Diario sindacale di un anno terribile (vol.3): un’azienda ostaggio dei veto player

Segue da “Il governo ostaggio dei veto player” e “La crisi dell’unità confederale

Al rientro dalla pausa estiva, le posizioni del Governo e delle parti cosociali restano più o meno le stesse, ma cambia radicalmente il contesto. Arriva la crisi finanziaria che, quasi subito, contagia anche l’economia reale. Si contraggono i consumi e quindi la produzione industriale e, contestualmente, cominciano le richieste di cassa integrazione guadagni straordinaria. Alcuni iniziano a parlare di stagflazione, tutti sono preoccupati per l’evoluzione della situazione. Anche perché, se la crisi ha una portata straordinaria, l’agenda di Governo, come quella dei sindacati, è già fitta di impegni.

Ci sono tutte le trattative avviate prima della pausa estiva, come quella sulla riforma del modello contrattuale privato e quella del pubblico impiego, e quelle che devono essere prontamente avviate per dare seguito alla manovra economico finanziaria, come nel caso della riforma della scuola, o ancora quelle relative alla privatizzazione di Alitalia. Il Governo decide di procedere su tutti i fronti e i sindacati, compresa l’Ugl convocata a tutti i tavoli, partecipano al confronto. Anche la Cgil che però opta per una diversa tattica, partecipa a tutti i tavoli ma distingue le posizioni. Dialogante sulla riforma della contrattazione collettiva e sulla vicenda Alitalia, assume posizioni più dure sulla riforma del pubblico impiego e della scuola. Si avviano così i diversi tavoli di confronto ma, seppure i sindacati hanno presentato un avviso comune sulla riforma degli assetti contrattuali, la democrazia e la rappresentatività sindacale, ben presto la vicenda Alitalia monopolizza l’attenzione di tutti.

I fondi del prestito ponte di 300 milioni di € ad Alitalia, varato dal Governo, si stanno, infatti, esaurendo e c’è una cordata di imprenditori italiani, riuniti nella Compaginia Aerea Italiana, che si dichiarano disponibili all’acquisto. Ma solo a condizione di raggiungere l’accordo con i sindacati. Si apre così una trattativa che merita particolare attenzione perché produce gravi fratture all’interno del fronte sindacale ed è sintomatica di molti dei mali che affliggono le nostre relazioni industriali.

Come diviene evidente dopo le prime agitazioni, l’Alitalia è ostaggio dei tanti veto player sindacali. Mentre in molte aziende manca il sindacato, tant’è che nel paese non si riesce a far decollare quella contrattazione collettiva aziendale che dovrebbe far aumentare le retribuzioni collegandole al risultato, in Alitalia ci sono almeno dieci sindacati e si applicano ben tre diversi contratti collettivi aziendali di categoria. Quello del personale di terra, quello degli assistenti di volo e quello dei piloti.

Lo percepisce anche l’opinione pubblica, questa straordinaria proliferazione sindacal – contrattuale dipende dal fatto che le categorie hanno un peso contrattuale eccessivo. Perché ogni volta che sciopera una categoria è come se scioperassero tutti i lavoratori dell’azienda per la semplice ragione che, se sciopera il personale di terra, gli aerei non decollano.

Grazie a questo potere di veto “rinforzato” ogni categoria, di rinnovo in rinnovo, è riuscita ad ottenere privilegi sempre maggiori, per i lavoratori aderenti ma soprattutto per gli stessi sindacalisti, in termini di permessi retribuiti, distacchi e cogestione delle progressioni di carriera e dei turni di lavoro. Privilegi che hanno poi consentito ai principali sindacati di entrare a far parte di un sistema di potere nel quale ciascuno riteneva di poter bloccare i piani di risanamento come le operazioni di privatizzazione.

E così, quando la Cai richiede ai sindacati di approvare un piano industriale e un accordo quadro nel quale accettano il passaggio al contratto collettivo aziendale unico, la trattativa si complica. I sindacati confederali accettano questa impostazione. La Cgil, che in un primo momento aveva approvato, si unisce, invece, ai sindacati di mestiere che non vogliono rinunciare al contratto aziendale di categoria. La trattativa sembra destinata al fallimento perché, a queste condizioni, la Cai non è disponibile a fare la propria offerta per l’acquisto della società. Ancora una volta i sindacati hanno fatto ricorso al loro potere di veto. E questa volta rischiano di condannare i lavoratori dell’Alitalia al fallimento.

Con questo timore, la Cgil, anche a causa delle pressioni politiche, torna sui propri passi, ottiene alcune concessioni e sottoscrive l’accordo quadro trascinando con sé anche i sindacati di mestiere che accettano il passaggio al contratto unico. Un contratto che, sul finire del mese di ottobre, verrà sottoscritto da tutti i sindacati confederali, ma non dai sindacati di mestiere, e porterà la Cai a presentare comunque l’offerta di acquisto al Commissario Straordinario del Governo.

