in cui ripercorre le tappe salienti della sua vicenda personale e professionale nel contesto della storia politica italiana dell’ultimo mezzo secolo: dall’infanzia sotto il fascismo, alla Resistenza, alla lunga attività di studioso di diritto del lavoro e di intellettuale impegnato in politica, fino ad episodi drammatici come l’attentato subito dalle Brigate rosse.
Pubblico di seguito il video dell’intervento del Prof. Michel Martone al 41° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria di Santa Margherita Ligure
E’ difficile dire se l’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil rappresenti una svolta epocale in grado di concludere il processo di riforma del protocollo del 1993 inaugurato con l’accordo del 22 gennaio 2009. A pochi giorni dalla ratifica da parte del comitato direttivo della Cgil, è però agevole constatare che quest’accordo ha già raggiunto, sia pure indirettamente, un primo importante risultato. Ha infatti concorso, con altri fattori, ad indurre il Tribunale di Torino a dichiarare, con il dispositivo letto all’esito dell’udienza del 16 giugno 2011, la legittimità, anche ai sensi dell’art. 2112 c.c., dell’impianto contrattuale che ha portato alla costituzione da parte della Fiat della newco e conseguentemente a dichiarare l’applicabilità della nuova disciplina, che deroga al ccnl del 2008 in materia di orario di lavoro, assenteismo, pause, turni e organizzazione del lavoro, a tutti i lavoratori dello stabilimento di Pomigliano.
Domenica si gioca la quinta giornata di campionato, ma la minaccia di sciopero resta. Tuttavia, anche la semplice minaccia che continua ad essere agitata dall’Associazione Italiana Calciatori, sembra esagerata. Non tanto perché si vuole negare ai calciatori il diritto di scioperare ma perché le ragioni di quello sciopero appaiono francamente fuori luogo in un momento storico in cui tutti sono chiamati a fare sacrifici per contrastare la più grave crisi economica dai tempi del ’29.Se per le trattative dei metalmeccanici, la globalizzazione gioca infatti a favore delle aziende, perché la Fiat può andare a Tichy ma i lavoratori di Pomigliano no. Per la trattativa dei calciatori, la globalizzazione gioca invece a loro favore, perché se Cannavaro può emigrare a Dubai, la Roma deve giocare nel campionato italiano.
Se, per l’attuale sistema di relazioni industriali, la sottoscrizione dell’accordo separato di Pomigliano ha rappresentato una forte scossa sismica, la decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici, quello sottoscritto anche dalla Fiom il 20 gennaio 2008, rappresenta un vero e proprio terremoto.Un terremoto di cui è difficile valutare gli esiti ma che ci lascia con la certezza che, d’ora in poi, il nostro sistema di relazioni industriali non sarà più lo stesso.
Nonostante le tensioni e le polemiche suscitate dall’accordo di Pomigliano, tutti, anche la Cgil, sono ormai d’accordo sul fatto che nel nostro paese c’è un disperato bisogno di regole sulla democrazia sindacale. Perché non si può affrontare la competizione globale con un sistema di relazioni industriali che, per funzionare, ha bisogno dell’unanimità dei sindacati confederali perché consente alle minoranze di vanificare, con scioperi e contenziosi seriali, le scelte dell’azienda accettate dalla maggioranza dei lavoratori.
Con la sottoscrizione del Protocollo del 22 gennaio 2009, il Governo e le parti sociali hanno posto le basi per traghettare le nostre relazioni industriali nel nuovo millennio, affermando, in particolare, il principio, cd. dell’opting out, in base al quale per scongiurare crisi aziendali, aumentare i livelli occupazionali o attrarre nuovi investimenti, i contratti collettivi aziendali possono derogare ad alcune delle tutele previste dai contratti collettivi nazionali.
Il problema è che il sindacato, o meglio la Cgil schiacciata sulle posizioni della Fiom è fermamente contraria a questo principio. Di fronte alla globalizzazione e allo spietato dumping sociale di cinesi, indiani, brasiliani e tanti altri si arrocca nella difesa di un sistema di relazioni industriali costruito sul contratto collettivo nazionale di categoria contrastando, con scioperi e cause seriali, qualsiasi tentativo di stemperare la novecentesca contrapposizione tra capitale e lavoro in nome di punti di incontro più avanzati e partecipativi che consentano alle imprese di competere sui mercati internazionali.
Pubblico di seguito la sintesi della relazione presentata al convegno UIL - Fondazione Craxi dedicato alle relazioni industriali del 29 settembre 2010.
