Il castello – Uno sporco piccolo comma

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Da qualche anno, nell’ordinamento italiano c’è uno sporco piccolo comma che, noncurante della legge morale prima ancora che costituzionale, sostiene l’industria del calcio proprio nel momento in cui tartassa quella culturale. Un comma che si inscrive a pieno titolo tra quelli che compongono quel burocratico castello di leggi che lasciava sgomento Kafka, ai primi del Novecento, e affligge tutti, agli inizi del nuovo secolo.

E’ il terzo dell’art. 43 della legge n. 289 del 2002 che, mentre condanna i registi, gli sceneggiatori, i cantanti, gli attori e persino i disk jockey, a pagare i contributi anche sui compensi per la cessione dei diritti d’autore o d’immagine, fa salvi i calciatori, che pure sono soggetti al medesimo regime previdenziale.

Mi spiego meglio. La percussione contributiva colpisce i diritti d’autore di Matteo Garrone o Roberta Torre, ma non l’immagine di Ronaldo o Del Piero, per la semplice ragione che i primi fanno film, mentre i secondi calciano un pallone.

E’ un principio diseducativo che, purtroppo, ha origini lontane (panem et circenses) e tende a perpetrarsi, con gli interventi di Stato a favore dell’industria calcistica.

Mario Monti aveva tentato di arginare il fenomeno, aprendo una procedura di infrazione contro gli interventi di Stato nel settore. Ciò nonostante, due anni fa è stato emanato il cd. decreto salva-calcio.

Oggi, molte società calcistiche, nonostante quell’intervento, sono di nuovo in crisi. Gruppi di tifosi, hanno minacciato di essere pronti a tutto, pur di non perdere la squadra del cuore. E già si afferma il principio della “rateizzazione ventiquattrennale” (dico 24……) dei loro debiti nei confronti dell’Erario.

Certo, l’industria calcistica occupa migliaia di lavoratori, ha un mercato globale, potenzialità altamente spettacolari e le folle di tifosi possono diventare violente se private del derby o della squadra del cuore.

Ma per favore, tra i tanti settori che sono in crisi, non sprechiamo le risorse del bilancio statale, quelle di tutti, per privilegiare persino i compensi per la cessione dei diritti d’immagine dei calciatori.

Una giovane dottoranda in biologia molecolare che dedica ogni giornata alla ricerca in laboratorio, prende 824,5 euro al mese.

Non si trovano i finanziamenti per sostenere i giovani che si dedicano alla scrittura, alla musica o alla recitazione. Mancano, persino, quelli per i lavoratori delle industrie in crisi e i disoccupati di lunga durata a dieci anni dalla pensione.

Non troviamoli per sostenere società morose, calciatori superstar e, più in generale, per finanziare un’industria che potrà tranquillamente sopravvivere rinunciando a privilegi che il mercato non giustifica più. Non ne vale la pena.


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