Perchè sono favorevole all’art. 8

 

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di sabato 20 agosto 2011

La crisi di questi giorni e la fredda accoglienza riservata dai mercati finanziari ai provvedimenti preannunciati dai leader del mondo occidentale, stanno rendendo evidente a tutti che, quando le economie non crescono, i debiti pubblici inghiottono gli stati e con essi i diritti dei cittadini. Prese in ostaggio dalla speculazione internazionale a causa dei troppi debiti contratti nel corso degli ultimi decenni da politici alla ricerca di facili consensi, le democrazie occidentali non ce la fanno più. Non hanno più risorse per contrastare la crisi del debito. Anche perchè quelle che c’erano sono state utilizzate per salvare dalla crisi del 2008 quel sistema finanziario che ora sta speculando contro i debiti pubblici. Così gli stati non riescono più ad assolvere ai tanti compiti che avevano assunto nel corso del Novecento, il secolo dello “Stato sociale”, e non riescono più a finanziare adeguatamente le pensioni, l’occupazione, l’assistenza, la sanità, l’università e più in generale quella ripresa economica che sarebbe indispensabile per dare risposta alle crescenti necessità dei cittadini. Anzi, gli apparati statali diventano un problema per i cittadini perchè, per risanare quei debiti, i politici sono costretti ad aumentare la pressione fiscale e a ridurre i servizi pubblici. Come sta accadendo in Italia e, a ben vedere, in tutte le grandi democrazie, dall’America, alla Francia, all’Inghilterra, per non parlare di Spagna, Irlanda, Grecia o Portogallo. Per questo, è auspicabile che nei prossimi anni gli stati si ridimensionino e comincino a fare “di meno ma meglio” , prima che li costringa la speculazione internazionale. Per risparmiare risorse ed evitare sprechi di denaro pubblico che non sono più tollerabili, ma anche per lasciare ai corpi sociali, e più in generale a tutta la società, lo spazio necessario ad organizzarsi per assicurare quei diritti che la legge non è più in grado di garantire. Si tratta di una tendenza ineludibile nei paesi ad elevato debito pubblico. E’ in atto già da tempo nei paesi anglosassoni e deve essere percorsa con maggior forza anche in Italia, nei rapporti tra Stato e Regioni, attraverso il federalismo, ma anche in quelli con i corpi sociali, in ossequio al principio della sussidiarietà. Di fronte al rischio di default, c’è bisogno di un nuovo protagonismo delle parti sociali nel settore della sanità, come in quello della previdenza o in quello delle relazioni industriali. Non per difendere interessi corporativi e richiedere a chi tiene i cordoni della borsa risorse che non ci sono più, come avveniva nel secolo scorso, ma per ricercare per tempo nuovi e più avanzati punti di incontro tra pubblico e privato, in grado di coniugare le ragioni della crescita economica con la tutela dei diritti dei cittadini. Una scommessa impegnativa che, con la manovra presentata in questi giorni, è stata lanciata anche nelle relazioni industriali con una disposizione che favorisce gli accordi “di prossimità”  e per questa via chiama il sindacato ad assumersi nuove e delicate responsabilità per promuovere la produttività delle aziende e la crescita economica. Sulla scorta dell’esperienza Fiat e di quanto stabilito con le parti sociali nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011, con questa disposizione la legge, preso atto della necessità di aumentare la produttività delle aziende, affida ai sindacati, aziendali o territoriali che poi sono quelli maggiormente vicini ai lavoratori, il potere di sottoscrivere contratti che, per ottenere maggiore occupazione, emersione di lavoro nero, aumenti salariali, cessazione di crisi aziendali, disciplinino materie fino a quel momento regolate dalla legge o dal contratto collettivo nazionale, persino nella delicata materia dell’art. 18. Per questa via il sindacato aziendale o territoriale diviene un fattore di competitività dell’azienda, perchè può ricercare con l’imprese punti di incontro nuovi e più avanzati, rispetto alla disciplina legislativa, in grado di migliorare la produttività dell’azienda e la tutela dei lavoratori. Se c’è un contratto di prossimità sottoscritto dalla maggioranza la nuova disciplina si applica tutti i lavoratori dell’azienda, se il contratto non c’è si applica la legge o il contratto collettivo nazionale. Certo per questa via i lavoratori delle grandi aziende, gli insider, potrebbero rischiare di perdere alcuni diritti derivanti dalla legge o dai contratti collettivi nazionali, ma per la stessa via, molti altri lavoratori, magari precari, potrebbero ottenere la stabilizzazione o i premi di risultato. Giudice ultimo sarà il sindacato chiamato a valutare di volta in volta la congruità dell’impianto legislativo ad assicurare la produttività delle imprese. Non si tratta della “destrutturazione” definitiva del diritto del lavoro ma della realistica presa d’atto del fatto che, nell’epoca globale, lo Stato non può risolvere tutti i problemi, a cominciare da quelli della crescita economica, perchè non c’è riuscito in tutti questi anni come dimostra il terzo debito pubblico del mondo. Anche per questo è necessario ridurre il perimetro dell’azione statale prima che questo venga brutalmente ridotto dalla speculazione internazionale. Se facciamo dipendere i diritti solo dalla legge e dal bilancio statale il rischio è che ben presto non ci siano più le risorse necessarie a finanziarli.

