Chiose a margine del Welfare dei privati

Per far fronte alla drammatica crisi che ha travolto l’economia globale molti auspicano un ritorno dello Stato nell’economia. E dopo un decennio di privatizzazioni selvagge non ci sarebbe niente di male, anzi.

C’ è però un punto che suscita  alcune perplessità.

Come può uno Stato che produce ingiustizie di ogni tipo (generosi baby pensionamenti per alcuni e pensione a 70 anni per altri) ed è appesantito dai difetti di funzionamento e di efficienza denunciati nel corso degli ultimi anni (da “la casta” ai “rapaci”), costituire una valida risposta ai drammatici problemi che questa crisi sta causando a milioni di persone? Come insegnano Holmes e Sunstein tutti i diritti hanno un costo e lo Stato italiano non è più in grado di pagare perché ha il terzo debito pubblico del mondo.

Ciò non significa che lo Stato non debba svolgere alcun ruolo di fronte alla crisi, anzi deve tornare a svolgere il fondamentale compito di regolatore.

Né tanto meno che le migliaia di persone colpite dalla crisi debbano essere lasciate sole di fronte ai loro problemi. Ma più semplicemente che, per affrontare e risolvere quei problemi, è necessario ricercare soluzioni nuove.

In questa prospettiva, sarebbe particolarmente utile e importante fare ricorso al welfare dei privati, a quello cioè che viene chiamato il terzo settore.

Come dimostra la recente tragedia del terremoto in Abruzzo nella società italiana non è venuta meno la solidarietà. Anzi, essa è iscritta nel DNA degli italiani.

A fini mutualistici, nel XIX° secolo nascevano i sindacati che, quando lo sciopero era ancora un reato, già davano vita alle prime forme di previdenza dei privati, per rispondere, con la forza del gruppo ai bisogni del singolo di cui lo Stato si disinteressava.

Del resto, la solidarietà dei privati trova fondamento e ancoraggio culturale anche nella dottrina cattolica della Chiesa.

Dalla Rerum Novarum di Papa Leone XIII, fino alla Deus Caritas Est di Benedetto XVI la dottrina cattolica ha sempre richiamato, da ultimo anche con il Cardinal Bagnasco, l’importanza della carità cristiana esortando ciascuno a riscoprire quel senso di prossimità verso quelli della “porta accanto”, per “identificare il bisogno e provare a rispondervi”.

Questo senso di prossimità o mutualità, a seconda della prospettive, ha un formidabile radicamento nella cultura italiana e dovrebbe essere posto alla base di un nuovo welfare per accordare protezione ai  bisogni e alle  necessità di quanti non possono più essere protetti da quello statale.

In questa prospettiva è preziosa la lettura del recente libro di Emmanuele Emanuele, “Il terzo pilastro. Il non profit motore del nuovo welfare“, E.S.I., 2008, dove si indaga la necessità di una “progressiva sostituzione del privato non profit allo Stato nei campi in cui la dilatazione dei bisogni rende il ruolo di questo inadeguato per carenza di mezzi, consentendo di alleggerire l’onere pubblico complessivo”.

Un suggerimento che deve essere raccolto e valorizzato anzitutto dall’ordinamento statale, perché se è indubbio che la crisi ha travolto la vita delle persone, è altrettanto vero che tanti italiani sono pronti a mostrarsi solidali.

Per questo oggi il welfare statale  non deve vergognarsi di chiedere aiuto ai privati, ma, anzi, deve trovare le risorse per incentivare e premiare con sgravi fiscali e contributivi oltre il 5 per mille quelli che sono pronti a impegnare il loro tempo, le loro energie e i loro averi per dare aiuto ai più bisognosi.

Perché solamente da nuove combinazioni tra pubblico e privato il nostro sistema di Welfare potrà provvedere a quella liberazione dal bisogno che l’art. 38, quarto comma della Costituzione promette a tutti gli italiani. Anche ai giovani, le donne, i precari, i mutuatari e a tutti gli altri che in questo difficile anno sono stati travolti dalla crisi economica, dal terremoto o da entrambi.


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