E se fosse solo provincialismo?

Dopo alcuni giorni di full immersion americana, in compagnia di cervelloni di ogni nazionalità che si illuminano ogni volta che parliamo dell’Italia, mi viene da chiedermi: ma perchè, invece di conquistare il mondo con la nostra cultura e la nostra qualità di vita, perdiamo il nostro tempo a litigare fra di noi e a parlare male del nostro paese? Vista da Aspen la globalizzazione sembra un’immensa opportunità, da Roma assume le sembianze di un ineluttabile destino che fa troppa paura….. E se fosse solo provincialismo?

Commenti


  • Ottima osservazione Michel.

    Personalmente, la faremmo notare a chi perde la propria vita a dutruggere, a seminare problemi, a vendersi attraverso il disfattismo – ce ne sono fin troppi in giro.

    Torniamo solari tutti, è l’unica vera via sicura x uscire dal tunnel, e forziamo i negativi, i pessimisti e chi si lamenta sempre e solo a cambiare ottica di visione del mondo.

    Insegnagli tu Michel a passare da provinciali a menti globali.

  • A mio avviso il continuo lagnarsi dei problemi italici è solo una scusa per giustificare l’inerzia purtroppo insita nella nostra cultura: è più facile stare lì a piangere oppure fare qualcosa? Beh, direi che la prima ipotesi è molto più comoda…
    Se tutti ci rimboccassimo le maniche e veramente ci mettessimo impegno (e onestà) in quello che facciamo, magari la situazione cambierebbe. E’ inutile stare sempre a piangere perchè l’erba del (paese) vicino è sempre più verde: e se ci domandassimo come mai è più verde (che poi quando uno approfondisce l’argomento scopre che è più verde, ma non sempre…)?

    Sono un ragazzo di 22 anni, e purtroppo ancora sento miei coetanei parlare dello “Stato che ci deve dare il lavoro”, “lo stato ci deve garantire questo e quello”: e se il lavoro ce lo trovassimo da soli, e se diventassimo menti autonome senza aspettare che tutto ci arrivi dall’alto? Finchè rimarremo passivi in attesa che qualcuno faccia qualcosa per noi il mondo andrà avanti, noi no…

  • beh,unoqualsiasi, se lo Stato te lo scrive nella costituzione che lavorare è un tuo diritto ed anche un tuo dovere, e te lo scrive in modo così chiaro nell’articolo 4, ti aspetti quantomeno una piccola agevolazione!
    se poi aggiungi che tu allo Stato gli paghi pure le tasse…
    E’ vero,ci si deve dare da fare…ma possiamo ragionevolmente sostenere che i giovani precari che si affannano a trovare un lavoro decente siano “gente passiva”?o chi glielo dice al disoccupato che deve pensare globale?lui risponderà (giustamente,mi pare) che deve pensare all’affito!

  • Pienamente concordi con “unoqualsiasi”.

    @FF

    Possiamo ragionevolmente dire che i “giovani precari” sono “gente passiva”.

    Possiamo invece che i “giovani flessibili” sono “gente attiva”.

    Impariamo questa differenza di base per capire chi ci troviamo di fronte.

    Il disoccupato fa bene a pensare all’affitto, ma deve pensare in maniera costruttiva all’affitto, non in maniera assistenziale come capita spesso faccia.

  • @FF: sia ben chiaro che io sono dell’idea che lo stato deve dare un sostegno e offrire supporto a tutti i cittadini, in particolar modo a quelli più bisognosi. Ma allo stesso tempo i cittadini devono adoperarsi al massimo affinchè possano garantirsi una vita autonoma.
    Ciò che io personalmente non concepisco è che lo stato debba far trovare la pappa pronta ai suoi cittadini. Così come non concepisco il fatto che i pochi italiani che ancora hanno spirito d’iniziativa e voglia d’intraprendere vengono puntualmente bloccati dalla burocrazia e dalle assurdità italiane.

  • nulla da obiettare sui concetti,uno.
    il mio discorso si riferisce a quelli che lo spirito di iniziativa ce l’hanno,ma non hanno i mezzi.
    ci sono tante persone che hanno voglia di fare,penso che chiunque pagherebbe per essere indipendente!
    prendi però i giovani,magari laureati,senza risparmi,senza lavoro o con un contrattino che scadrà nel giro di tre mesi,senza l’appoggio della famiglia, e che hanno tanta tanta voglia di costruire e di realizzarsi!
    per flessibili e precari: “affitto in maniera costruttiva”?!