Commenti


  • Gentile Professore Martone,

    L’art. 8 del Decreto rappresenta un oltraggio alla tutela dei diritti dei lavoratori.

    Infatti, non è in gioco questa o quella legge protettiva, ma lo sono tutte, ovvero l’intero diritto del lavoro, perché l’art. 8 consente ai contratti aziendali (o territoriali) di derogare non solo ai contratti collettivi nazionali, ma – e questo è davvero enorme – anche ai disposti di legge.

    Si tratta di un vero tentativo di eversione dell’ordinamento, ed in specifico del principio fondante di gerarchia delle fonti del diritto, che da sempre prevede la prevalenza della legge sul contratto individuale e collettivo, e, in materia di lavoro, che le leggi siano inderogabili, perché i lavoratori siano protetti anche contro sé stessi, contro la loro debolezza e ricattabilità. Proprio questo, invece, la norma consente che ogni datore di lavoro possa eliminare una, più di una o tutte le tutele legislative dei suoi dipendenti (a cominciare, ovviamente, da quella contro i licenziamenti ingiustificati) solo concordandolo con un sindacalista locale, ricattabile o corruttibile o comunque “comprensivo”.

    In questo modo si seminano caos e ingiustizia perché il mondo del lavoro diverrebbe una merce di scambio a seconda che il rappresentante sindacale aziendale sia “rigido” o “cedevole” e si sparge altresì il seme della discordia civile, perché le reazioni degli interessati contro la svendita “al minuto” a livello aziendale dei loro diritti potrebbero divenire incontrollabili.

    L’art. 8 non puo’avviare una riforma in senso liberista del diritto del lavoro risolvendo il problema della precarietà.

    Non sono d’accordo riguardo alla sua affermazione:
    “lo Stato non può risolvere tutti i problemi, a cominciare da quelli della crescita economica, perchè non c’è riuscito in tutti questi anni come dimostra il terzo debito pubblico del mondo”.
    Ritengo che lo Stato di diritto riconosce e tutela i diritti e le libertà fondamentali degli individui ed è il primo interlocutore a porre risoluzioni.

    Non si può esentare le responsabilità dello Stato dicendo “Se facciamo dipendere i diritti solo dalla legge e dal bilancio statale il rischio è che ben presto non ci siano più le risorse necessarie a finanziarli”.

    Il problema è costituito da una politica redistributiva iniqua dove le risorse sono state allocate a favore di lobby intente alla tutela del proprio interesse a discapito dell’interesse collettivo.

    Cordialmente

    Concetta Ferranti

  • Questo suo vergognoso articolo e la sua nomina a vice-ministro del Lavoro fa capire a chi ancora non l’aveva capito da che parte stia il governo monti, dalla parte dei padroni.

    Non si agiti cosi’ tanto per le proteste viste finora perche’ ne vedra’ di ben piu’ grandi e determinate.

  • Caro Professore,
    Le rivolgo una domanda: ma Lei crede veramente che, in un contesto come quello italiano, dove la filosofia dell’imprenditore medio è il profitto personale, togliendo le tutele ai lavoratori e di fatto precarizzando chi ha un lavoro stabile e non stabilizzando la forza lavoro precaria si possa fare un passo avanti verso la crescita economica?
    Non me ne voglia ma a volte penso che la categoria dei giuslavoristi parli di un mondo che non c’è. Di un mondo ideale dove l’impresa italiana non abbia come obiettivo minimizzare i costi e massimizzare i profitti a qualsiasi costo.
    A volte penso che ci siamo dimentica troppo presto dei famosi anni 70, delle proteste e degli scioperi fatti per tutelare il lavoro.
    Io capisco che se un’azienda è in crisi deve avere spazio di manovra in merito alla flessibilità, ma chi controlla che l’azienda è veramente in crisi in un paese dove il falso in bilancio non è reato?
    Grazie e buon lavoro per il suo nuovo incarico.

