Il rischio di un’educazione senza merito

Per fare un passo avanti, pubblico alcune considerazioni di chi di merito se ne intende
PIER LUIGI CELLI

Quei giovani persuasi che il merito non premia

itaca-celli.jpgCosa capisce oggi un giovane che sta affrontando il ciclo finale dei suoi studi e guarda il mondo così come si presenta nelle alchimie del nostro Paese, ponendosi l’interrogativo di cosa gli convenga fare per il suo lavoro e per la sua carriera? Se è uno che riflette (e compara), magari con qualche esperienza accumulata in viaggi e soggiorni all’estero, è assai probabile che maturi una disillusione precoce per come vanno le cose in casa nostra.

Lo farà riflettere, soprattutto, la scarsa rilevanza che sembrano avere (sul mercato imperfetto delle opportunità) la serietà degli impegni di studio, la qualità dei risultati, la capacità e la voglia di organizzare professionalmente i propri progetti personali. Vede la indisponibilità di istituzioni e organismi di rilievo a discriminare, cogliendo le differenze e valorizzando le diversità, con una netta propensione a valutare al ribasso ciò che l’istruzione consegna come capitale di base, mentre si approntano percorsi ad ostacoli per ogni forma di inserimento lavorativo non precario o fuori controllo.

Di qui, proprio per i migliori, la tentazione irresistibile di orientarsi verso una occupazione fuori dal proprio Paese. In contesti, comunque, dove sembra essere più facile imporsi sulla base di quello che si sa e si sa fare, senza dovere rispetti impropri per quanto non si condivide. Perdere precocemente una parte significativa delle risorse, potenzialmente più adatte all’innovazione e allo sviluppo, non è una prospettiva sana per un Paese. Ma non sembra che il problema, al di là delle retoriche ricorrenti affidate alle mozioni di principio, preoccupi più che tanto se si va a guardare le azioni messe in campo.

Questo poi ha riflessi evidenti sui comportamenti e le aspettative della parte più rilevante (quantitativamente) della popolazione giovanile, colta nella fase di transito verso l’età adulta e il mondo del lavoro.

Qui i modelli che le classi in posizioni di responsabilità, nei grandi centri di potere, esprimono e mandano in circolo, costruendo sistemi relazionali e percorsi premianti, sono pressappoco dì questo tipo: chi si adegua, adattandosi ed entrando in quelle che hanno tutto l’aspetto di moderne corti di ossequio, ha le maggiori probabilità di sistemazione. Se poi uno è abbastanza bravo (furbo?) da rendersi indispensabile in qualche segmento rilevante di quelli che il capofila controlla, la rapidità di carriera sarà assicurata come un fatto quasi dovuto. In questa prospettiva, la tessitura politica aiuta: è tornata fondamentale, infatti, per garantire l’accelerazione di ogni processo affiliativo che prelude alla sistemazione.

Questa articolazione delle prospettive professionali, su base prevalentemente relazionale, determina un ulteriore frazionamento negli orientamenti dei giovani posti di fronte ai temi dell’accreditamento lavorativo.

Una quota non indifferente capirà, da subito, che esistono concrete possibilità di saltare molti dei passaggi intermedi, se solo si adattano a non farsi troppe domande, o a porsi questioni etiche, sempre meno influenti socialmente.

C’è poi chi non ha mire internazionali e neppure, però, ha mai pensato di entrare in percorsi connotati diversamente dal mestiere appreso e dagli ambiti professionali individuati.

Non è solo questione di ambizioni. Gioca, in molti casi, la cultura familiare, la serietà dei suoi modelli di giudizio o, anche solo, una predisposizione ad adattarsi a prospettive più normali.

In questi casi, non è facile spiegare ai laureandi a quale traversata del deserto si dovranno predisporre: qualcosa che metterà a dura prova, prima che le loro effettive competenze, come sarebbe naturale, la tenuta psicologica e la capacità di reagire rispetto ad assetti che tutto sembrano premiare tranne quello per cui si è studiato e sudato.

Una società che sfoga a livello mediatico, e sui fili di una comunicazione sempre più esasperata, tutta la sua disponibilità a valutare e a promuovere, è destinata inevitabilmente a sottostimare in proprio, ma quel che è peggio a fare deprezzare dai suoi membri, ogni componente più di sostanza.

Se il tempo della carriera (qualsiasi carriera, anche la più lontana dalla propria preparazione) è accelerabile per varianti che non hanno nulla a che fare con quello “che si sa fare”, ma rimandano a quello che si può “scambiare”, è chiaro che prima o poi il messaggio passa, comincia a fermentare nelle teste e nei discorsi, per tradursi alla fine in una corsa ossessiva al posto, mediata da adesioni non professionali.

