I limiti di una cultura conservatrice

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di domenica 4 luglio 2010

Dopo alcuni giorni di preoccupante silenzio, Sergio Marchionne torna a parlare, almeno indirettamente, di Pomigliano d’arco nella prestigiosa weekend interview del Wall Street Journal.Si tratta di una lunga intervista di grande interesse. Perché rappresenta una summa del Marchionne pensiero e della sua etica del lavoro, ma soprattutto perché contiene alcune importanti dichiarazioni sul ruolo e sulla funzione del sindacato.

Nell’intervista, infatti, l’a.d. della Fiat e della Chrysler riconosce che la Uaw, il sindacato dei lavoratori metalmeccanici Usa, è stato un alleato fondamentale nel rilancio dell’azienda, spingendosi sino ad affermare che, in quel contesto, è persino disponibile a discutere di partecipazione dei lavoratori agli utili dell’azienda.

Si tratta di una posizione radicalmente diversa da quella che ha assunto nei confronti della Fiom. Una posizione curiosa che, a prima vista, sembrerebbe dimostrare una sorta di schizofrenia da manager globale. Ma come? Marchionne, che in Italia è stato accusato di essere un nemico del sindacato e di voler cancellare i diritti costituzionali dei lavoratori, negli Usa si erge a paladino del sindacato metalmeccanico, spingendosi sino a proporre nuove forme di collaborazione tra capitale e lavoro?

Invece, leggendo meglio l’intervista, ci si rende conto che si tratta di una posizione ben ragionata che dipende dalle profonde diversità che esistono tra Uaw e Fiom, tra sindacati americani e sindacati italiani. O meglio tra sindacalismo riformista e sindacalismo conservatore, perché, come dimostra Pomigliano, i sindacati non sono tutti uguali.

In America, dove le regole del capitalismo sono effettivamente più spietate che da noi, le imprese falliscono (non ci sono casi Alitalia). Il sindacato non è sostenuto dalla legge, che garantisce solo i diritti fondamentali dei lavoratori (e infatti i livelli di assenteismo sono molto più bassi di quelli di Pomigliano). Questi ultimi, se vogliono più diritti, devono darsi da fare producendo di più.

Così solo le imprese competitive sopravvivono, i lavoratori mantengono livelli più elevati di produttività e il sindacato può diventare un fattore di sviluppo dell’azienda. Perché non è sostenuto dalla legge, ma la sua vita dipende dall’efficacia della sua azione e dal consenso che riscuote tra i lavoratori, rappresentando i loro veri interessi.

Proprio come è accaduto nel caso della Chrysler che stava fallendo ed è stata salvata anzitutto dai lavoratori. O meglio dal sindacato che, attraverso i fondi di investimento, ha comprato le azioni che i mercati  non volevano più; poi è stato disponibile ad accettare i sacrifici e ad assumersi le responsabilità necessarie a rilanciare la Chrysler. E ora, stando alle parole di Marchionne, costituisce un alleato fondamentale con cui discutere anche di nuove forme di partecipazione dei lavoratori agli utili.

Da noi, invece, molte imprese, anche quelle già tecnicamente fallite, vengono salvate dallo Stato. I diritti, come la presenza del sindacato nelle aziende, dipendono dalla legge o al massimo dai contratti collettivi nazionali. E così al sindacato, o meglio alla Fiom, non resta altro da fare che attestarsi a difesa della linea Maginot di diritti riconosciuti da leggi scritte a misura dell’industria fordista, quella del novecento.

Un ruolo marginale, o meglio conservatore, che lo lascia ai margini della globalizzazione e rischia di condannare la Fiom all’isolamento. Perché, come dimostrano le posizioni assunte da tutti gli altri sindacati a Pomigliano, nella competizione globale sempre meno lavoratori saranno disponibili a rinunciare alla partecipazione agli utili per difendere l’assenteismo.


  • Nessun Commento

Lascia una Risposta

*