Il compito è tutt’altro che facile perché il dibattito è stato ricco e ha spaziato dai grandi temi globali ai problemi del nostro sistema di relazioni industriali.
Mi limiterò, dunque, a formulare alcune considerazioni. La prima è che questa crisi, che sta creando tanti problemi al nostro Paese, almeno un pregio l’ha avuto: stiamo ricominciando a parlare di lavoro, di relazioni industriali, di produttività, stiamo cioè tornando a parlare dei temi che hanno fatto la grandezza del nostro sistema industriale, che resta il secondo Paese dell’Unione Europea per manifattura.
Per tornare ad avere una rappresentanza sindacale aziendale nello stabilimento di Pomigliano, senza dover sottoscrivere gli accordi raggiunti dalla Fiat con tutti gli altri sindacati, la Fiom ha scelto di percorrere ancora una volta la via giudiziaria. Ha cioè promosso ricorso direttamente nei confronti delle aziende del gruppo Fiat al fine di obbligarle a rientrare nel sistema di regole sancito dagli accordi del 1993. Più nello specifico, la Fiom ha chiesto ai giudici di accertare ex art. 414 c.p.c: la violazione della disciplina del trasferimento di azienda di cui all’art. 2112 c.c. e conseguentemente di dichiarare l’illegittimità e nullità degli accordi Fiat s.p.a. e oo.ss. del 29 dicembre 2010 e Fabbrica Italia Pomigliano S.p.a. e ooss. del 17 febbraio 2011 nella parte in cui prevedono la costituzione di nuovi rapporti di lavoro tra i dipendenti della Fiat group s.p.a. e la società Fabbrica Italia Pomigliano S.p.a.; ordinare di dare applicazione nello stabilimento di Pomigliano a tutti i contratti e accordi collettivi applicati in epoca precedente al trasferimento di azienda; e quindi dichiarare il diritto della Fiom Cgil di usufruire nello stabilimento di Pomigliano delle prerogative e dei diritti previsti dalle leggi, dagli accordi interconfederali e da altri contratti di categoria.
In corso di pubblicazione su “Colloqui Giuridici sul Lavoro”
La tematica dell’aliunde perceptum e percipiendum investe questioni ad un tempo sostanziali e processuali, rispettivamente riguardanti la natura di norma speciale dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, e, d’altro canto, l’equa distribuzione del peso probatorio tra le parti, costituzionalmente necessaria per evitare che, su una di esse, gravi una probatio veramente diabolica. La dimensione sostanziale del problema muove dalla specialità dell’art. 18 rispetto alla disciplina civilistica, motivata da quelle finalità protettive del lavoratore in nome delle quali il legislatore ha presunto l’esistenza di un danno legato dapprima alla perdita del posto di lavoro e, in un secondo tempo, alla mancata tempestiva reintegrazione.
Oggi all’Auditorium si celebra la nascita di una nuova grande organizzazione rappresentativa delle piccole e medie imprese artigiane a commerciali.
Superando gli steccati ideologici, che non hanno più senso nell’economia globale, le cinque confederazioni, Confcommercio, Confartigianato, Cna, Confesercenti e Casartigiani, hanno deciso di federarsi per dare una voce unitaria a quelle piccole e medie imprese che fanno la grandezza del nostro sistema economico. Certo non si tratta di una organizzazione unitaria ma, di sicuro, è un primo importante passo.
Rete Imprese Italia vanterà il 60% della forza lavoro italiana con più di due milioni di imprese iscritte, il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli sarà il primo vertice della federazione.
Insomma una semplificazione importante per dare forza al nostro sistema economico. Speriamo che funzioni.
Al rientro dalla pausa estiva, le posizioni del Governo e delle parti cosociali restano più o meno le stesse, ma cambia radicalmente il contesto. Arriva la crisi finanziaria che, quasi subito, contagia anche l’economia reale. Si contraggono i consumi e quindi la produzione industriale e, contestualmente, cominciano le richieste di cassa integrazione guadagni straordinaria. Alcuni iniziano a parlare di stagflazione, tutti sono preoccupati per l’evoluzione della situazione. Anche perché, se la crisi ha una portata straordinaria, l’agenda di Governo, come quella dei sindacati, è già fitta di impegni.
Il ritorno del dialogo sociale e la crisi dell’unità confederale
Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.
Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.
Il Riformista. E’ bastata la prima ondata di caldo per far evaporare le speranze riformiste suscitate dal voto del 13 e 14 aprile. E noi, come in un incubo, ci siamo ritrovati nello stesso paese di sempre, con lo sguardo rivolto al passato per paura di affrontare un futuro che non sembra corrispondere alle aspirazioni di un popolo dopato dalla televisione. Lo dimostrano i fatti dell’altro giorno a La Sapienza.