In difetto di punti di riferimento solidi e di abilità cresciute nel dialogo e nel confronto (di idee, di comportamenti, di aspirazioni, di modelli di vita), i ragazzi sviluppano, nel quotidiano, fragilità impensabili. Assorbiti da interessi frammentati, puntiformi e contraddittori, finiscono col dar vita a moduli ondivaghi di esistenza, sempre disponibili al primo approdo che li possa togliere dall’ansia di “doverci pensare”.

In questa prospettiva, la politica con i suoi derivati, l’arcipelago delle sue connessioni e il controllo dei percorsi di accesso a molti mondi professionali, può benissimo rappresentare l’approdo sicuro che legittima, a posteriori, anche bisogni che non c’erano e aspirazioni che gli studi di per sè non hanno alimentato.

Quando l’esempio di questi salti randomici (e di questi avanzamenti senza merito né gloria) finisce per consolidarsi come un archetipo che detta la morale ai comportamenti correnti, diventa poi molto dura opporre modelli costruiti sul ragionamento e sulla serietà dei percorsi professionali, là dove competenze ed esperienze dovrebbero contribuire a formare “le virtù dei migliori”.

L’impressione che si ricava è che stiamo illudendo un’intera generazione di giovani, accreditando nell’immaginario (gratificato per altro dagli esiti visibili) che ci siano tutt’altre opportunità per affermarsi rispetto alla tradizione un po’ bigotta dello studio intenso, dell’impegno, dell’uso  paziente del tempo necessario.

Se basta una bella faccia, un’età giovane e, perché no, un buon nome da spendere, per essere officiati nell’empireo che conta, senza altri meriti e senza particolari doveri, allora è bene spiegarlo subito ai nostri ragazzi nelle Università: cercate quello che va di moda, agganciatevi a qualche carro di successo e poi navigate secondo vento.

Non affannatevi a rincorrere né il sapere, così pateticamente obsoleto sul mercato degli scambi, né il rigore fuori tempo di una correttezza civile che onora ancora il merito.

È vero che così facendo perderemo ancora di più i migliori. Ma almeno, per una volta, saremo stati sinceri.

pier luigi celli

Il Messaggero, 4 luglio 2008

Commenti


  • Merito:impegno,sacrificio,abnegazione,costanza,responsabilità,passione…utopia o realtà?solo in potenza,oppure anche in atto?
    Sono una studentessa del secondo anno di giurisprudenza…studio con dedizione e serietà,cercando di conseguire sempre gli obiettivi che mi prefigo.
    La cosa che mi spaventa è una:”l’inutilità” di quanto ogni giorno investo;quella “inutilità” che,chi mi vede piangere di fronte un 26 in diritto amministrativo,(studiato,compreso,acquisito,ragionato e persino meditato prima di andare a dormire,ogni sera accompagnata dalla lettura della 241/90,pensate un pò)cerca di professarmi,pensando di consolarmi.
    Ecco…è proprio questa “inutilità” che ci fossilizza,non spronandoci ad esigere da noi stessi e dagli altri il meglio.
    E’ questo il motivo principale di un’Italia a crescita 0,vecchia e improduttiva non capace di sfornare il “meglio” e perciò servirsene.
    Dunque un monito:”impegnamoci!”,affinchè(riprendendo un brocardo latino,civilistico,ma,secondo me,appropriato)
    “UTILE PER INUTILE NON VITIATUR!”

    un saluto affettuoso al prof. Martone,docente del corso che ho frequentato di diritto del lavoro e di cui apprezzo l’ardore con cui ci invita a “rimboccarci le maniche” partendo anche, semplicemente,dalla lettura del quotidiano.

  • Celli ha la sua buona parte di ragione. Anche Adele la ha.

    D’altro canto le colpe sono sempre condivise tra alcuni giovani che si sento di fossilizzarsi, e alcuni “grandi” che non aiutano a svegliarli.

    Cercando di vedere oltre le colpe, nessuno ha purtroppo le vere soluzioni.

    Noi personalmente crediamo che prendendo spunto dalle parole di adele, in merito oggi vinca. Ma non vince mai da solo.
    Perchè oggi il merito non è solo competenza professionale pratica o teorica.
    Il merito è anche saper posizionare questa competenza, ed essere in grado di farla emergere tra migliaia di altre competenze uguali o simili a questa stessa.

