E’ meglio la cultura del ‘risultato’ o della ‘produttività’?

merito.jpgNell’epoca del bipolarismo dialogante le parole diventano importanti perché, abbandonate le ingombranti ideologie e gli sterili e urlanti dibattiti televisivi da Seconda Repubblica, maggioranza e opposizione sembrano volersi confrontare pacatamente sui problemi; per dare risposte agli italiani sulla casa, sui mutui, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla precarietà, sui rifiuti, sull’aumento del costo della vita e l’impoverimento delle retribuzioni e sulle tante altre questioni che compromettono il futuro di questo paese bloccato.

Così, si affermano nuove parole d’ordine che contrassegnano le proposte di riforma di entrambi gli schieramenti. Basta guardare la questione salariale. Tutti sono d’accordo sul fatto che vanno aumentate le retribuzioni riducendo le tasse e premiando il merito, ma poi, quando si entra nel vivo delle proposte, ci si accorge che il mondo del lavoro già si sta dividendo tra quanti, al Governo oggi, sostengono la cultura del “risultato” e quanti, nel corso della scorsa legislatura, hanno incentivato quella della “produttività”. Mi spiego meglio. Già nel Protocollo sul Welfare dello scorso anno c’erano alcune importanti misure che incentivavano fiscalmente e contributivamente gli aumenti salariali, ma solamente quelli legati alla produttività aziendale e concordati, attraverso i contratti collettivi aziendali, con i sindacati. Una scelta, d’ispirazione un tantino ugualitarista, che ridistribuiva, secondo le direttive sindacali, gli incrementi di produttività dell’azienda a tutti i lavoratori, senza distinzioni tra pigri e meritevoli. Ed infatti, non venivano incentivati gli aumenti retributivi concessi direttamente dal datore di lavoro al lavoratore, considerati segni di “paternalismo” .

Nel corso del primo Consiglio dei Ministri a Napoli, il Governo di centrodestra ha invece fatto una scelta, almeno in parte, diversa, a favore di quella che potremmo chiamare la cultura del “risultato”. Con l’articolato normativo presentato in questi giorni, è stato potenziato l’incentivo fiscale sui premi di produttività concordati con i sindacati, che però è stato esteso anche ai compensi per il lavoro straordinario, per quello supplementare e, sembrerebbe, agli aumenti concessi direttamente dal datore di lavoro al lavoratore in relazione ad “incrementi” di “efficienza organizzativa”, “competitività” e “redditività” dell’azienda. Segno di una diversa filosofia che mira ad incentivare tutti gli aumenti retributivi, quelli concordati a livello collettivo e quelli definiti individualmente, al fine di favorire la differenziazione retributiva tra meritevoli e fannulloni.

Si tratta di una distinzione di non poco conto. Perché dietro alla cultura della produttività, fatta propria dal Governo Prodi, si annida il sostegno al sindacato ed in particolare a Cigl, Cisl e Uil, mentre la cultura del “risultato”, che sembra affermarsi sotto l’egida del Berlusconi IV, mira a premiare chi lavora di più, facendo gli straordinari, oppure meritando una gratifica del datore di lavoro.

Parole diverse che designano culture contrapposte e che, nei prossimi mesi, saranno al centro del dibattito politico. Perché i datori di lavoro, per sfruttare i benefici della legge, dovranno scegliere se puntare sui premi di risultato concordati a livello individuale, oppure scommettere sul sindacato e quindi sui premi di produttività. I sindacati, a loro volta, dovranno scegliere se opporsi ai premi individuali oppure impegnarsi per dimostrare, attraverso contratti collettivi aziendali di “nuova generazione”, che il sindacato può essere motore di sviluppo, come ad esempio dimostrano le esperienze tedesche di cogestione. Il partito democratico dovrà scegliere se sposare la nuova cultura del risultato, digerendo l’incentivazione degli straordinari e dei premi individuali per mantenere l’incentivo ai premi di produttività. Il Governo, infine, dovrà interrogarsi sull’opportunità di mantenere o modificare il provvedimento, che è provvisorio e scadrà a dicembre.

E voi cosa preferite, la cultura della “produttività” o quella del “risultato”?


Commenti


  • Il discorso parte sempre dall’era della globalizzazione e dalla situazione contingente della produttività delle imprese italiane. Bisogna quindi coniugare il tutto tra il profitto d’impresa, il mercato e il bisogno dei lavoratori. La difficoltà maggiore è proprio quella del lavoro nelle grandi imprese multinazionali o che hanno un legame con il territorio solo dal punto di vista produttivo casuale o determinato da incentivazioni di tipo fiscale; si pensi ai fondi europei. Infatti proprio in queste realtà dove la professionalità del dipendente è di minor rilievo per l’organizzazione a catena di montaggio e la produttività parametrata sui grandi numeri, è difficile proporre un sitema alternativo alla ugualitarizzzazione dei salari e non un sistema che premi il singolo con le sue conoscenze, il suo impegno e il suo saper fare oltre la media. Sarebbe quindi da pensare in queste circostanze come lavoro di squadra il raggiungimento di obiettivi produttivi parametrati agli standard qualitativi dell’impresa. In altre realtà delll’eccellenza del prodotto dove sempre più si punta, per l’accaparrarsi i nuovi mercati determinati dai “nuovi ricchi”, è oltre modo pensabile, ad un’introduzione dell’ aumento dei salari in base a risultati d’impresa. Il problema è sulla modalità della richiesta sedeve essere fatta dai sindacati, sicuramente nella prima realtà, o dagli stessi lavoratori nalla seconda realtà.