  • Ci spiega il ruolo di suo padre nell’inchiesta sulla P3 e sulle tangenti legate all’eolico? Grazie…attendiamo fiduciosi

  • Buongiorno Professore,
    Le rivolgo una domanda alla quale spero di avere risposta. Le chiedo se davvero, a Suo avviso, il modo ottimale per uscire dalla crisi dell’Euro e dalla crisi italiana sia aumentare la produttività delle imprese .. ha mai sentito parlare della decrescita? e se sì, cosa ne pensa?
    La ringrazio.
    Francesca Borsa

  • Concordo di massima quanto esposto da Concetta, a sostegno, in qualità di operatore e non di legislatore e professore che i contratti di 2° livello e la loro pratica scarsissima introduzione nelle aziende, salvo appunto pochissime realtà aziendali, non ha fatto altro che introdurre dei benefici ai datori di lavoro che hanno saltato gli aumenti retributivi secondo i vecchi criteri dei contratti collettivi nazionali di lavoro dopo il già avvenuto accordo del 93 se ricordo, tra sindacati e datori di lavoro, che bloccò di fatto l’indennità di contingenza ed il potere di acquisto dei lavoratori ad esclusivo beneficio delle aziende, soprattutto di quel tipo di azienda di cui parla concetta, tesa solo alla difesa ed interesse del profitto personale e di lobby, di corporazione, che non hanno prodotto in cambio nè crescita produttiva, nè crescita di lavoro..consiglierei di lavorare nei tessuti privati veri della nazione..consentirebbe di fare meno i teorici professori..questo vale anche per i teorici legislatori, politici e sindacalisti, grazie

  • Se non facciamo dipendere i diritti dalla Legge dello Stato, i diritti saranno vittime della Legge del Più Forte.

    Così sta accadendo ai cosiddetti “mercati” che, lasciati liberi da qualsiasi vincolo stanno soccombendo alle bordate dei grandi speculatori internazionali. Non servono “manovre economiche” per fermarli, servono LEGGI che ne impediscano l’azione.

    Lei, vice ministro della Repubblica Italiana, si dovrebbe vergognare a scrivere che è necessario “risparmiare risorse” sullo “stato sociale”.
    Se il welfare pubblico non funziona (o se si fa finta che non funzioni, visto che il ramo pensioni dell’INPS è in attivo…) non è perché non serve. Il fatto che le pensioni sostengano la VITA della persone anziane e che gli ospedali SALVINO la VITA dei cittadini è un SEGNO DI CIVILTA’, non l’effetto di uno stato paternalistico.
    Dove l’economia di questi enti va a rotoli, spesso la causa non sono le inefficienze di chi ci lavora ma le penose capacità (quando non l’avidità) di chi li amministra e li dirige.

    L’idea che i privati debbano occuparsi del bene pubblico è una idea intrinsecamente sbagliata perché fa collidere la necessità di profitto con la gratuità di un servizio.

    Ma di idee balorde ne ha parecchie, leggo, come quella che un sindacato aziendale sia preferibile ad uno nazionale. Potrei essere d’accordo SOLO nel caso in cui il sindacato aziendale sedesse nel CDA con possibilità di veto perché l’alternativa è (come in Fiat oggi) un sindacato totalmente sottomesso ai ricatti dell’azienda.

    Esiste un’altra visione, per fortuna,quella della nostra Costituzione.
    Quella di una Italia in cui il Lavoro è il fondamento della Repubblica, in cui i poteri sono bilanciati (soprattutto quando possono essere contrapposti), in cui c’è libertà di espressione e in cui la Legge dello Stato TUTELA i soggetti più deboli.
    Perché l’alternativa sarebbe uno “Stato dei Forti”, ma non sarebbe di certo democratica.

