Diario sindacale di un anno terribile (vol.1): il Governo ostaggio dei veto player

Un anno difficile

Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.

Il Governo ostaggio dei veto player

L’anno comincia all’insegna della concertazione. Il Governo Prodi è un Governo pro labour ma è anche debole a causa dell’esigua maggioranza parlamentare che lo sostiene, soprattutto al Senato, e dei difficili rapporti  tra i partiti della sinistra riformista e quelli della sinistra radicale. E per questo ha bisogno del consenso sindacale e vuole la concertazione.  D’altra parte, questa strategia ha già portato i suoi frutti, con il Protocollo del 23 Luglio 2007, su Previdenza, Lavoro e Competitività per l‘Equità e la Crescita Sostenibili, e nel 2008 il Governo conta di poter fare affidamento su di un maggior gettito fiscale, il cd. “tesoretto”, per assecondare il buon esito della trattativa. In più, la Cgil, la Cisl e la Uil, nonostante le diverse posizioni sul ruolo della contrattazione collettiva di secondo livello, sembrano vicine all’elaborazione di una proposta unitaria sulla modifica di quel modello contrattuale che la Confindustria, guidata da Montezemolo, auspica da anni.

Insomma, ci sono tutte le pre-condizioni per arrivare ad un nuovo accordo interconfederale che modifichi, dopo oltre quindici anni, il modello di relazioni industriali prefigurato dal Protocollo del ’93. Anche perché tutti i protagonisti sono consapevoli che quella riforma potrebbe distribuire selettivamente il maggior gettito fiscale del 2008 per ridare slancio al sistema produttivo.

Senonchè, nonostante le premesse favorevoli, ben presto emergono diverse posizioni in ordine alla distribuzione del “tesoretto”. Tutti concordano sul fatto che sia necessario ridurre il cuneo fiscale che grava sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ma ciascuno dispone di un forte potere contrattuale e lo fa pesare, proponendo una sua soluzione. Secondo la sinistra radicale, queste risorse oltre a quelle che potrebbero essere trovate, ad esempio, attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie, dovrebbero essere redistribuite per via legislativa, riducendo dal 27% al 20% le aliquote fiscali gravanti sul lavoro dipendente. La Cisl e la Uil, allineate su posizioni riformiste, vorrebbero invece che le risorse venissero utilizzate in maniera selettiva per favorire il decollo della contrattazione collettiva aziendale. La Confindustria, qualora non si dovesse raggiungere un accordo sulla riforma del modello contrattuale, vorrebbe una riduzione del cuneo fiscale (tre punti percentuali ai lavoratori, due alle imprese). La Cgil è indecisa, perché non riesce a trovare una posizione unitaria al suo interno. E così, il Governo che è troppo debole per poter prescindere dal consenso di tutti, è costretto all’ennesimo rinvio.

Un rinvio provvidenziale perché, nel frattempo, la trattativa per il rinnovo del contratto collettivo dei metalmeccanici si complica. I sindacati di categoria sono, infatti, pronti allo sciopero mentre la Federmeccanica minaccia di scavalcarli, concordando aumenti contrattuali direttamente con i lavoratori. Si tratta di una minaccia grave e fondata, perché “preconizza un ritorno al contratto individuale” per sfuggire all’immobilismo delle relazioni industriali, che per fortuna rientra e porta all’accordo. L’unità confederale tiene, seppure all’interno della Cgil si rafforzano le posizioni radicali, contrarie cioè al dialogo con il Governo e la Confindustria. La frattura tra i riformisti e i massimalisi, già emersa a livello politico e concertativo, si riflette anche nelle categorie, tra i lavoratori. Comincia a dividere la Cgil e ben presto torna a farsi sentire a livello politico quando, a causa del voto contrario di due senatori riformisti e di un senatore comunista che non volevano più condividere l’esperienza di governo, verrà revocata la Fiducia al Governo Prodi.

Si tratta dell’inevitabile debacle di un Governo che, sin dal suo insediamento, è stato ostaggio dei troppi veto player, da quelli istituzionali (visto che dipendeva dal voto di ogni senatore della maggioranza, riformista o massimalista) a quelli sindacali e di piazza. Un governo condannato alla ricerca del consenso di tutti, dai Senatori a vita alle parti sociali, e per questo costretto a rinviare anche quella riforma degli assetti contrattuali che, ormai, quasi tutti giudicavano improrogabile.

A tal punto improrogabile che, nonostante la caduta del Governo, la trattativa ha un ultimo sussulto che potrebbe portare alla sottoscrizione del più importante degli accordi interconfederali quello sulla riforma del modello contrattuale. Infatti, la Cisl, la Uil raggiungono finalmente con la Cgil una posizione comune, volta a ribadire la centralità del contratto collettivo nazionale e a valorizzarne la primaria funzione di ancoraggio del salario alla “inflazione realisticamente prevedibile”, anziché all’inflazione programmata determinata unilateralmente dal Governo con la predisposizione del DPEF; a regolamentare la procedura di contrattazione collettiva, con la previsione di penalità in caso di mancato tempestivo rinnovo; ad accentuare il carattere complementare della contrattazione decentrata rispetto a quella nazionale, limitandone il raggio di azione ai temi dell’organizzazione del lavoro, della valorizzazione della professionalità e produttività, alla flessibilità di orari e prestazioni.

Senonchè, di fronte alla disponibilità della Confindustria a riaprire il tavolo delle trattative, la Cgil, ancora una volta condizionata dal volontà delle componenti massimaliste di proteggere il contratto collettivo nazionale, si tira indietro perché non c’è accordo sulla democrazia e sulla rappresentanza sindacale.

Si arriva così, in piena campagna elettorale, con un nervosismo che si riflette sulle relazioni sindacali. Le trattative si bloccano a livello concertativo, perchè mancano il Governo e il rappresentante delle imprese, visto che in Confindustria si attende il rinnovo dei vertici, ma si complicano anche a livello contrattuale, come emerge da alcune vertenze (come quella relativa al nuovo contratto del trasporto e al contratto del commercio) e diventerà evidente in occasione del fallimento della trattativa per la vendita di Alitalia ad Air France, l’ultimo atto del Governo Prodi. Quando, con i sindacati confederali, irromperanno sulla scena anche i sindacati di categoria dei piloti e degli assistenti di volo. Un blocco sindacale variopinto ma coeso che induce ben presto l’acquirente d’Oltralpe ad abbandonare la trattativa.

Leggi la seconda parte dell’articolo – Il governo ostaggio dei veto player

Leggi la terza parte dell’articolo – Un’azienda ostaggio dei veto player


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