Le riforme mancate e la crisi economica

La vicenda Alitalia lascia i propri segni anche nell’opinione pubblica. La positiva soluzione della trattativa, se evita il fallimento della compagnia di bandiera, dimostra, come sottolinea Pietro Ichino, tutti i limiti di un ordinamento intersindacale che i Governi e le parti sociali non sono riusciti a riformare neanche nel corso del 2008. Eppure, come hanno dimostrato le considerazioni sin qui svolte, quell’ ordinamento, a quarant’anni dall’emanazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori e a quindici dal protocollo del 1993, ha urgente bisogno di una messa a punto. Serve una legge sulla  rappresentanza dei lavoratori, per ovviare alla mancanza di democrazia sindacale che affligge le relazioni industriali nostrane. Ma anche una accordo interconfederale che incida sul rapporto tra contrattazione collettiva nazionale e contrattazione collettiva aziendale o territoriale. E analoghe considerazioni valgono per una modifica della legge sullo sciopero dei servizi pubblici essenziali che, tramite il referendum preventivo, impedisca alle minoranze di paralizzare intere aziende, come preannunciato dal Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi.

Insomma un ordinamento intersindacale lento e farraginoso. Con troppi contratti collettivi nazionali, spesso scaduti, troppo pochi contratti collettivi aziendali e troppi scioperi in settori nevralgici. Un ordinamento che tutti vorrebbero riformare ma che nessuno riesce ad intaccare perché è ostaggio dei troppi veto player che ha fatto prosperare in questi anni.

Anche perché nel frattempo le relazioni sindacali vengono ulteriormente turbate dalla protesta degli studenti contro i tagli alla Scuola e all’Università previsti nella manovra economica. Una protesta che sembra un ’68, unisce i sindacati nell’opposizione al cd. Decreto Gelmini, ma non basta a risanare le fratture nel frattempo emerse sul versante della riforma contrattuale. Quando la Confindustria “traina” CISL e UIL verso un accordo al quale rimane estranea la CGIL.

L’accordo potenzia il decentramento contrattuale, prevedendo l’istituzione, nei contratti collettivi di secondo livello, di premi variabili, calcolati sulla base degli incrementi di qualità, produttività, redditività e competitività; prevede inoltre l’abbandono del riferimento al tasso di inflazione programmata in favore di un nuovo indicatore previsionale per l’adeguamento delle retribuzioni all’aumento del costo della vita, non più legato ad una  determinazione unilaterale del Governo, ma più realisticamente parametrato all’Indice Previsionale Armonizzato Europeo; inoltre dispone una copertura economica per i nuovi contratti dalla data di scadenza dei precedenti.

Purtroppo, però, l’accordo è monco. Ancora una volta manca la CGIL, che gradualmente scivola verso posizioni sempre più dure.
Un’opposizione che la porta a distanziarsi ulteriormente dalla Cisl e dalla Uil, come testimonia sul finire di ottobre, l’abbandono, da parte della Cgil di un altro dei tavoli che nel frattempo era stato aperto, quello del rinnovo dei contratti collettivi del pubblico impiego, che vengono sottoscritti da Cisl e Uil.

E così, al momento della pubblicazione, si può dire che il 2008 è stato un anno intenso ma non particolarmente fortunato per il sindacato e la concertazione. Nonostante le continue trattative, il sindacato confederale è sempre più diviso e mancano tutti gli accordi propedeutici a quelle riforme che avrebbero dovuto ammodernare le nostre relazioni industriali che ora sono chiamate ad affrontare, con un apparato normativo che risale, in buona parte, agli anni ’70, “la più grave recessione economica dalla crisi del ‘29”.

Commenti


  • Il sindacato, in particolare la CGIL, è affetto da un disturbo borderline. Patologia che se in determinati momenti ha consentito alla libertà sindacale di sopravvivere ad ordinamenti avversi,in fasi cruciali come quella attuale rischia di essere devastante. Il caso Alitalia prima, e la crisi finanziaria poi, hanno infatti dimostrato che il gioco del no “a prescindere” sia un arma troppo pericolosa quando migliaia di lavoratori riempiono le piazze e rimangono a tasche vuote.
    Certo altri applaudono al loro funerale ( mi riferisco ai lavoratori di Alitalia felici del ritiro della proposta CAI), altri ancora preferiscono fare penose comparsate in tv…ma questa è un’altra storia.
    Dunque da un lato 0 regole, dall’altro la stupidità di CGIL di cedere alle provocazioni del Governo che ha applicato la regola più banale per fiaccare l’interlocutore:dividere…la CGIL è caduta nel tranello con tutte le scarpe..rotte.
    Ciò che serve ora è la responsabilità a tutti i livelli.
    marta ferrara

  • concordo. scrissi una cosa simile ma di più basso profilo tempo fa.
    http://www.i-com.it/documentiPubblicazioni/188.pdf

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