  • Mi sento di rispondere alla stimolante domanda: “cultura della produttività o di risultato?”
    Sto scrivendo una tesi che tratta proprio di questo problema. Rovistando tra articoli, monuali, siti Internet, sentenze devo dire che la risposta degli autori non è unanime. E’ ancora troppo diffusa, infatti, un’ideologia ereditata dai movimenti del ’68, che si preoccupa di proteggere quanti lavorano, non distinguendo affatto tra chi merita e chi non merita. I sindacati, in particolare, sono sempre restii ad assecondare alternative ai tradizionali sistemi di remunerazione dell’attività lavorativa, convinti che si possa e si debba avere una politica di tutele ritagliata sul modello del lavoratore della fabbrica fordista.
    A mio avviso, anche alla luce delle ultime novità proposte del Governo, è giusta una visione meritocratica fondata sulla cultura del “risultato”. Questo permetterebbe di attivare un circolo virtuoso partendo dagli stessi lavoratori che riceverenno di più in corrispondenza di un loro maggior impegno. I “fannulloni” saranno spinti ad abbandonare la loro visione opportunistica. Le imprese miglioreranno la propria produzione. L’intera economia del Paese ne gioverà in termini di costi, concorrenza e qualità dei prodotti.
    Chiaramente ciò è applicabile anche nel settore pubblico, anzi, soprattutto in questo settore dove,com’è noto, si annida la maggioranza dei “fannulloni”.

  • Se la cultura della “produttività” implica egualitarismo ingiusto, ridistribuzione a pioggia, allora no; l’ uguaglianza deve riguardare il punto di partenza, non quello di arrivo, che va determinato in base al principio meritocratico.
    Non mi convince tanto la decisione di detassare gli straordinarii, o meglio, non mi sembra la soluzione migliore; forse, ed è una battaglia culturale prima di tutto, bisogna migliorare la prestazione lavorativa, a parità di tempo. Andare verso la cultura del “risultato”, appunto; per premiare chi si impegna, i meritevoli. E questo non vuol dire individualismo (che non ci piace!), ma semplicemente una differenziazione retributiva in base al merito (mentre i fannulloni vanno proprio allontanati).
    Inoltre, bisogna ridurre il peso dell’anzianità di servizio ai fini delle progressioni professionali; e questo non vuol dire conflitto generazionale, ma si tratta di buon senso, perché non si sta dicendo di eliminare questo fattore, ma di non considerare solo esso, per dare spazio alla meritocrazia.
    Lo so che queste sono idee elementari, ma so anche che dobbiamo tentare di diffonderle nella mentalità, nella cultura della nostra gente, perché, se sono condivise da tutti, possiamo avere dei comportamenti coerenti con esse.
    Professore, ci può dire delle esperienze tedesche di cogestione?
    P.S. bello l’articolo con Jovanotti su “A”

  • Cultura del risultato, è l’unica vera strada che ci rimane.

  • epistola a Sgarbi .
    la regione siciliana non da i permessi per l’eolico
    a causa delle linee sature ma se supponiamo l’eolico
    che si dovrebbe fare a gela produrrebbe idrogeno
    per il polo industriale di Siracusa e Gela sarebbe un affare per
    tutti nessuno escluso : infatti il petrolchimico utilizza
    petrolio per trasformarlo in idrogeno danneggia
    operai e popolazione locale mentre l’idrogeno prodotto
    dall’eolico è ad impatto ambientale zero …
    infatti l’energia prodotta non è bruciando petrolio ma
    catturando energia dal vento ed infine trasformata per
    elettrolisi in idrogeno : elettrolisi – la reazione chimica produce
    ossigeno ed idrogeno, infine l’idrogeno bruciato viene
    trasformato in vapore d’acqua —
    per trasportare l’idrogeno basterebbe un idronodotto
    ed a realizzarlo non è un arca di scienze nè costerebbe
    una spesa eccessiva .
    aiutiamo a spezzare il clima torrido che ha distrutto un terzo delle foreste del sud .
    non bruciamo carbone o petrolio che uccidono e danneggiano un intera
    popolazione e gli stessi operai che vi lavorano per non parlare
    dei danni provocati dalle temperature impazzite che possono provocare terremoti
    ed uragani o maremoti come gli ultimi successi in Cina ed Indocina .
    infine l’idrogeno potrebbe essere usato per le navi da
    pesca e quindi pescare senza inquinare con un prezzo piu basso
    del petrolio . Vorrei segnalare anche la zona che va dalla piana di Catania
    ad agnone bagni si può realizzare un’altro parco eolico in grado di
    soddisfare un milione di persone ?
    insomma caro Sgarbi sfruttiamo il vento non è giusto che i petrolchimici
    inquinano l’aria bruciando petrolio per trasformarlo in idrogeno catturiamolo
    dal vento .
    non buttiamo via al vento tanta energia ricordati
    caro sgarbi che l’eolico non inquina e non produce
    danni alla salute come il carbone , petrolio o le scorie radiattive .
    ecco la mia classifica energetica che gli italiani dovrebbero perseguire :
    eolico 1 posto
    idroelettrico 2 posto
    nucleare e metano fotovoltaico solare biomasse 3 posto
    carbone e petrolio ultimo posto .

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