  • @FF: probabilmente avevo frainteso le tue parole, a quanto pare le nostre visioni sono abbastanza vicine :)

  • Credo che il problema del precariato sia comunque comune anche in molte altre parti del mondo.In Italia i problemi forse si avvertono di più per la nostra legislazione giuslavoristica sicuramente rimasta molto ancorata al passato.Certo forse questa discussione è proprio un provincialismo,proprio un chiudersi nel problema dell’affitto e dello stato che deve darci la possibilità di pagarlo.Credo che come diceva giustamente il professore si potrebbe accettare l’idea di essere in un economia globale,rimboccarsi le maniche e puntare all’eccellenza anche lasciando l’Italia(magari per poi ritornarci)per poter sfruttare al meglio quelle che sono le potenzialità nostre e di questa nostra epoca “Globale”.

  • yes “unoqualsiasi”,yes!

  • caro Giulio,ciò che ha detto MM è giusto, concordo anche con quello che dici tu sulla legislazione.
    può darsi anche che la discussione sia intrisa di provincialismo,ok.
    la realtà però non è facile come la descrivi tu. se bastasse “prendere e partire”,se fosse facile,pensi che non lo farebbero tutti?l’affitto era un esempio,perchè le cose vanno affrontate con riferimento alla realtà,e non sempre e solo in generale.
    per quanto riguarda me,io l’Italia non la voglio lasciare,voglio che mi sia data la possibilità di relaizzarmi qui.
    è chiedere troppo?

  • La voglia di merito in noi giovani c’è, ma è solo fuori dal nostro Paese che riusciamo a sentirla esplodere, perchè fuori riusciamo a respirare un’aria diversa, libera dal vecchio assistenzialismo nostrano.
    Anch’io, come FF, voglio la possibilità di realizzarmi qui.

  • Ma non possiamo sempre chiedere.Per prima cosa ci sono tanti casi che dimostrano che anche in italia ci si puo realizzare,certo bisogna emergere da un paese che ha basato sulla mediocrità lo standard delle proprie masse ma è possibile.Per seconda cosa voler a tutti i costi rimanere qui,magari anche vicino casa ,è negare la globalizzazione.In america i giovani si spostano da uno stato all’altro come noi ci spostiamo da palermo a milano.L’aperura mentale credo sia un deficit nel curriculum di molti giovani italiani.

  • Finchè si continuerà sempre prima a chiedere, si avrà davvero poco.

  • Eccessivo provincialismo,tutto italiano…di chi parlando,arriva a dirmi,che sia necessaria una “localizzazione”(opposta alla globalizzazione)affinchè l’Italia riprenda a crescere.

    Anacronistica tesi secondo me,ma forse so da cosa nasce.

    E’ ovvio quando non si hanno al momento le armi per affrontare una sfida come quella che il villaggio globale genera,meglio non partecipare.(impossibile)
    Se poi le armi per combattere non le sai nemmeno forgiare allora meglio sostenere una tranquilla e appartata “localizzazione” (del tutto utopistica).

    Quanto alle varie posizioni “partire-restare”…mi vengono in mente le parole di uno scrittore:
    “sono le idee che devono viaggiare non le gambe degli uomini”.

    Io credo che si può essere grandi ovunque,basta volerlo.

  • Beh una visione forse troppo critica nei confronti dell’Italia.Credo che il nostro paese abbia tutte le armi per poter affrontare la globalizzazione e siamo in grado di forgiare tutte quelle che ci mancano.L’italia è un paese pronto alla sfida,l’unico problema è che a molti non piace proprio l’idea della globalizzazione:muoversi,essere flessibili,fare i conti con la concorrenza,dimenticare le spintarelle,insomma spiegare le ali al vento e prendere il volo.

  • Ce la si può fare !
    Imprenditori di se stessi
    Ribaltiamo il presente.
    Creiamo n nostro futuro, un nuovo sistema… noi giovani ce la possiamo fare

  • E’ inaccettabile che nonostante le elevate opportunità di conoscenza formativa, che nonostante tutte le occasioni di costruirsi una propria libertà di pensiero come sia individuo per inoegnarsi alla qualità del proprio sviluppo personale sia come comunità/società per contribuire con cognizione e capacità allo sviluppo della ptropria comunità/società non si riesca a “sentire” voci, che dovrebbero essere tante e da tutte le generazioni ma certamente da quelle più giovani perchè portatori di risorse tutte da usare, che con ferma convinzione, coraggio e forza respingano tutte quelle stolide giustificazioni che i rappresentanti di successo dei mondi di moda nella politica, nel mercato e con l’irriverente uso della storia e dei valori assoluti lanciano dalla “cattedra del potere” lanciando con il silenziatore della suggestione colpi letali ai giovani che ascoltano qyando invece si deve chiedere spiegazione dei danni che provocano agli individui/comunità/società.

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