    Una domanda interessante è questa: poniamo di essere alla ricerca di un soggetto di valore A per una determinata posizione, e poniamo di avere 15 ragazzi a colloquio.
    Diciamo quindi che tra i nostri 15, fuoriescono nettamente 4 ragazzi tutti egualmente validi x quella stessa posizione, tutti allo stesso livello.
    Quale sarà il criterio, il motivo che ce ne farà scegliere uno piuttosto che un’altro? Di cosa dovremo tenere conto?

  • In verità credo che l’articolo del dott. Pier Luigi Celli sia ben più complesso e profondo di una semplice esamina dell’importanza del ruolo del merito nella nostra società contemporanea. In tale prospettiva, il merito diviene questione, come si diceva un tempo politica, non semplicemente tecnica. “ È politica nel senso più genuino: quello di rivedere la gerarchia degli interessi da salvaguardare, privilegiando la loro connotazione pubblica e generale; tornando a immettere nel tessuto civile valori gerarchicamente rovesciati rispetto a quelli che siamo abituati a vedere serviti”
    La fortunata frequentazione del Dott. Celli, autentica palestra di insegnamenti comportamentali e valoriali, mi suggerisce sommessamente di evidenziare quello che poi è l’aspetto nodale dell’articolo, ossia la consapevolezza che “non basta la conoscenza (e neppure la competenza, più o meno specialistica) a definire le qualità e il peso di un candidato alla posizione di comando. Servono pratiche, saperi, intelligenze articolare e saggezza. Che nascono lentamente e si articolano attraverso confronti, prove, errori e correzioni. Qualcosa che solo la guida di un “maestro”, proprio là dove concretamente si opera, può riuscire ad orientare, assistere e sviluppare, fino alla maturazione”.
    Il rischio altrimenti è che il merito diventi pura retorica, in una società sbiadita in cui ormai sembrano mancare gli ancoraggi austeri dei valori condivisi e trionfare – utiizzando un ossimoro di Pier Luigi Celli – le “virtù deboli”.
    « Il problema – scrive Celli, in “Virtù deboli, di cui consiglio la lettura – è che oggi abbiamo davanti nella sua banalità espressiva, è che si sta affermando la prassi di produrre (e riprodurre) elite senza scuola e senza maestri. Semplicemente perché è arduo trovare che si occupi di te come un investimento da fare, quando è tanto più semplice chiedere fedeltà e riconoscere, per questa scorciatoia potenzialità di sviluppo e meriti da premiare”.
    “Non essere rivoluzionario con la lingua e poi fiacco ed inerte nell’azione” si legge in un verso del Siracide nella Bibbia. Allora, forse, in questo Paese ci potrà essere davvero un autentico cambiamento quando innanzi tutto noi giovani non accetteremo più come ineludibili gli scorretti comportamenti della classe dirigente nazionale e locale e rifuggiremo da atteggiamenti conniventi con il mantenimento dello status quo, come “la rincorsa a farsi riconoscere e benedire; la voglia straripante a togliersi dai margini per entrare nel gioco a qualsiasi prezzo”. Dovremo ritrovare il coraggio – citando il Santo Padre Benedetto XVI – di “andare controcorrente: non ascoltare le voci interessate e suadenti che oggi da molte parti propagandano modelli di vita improntati all’arroganza e alla violenza, alla prepotenza e al successo ad ogni costo, all’apparire e all’avere, a scapito dell’essere. Di quanti messaggi, che vi giungono soprattutto attraverso i mass media, voi siete destinatari! Siate vigilanti! Siate critici! Non andate dietro all’onda prodotta da questa potente azione di persuasione. Non abbiate paura, cari amici, di preferire le vie “alternative” indicate dall’amore vero: uno stile di vita sobrio e solidale; relazioni affettive sincere e pure; un impegno onesto nello studio e nel lavoro; l’interesse profondo per il bene comune. Non abbiate paura di apparire diversi e di venire criticati per ciò che può sembrare perdente o fuori moda…”

    Solo attraverso lo studio e la ricerca di “chi si occupi di te come un investimento da fare, quando è più semplice chiedere fedeltà senza sbavature, cioè di maestri che insegnino a non fare patti faustiani e a ridare dignità all’arte di stare al proprio posto, senza aspettare le solite chiamate, il “rincorrere il sapere non sarà più obsoleto sul mercato degli scambi, e il rigore più fuori tempo di una correttezza civile che onora ancora il merito”.

    È un’impresa esaltante per l’Italia di domani che non potremo interpretare senza la guida di autentici “Maestri” e senza la vera volontà di preferire la lunga, irta e piena di sacrifici della legittimazione, rifiutando di imboccare scorciatoie familistiche sia in termini dinastici sia di famiglio da collocare.

