Diario sindacale di un anno terribile (vol.2): la crisi dell’unità confederale

Segue da “Il governo ostaggio dei veto player

Il ritorno del dialogo sociale e la crisi dell’unità confederale

Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.

Si apre così una nuova fase, con un Governo che sembra dialogante, ma ha tutti i numeri per decidere perché in Parlamento non teme veti. Come diviene evidente sin dal Primo Consiglio dei Ministri a Napoli, quando, con il taglio dell’Ici, si chiarisce che non c’è alcun tesoretto da distribuire e viene approvata la detassazione degli straordinari. Si tratta di un provvedimento importante che denota una nuova volontà politica di intervenire sulle tematiche del lavoro per affermare, anche senza il consenso delle organizzazioni sindacali, una diversa opzione culturale. Incentivando gli straordinari, propone una nuova cultura del “risultato” diversa da quella della “produttività” che, nel corso della precedente legislatura, aveva unito i sindacati e la maggioranza di centro sinistra. Più nello specifico, nel Protocollo sul Welfare del 23 luglio 2007 c’erano alcune importanti misure che incentivavano fiscalmente e contributivamente solo gli aumenti salariali legati alla produttività aziendale e concordati, attraverso i contratti collettivi aziendali, con i sindacati. Con il provvedimento in questione, invece, il Governo di centrodestra estende l’incentivo fiscale anche ai compensi per il lavoro straordinario, per quello supplementare e, secondo alcuni, agli aumenti concessi direttamente dal datore di lavoro al lavoratore in relazione ad “incrementi” di “efficienza organizzativa”, “competitività” e “redditività” dell’azienda. Si tratta di una distinzione di non poco conto. Perché dietro alla cultura della produttività, fatta propria dal Governo Prodi, si nascondeva il sostegno al sindacato ed in particolare a Cigl, Cisl e Uil, mentre questo provvedimento mira ad incentivare gli aumenti retributivi per chi lavora di più, facendo gli straordinari, oppure meritando una gratifica del datore di lavoro.

Parole diverse che designano culture contrapposte e complicano ulteriormente le relazioni industriali. Se la Cgil è pregiudizialmente contraria, anche perché non condivide il taglio dell’Ici, la Cisl e la Uil si mostrano pronte a dialogare anche su questo punto con un Governo che ha già dimostrato che, in mancanza di accordo sindacale, procederà legislativamente, forte della sua maggioranza parlamentare.
In altri termini, viene rispolverato il metodo del dialogo sociale, in base al quale, il Governo deve dialogare con tutti ma poi, senza ricercare “estenuanti unanimismi” o cedere a “rituali bizantini”, deve decidere e procedere. Un nuovo atteggiamento che viene ribadito in occasione della trattativa sul rinnovo dei contratti collettivi del pubblico impiego che, ferma da anni, dovrebbe ora essere utilizzata per introdurre, con il consenso sindacale, maggiore efficienza e meritocrazia nel pubblico impiego. Anche perchè il Governo, come preannuncia il Ministro Brunetta, ha già preparato un decreto da presentare in caso di mancato accordo con i confederali.

Inevitabilmente, le divisioni si accentuano nel momento in cui i sindacati rivendicano il mancato coinvolgimento nella manovra finanziaria per la stabilizzazione dei conti pubblici nel triennio 2008 – 2010, varata dal Governo. In particolare, essi recriminano la predisposizione di un DPEF recante un tasso di inflazione programmata ben al di sotto di quella reale, in forte crescita a causa dell’incessante aumento dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari. Dato questo che, alla luce dell’assetto della contrattazione collettiva, impedisce ai lavoratori di poter godere di aumenti della retribuzione riconducibili all’effettivo aumento del costo della vita.

Si arriva così alla pausa estiva, senza particolari accordi con il sindacato, ma con un’agenda fitta di impegni per la ripresa e nessun tesoretto da distribuire per agevolare la riforma della contrattazione collettiva.

Leggi la prima parte dell’articolo – Il governo ostaggio dei veto player

Leggi la fine dell’articolo – Un’azienda ostaggio dei veto player

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