  • sono d’accordissimo con te Michel, e sei la nomina che più mi ha reso felice.
    I post delle persone qui mostrano una serie di paure che non sono fondate nei fatti ma solo in supposte intenzioni di demonizzati padroni e società.
    Io credo nel creare circoli virtuosi, non nel controllo assoluto, onde evitare vizi, poichè il controllo non funzionerà mai e creerà altre storture come abbiamo ora.
    La cosa che più mi preoccupa è la scarsa fiducia nella gente e nei lavoratori che questa paura mostra, e nei preconcetti negativissimi nei confronti dei datori di lavoro.
    Io ritengo che, se uno non vuole fare il lavoratore nel libero mercato perchè pensa che sarà sfruttato, può sempre mettere su un’azienda/cooperativa etc per conto suo. Se i sindacati vogliono avere diritto di veto, facciano loro gli imprenditori, rischino il loro capitale e il loro lavoro, e vietino.
    Un imprenditopre ha diritto di scegliere la linea di condotta della sua azienda, e solo se riceve benefici dallo stato (es finanziamenti pubblici) deve avere vincoli (es mantenere i dipendenti per alcuni anni), ma non è accettabile una forte interferenza dello stato quale ora, in materie relative alla vita delle persone che queste possono contrattare individualmente o al massimo con sindacati aziendali.
    Lo stato iper regolamentatore e i sindacati sono retaggio del passato e di altri tempi e rapporti e mercati, chi li vuole ancora è solo un personaggio anacronistico scollegato dalla realtà e solo pieno di paura del cambiamento e della gente.

  • Gentile Alessandra,
    in base a quello Lei dice l’imprenditore deve avere etica e buon senso….nel resto del mondo forse è così. In Italia succede qualcosa di diverso. Troppi sono disonesti (altrimenti non si spiega come mai 120.000.000.000 di euro di tasse evase), che pagano i dipendenti 50% in busta pagae e 50% in nero, pagano gli straordinari a 1 euro all’ora, non danno la liquidazione quando licenziano, e se per caso una sera non ti puoi fermare per fare straordinari di dicono “sei fortunato che non ti posso lasciare a casa”…..Prima di cambiare il famoso articolo 18 dello Statuto forse è meglio cambiare la classe dirigente e manageriale in Italia, piena di gente come Verdini e compagni. Poi parliamo di modificare le norme che tutelano il lavoratore dipendente.
    Lo ripeto, i giuslavoristi che pontificano in materia di lavoro non sanno minimamente cosa vuol dire andare a lavorare sotto padrone, o sotto un capo che ne sa meno di te e ha paura che tu possa portagli via il posto e allora fa di tutto per ostacolarti. A gente così metta in mano lo strumento del licenziamento libero e poi vediamo se progrediamo e torniamo indietro di 40 anni.
    Io faccio il sindacalista in azienda, mi confronto spesso con dirigenti e colleghi sui problemi e vi assicuro che si sbaglia da tutte e due le parti, anche io commetto errori, però chi soccombe sono sempre e solo i più deboli.
    Cara Alessandra, ripeto la classe dirigente e manageriale deve cambiare rotta, gli imprenditori devono capire che chi lavora in azienda non è un costo ma è una parte importante e che contribuisce a far funzinare il sistema Italia.
    Da quello che ha scritto capisco che Lei non ha minimamente l’idea di cosa vuol dire essere un lavoratore dipendente che con il suo stipendio, magari di 1200 euro al mese deve mantenere 4 persone. Probabilmente perchè Lei sta dall’altra parte.
    Le auguro buona giornata.
    Mauro

  • E’ facile fare il professore quando sei un figlio di papà viziato. Lei rappresenta tutto quello che di marcio, sbagliato ed antidemocratico c’è in italia. Lei è lo specchio di questo paese.

    Se fosse stato figlio di un operaio lei ora sarebbe in un call center ad 800 euro al mese. Invece grazie alle raccomandazioni del papi è riuscito a fare l’arrampicatore sociale e si ritrova ministro.

    Senza le conoscenze lei sarebbe un idiota qualsiasi. Anzi lei è un idiota qualsiasi.

  • Salve,
    prima di dire che per diminuire il deficit dello Stato occorre precarizzare e flessibilizzare il più possibile i lavoratori, sarebbe opportuno dare la propria opinione su cosa lei intenda per EVASORE FISCALE, la vorrei conoscere sia come opinione personale che da viceministro. Detto questo, come correttamente riportato dal Sig. Mauro, vorrei che lei ci spiegasse come hanno fatto i lavoratori a creare il deficit statale (perchè sembrerebbe leggendo lei ed altri liberisti, che i colpevoli sono loro\noi..) e invece non siano stati quelli che RUBANO (e hanno rubato..soprattutto dagli anni 80 Craxianiin poi..)allo Stato Italiano ogni anno dai 120 ai 200 miliardi di euro con l’elusione ed evasione fiscale. Ultima battuta, l’emersione di lavoro nero che dovrebbe essere ottenuto, secondo lei, con i contratti di prossimità.. Visto che si tratta di ILLEGALITA’, è chiedere troppo ad uno Stato a cui pago le tasse e che ha la percentuale più alta di tutti i paesi europei di forze dell’ordine per cittadino, di occuparsene nel modo più INFLESSIBILE possibile?
    Saluti
    Leonardo

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