Per modificare la Costituzione del 1948 è necessario seguire le complesse procedure dall’ art. 138 Cost. Le principali forze politiche si dichiarano disponibili, vediamo quanti anni ci vorranno.
Per modificare la “Costituzione” delle relazioni industriali, ovvero il Protocollo del 23 luglio 1993, è invece sufficiente che le parti sociali e il Governo si siedano attorno ad un tavolo e trovino un accordo sulla riforma della democrazia sindacale e della contrattazione collettiva, per far ripartire le retribuzioni cominciando a premiare il merito e la produttività.
Oggi è il primo maggio. E il sindacato confederale ci arriva piuttosto mal messo.
E’ invecchiato, come dimostra l’età media della base associativa e dei delegati. Demodé, perché, come emerge dai sondaggi di opinione condotti tra i giovani, non riesce a comprendere che la festa del lavoro dovrebbe essere la festa dei lavori, precari o flessibili che dir si voglia. Sotto accusa, perché con un fatturato da multinazionale protegge la casta degli scritti e si dimentica dei più deboli. Perdente, perché, come dimostrano i risultati delle elezioni, non riesce più a condizionare il voto nei quartieri popolari. Recessivo, perché in molti casi subisce l’emoraggia degli iscritti verso altri sindacati, come dimostrano i risultati delle elezioni delle rsu di molte grandi aziende.
Tra gli sconfitti delle ultime elezioni, c’è anche il sindacato confederale ed in particolare la Cgil.
Lo prevedeva il libro, fresco di stampa, di Stefano Livadiotti su “l’altra Casta”. Lo dicono chiaramente le analisi dei flussi di voto nei quartieri operai, dalle quali emerge che i confederali hanno perso gran parte della tradizionale capacità di condizionamento del voto politico.
Nel paese dei veto players - dove ogni partitino, ogni formazione sociale e, persino, ogni singolo senatore della Repubblica è in grado di paralizzare l’azione di governo - il sindacato fa troppa politica e così perde consenso a Mirafiori.
Viene contestato e subisce la concorrenza dei sindacati autonomi perché ha abbandonato la vocazione delle origini. Nato come potere eversivo -per proteggere i lavoratori dai poteri del datore di lavoro e da un ordine legale ingiusto - il sindacato si è fatto potere costuito.
Dopo le denuncie di Giavazzi, Gaggi, Alesina e tanti altri dalle pagine del Corriere della Sera e gli intensidibattiti ospitati da Tito Boeri sul sito de La voce.it, la riflessione sulla società bloccata si arricchisce di un nuovo ed importante contributo con questo saggio di Pietro Ichino, pubblicato, nel 2005, da Mondatori e già approdatoalla terza edizione. Condividendo l’assunto che il sistema economico nazionale è un “meccano bloccato”, l’autore si confronta con la delicata questione di come sbloccare almeno le relazioni sindacali, ancora ferme all’assetto delineato dall’accordo concertativo del 1993.
Il diritto di sciopero politico ovvero un caso di concorrenza sleale tra partito e sindacato
Nell’opprimente castello di leggi che ci circonda, le competenze sono spesso confuse e i confini incerti. Come quelli tra partiti e sindacati nell’attuale congiuntura politica. Alle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra si contano oltre cinque milioni di aderenti alla CGIL e solo 600 - 650 mila iscritti ai DS. Nel corso della scorsa legislatura l’opposizione al governo di centrodestra è stata guidata dalla Cgil che ha portato in piazza tre milioni di persone contro la modifica dell’art. 18. Ed in quella precedente, la competizione tra la CGIL e il partito della rifondazione comunista (legge o contratto nella disciplina delle 35 ore sulla scorta dell’esperienza francese) ha determinato la fine del governo Prodi.
Alla ricerca del cambiamento
Dopo quindici anni di impoverimento collettivo, cinque di crescita zero e due di paralisi istituzionale, l'Italia è giunta al capolinea.
Qui potete trovare le mie riflessioni sulla crisi di questo paese bloccato, il labirinto della precarietà, le difficoltà degli outsider, la prepotenza dei veto player, il debito pubblico, la scomparsa del bene comune e altre questioni che compromettono il nostro futuro.
Materiali alternativi, contenuti multimediali e altri spunti alla ricerca del cambiamento.
Chiunque è benvenuto per portare idee e stimolare la riflessione!