    PS: E in questo percorso da me intrapreso il dott. Celli e naturalmente Lei prof. Martone siete stati e siete maestri che più di ogni altra cosa mi avete insegnato, appunto, “a non fare patti faustiani e a ridare dignità all’arte di stare al proprio posto, senza aspettare le solite chiamate”. A voi la mia gratitudine e la mia ammirazione

  • adele, lo studio come le competenze servono a trovare lavoro ma anche ad essere persone migliori, non sono mai inutili perchè ci restituiscono un cervello allenato per affrontare i problemi della vita,

    detto ciò credo che ciascuno di noi dovrebbe cominciare a riconoscere il merito di chi ha vicino (quando c’è), solo così riconosceranno il nostro

    per quanto riguarda la domanda di prime, credo che il merito debba essere valutato nei suoi tanti aspetti, accanto allo studio ci sono le capacità relazionali, l’attitudine alla leadership, la capacità innovativa, la curiosità, la determinazione e tanti altri aspetti che ci caratterizzano come persone

    p.s. caro francesco, è troppo buono, l’accostamento al dott. Celli mi lunsinga perchè lui ha cresciuto intere generazioni di manager a pane e merito, mentre io sto muovendo i primi passi

  • Caro Michel,

    perfettamente concordi con te e con prime riguardo al merito.

    Per Francesco, invece, ci ha colpito una frase:
    « Il problema – scrive Celli, in “Virtù deboli, di cui consiglio la lettura – è che oggi abbiamo davanti nella sua banalità espressiva, è che si sta affermando la prassi di produrre (e riprodurre) elite senza scuola e senza maestri. Semplicemente perché è arduo trovare che si occupi di te come un investimento da fare, quando è tanto più semplice chiedere fedeltà e riconoscere, per questa scorciatoia potenzialità di sviluppo e meriti da premiare”.
    La domanda che ti poniamo è questa Francesco: in un Mercato globalizzato e altamente competitivo, come sta diventando ora il nostro, non credi che il pensare – a livello di obiettivo – ad una persona che si occupi di noi come un investimento da fare sia un po riduttivo, o meglio un po “vecchio”? Non dovremmo essere noi stessi ad occuparci di noi ed a investire su noi stessi, in modo tale che gli altri possano riconoscerci soggetti di valore instrinseco e quindi dialogare con noi, anche a sfere molto elevate, perchè no?
    Potrebbe essere in progressiva discesa la scuola “dell’allievo che segue il maestro” a discapito dell’apprendimento maggiormente parcellizato e che fa emergere elementi diversi e maggiormente innovativi?

  • Condivido le parole di Michel,

    “lo studio come le competenze servono a trovare lavoro ma anche ad essere persone migliori, non sono mai inutili perchè ci restituiscono un cervello allenato per affrontare i problemi della vita”

    Chi scegliamo per questa o quella posizione ?

    Personalmente scelgo sempre competenza associata a creatività.

    Necessitiamo continuamente di rielaborazioni innovative dei contenuti appresi….. una guerra contro il tempo per gestire il cambio direzione….

    “cervelli allenati” dal buon esempio.., forti di valori che non si polverizzano al primo sussulto….

  • Apprezzo il sincero ragionamento del Prof. Celli che rinuncia a proporre, come molti fanno, falsi miti e vecchie illusioni (della serie “studia, impegnati e sarai premiato!”), che non hanno riscosso alcun successo e come invito alla meritocrazia rivolto ai potenti di turno e come principio ispiratore delle nuove generazioni che si affacciano al mondo del lavoro. Lasciando fermo il principio che lo studio è strumento di crescita e miglioramento, al quale pur se arrabbiati e sdegnati non bisogna rinunciare,la disillusione di cui parla Celli risulta essere l’amara realtà di una società in cui la spintarella è prassi. Il livellamento delle intelligenze e delle competenze risulta necessariamente esserne la conseguenza. La fotografia è questa: l’incompetente, o il mediamente preparato di turno arriva al posto di prestigio, che richiede competenze di livello più elevato grazie a tizio e caio al quale furbescamente si è “votato” . Il bravo, quello che ha studiato, sudato, sperato nel proprio momento di gloria, davanti alla vittoria del nepotismo, dell’incopetenza premiata, si arrabbia, ma così tanto da trovare un’unica soluzione, “votarsi” anche lui. Presto fatto, il circolo vizioso è innescato!
    Frequento il secondo anno della facoltà di giurisprudenza,ho ancora tempo per ricredermi cambiare idea o radicare la mia con più forza prima di trovarmi faccia a faccia con il problema etico se cedere alla logica dell’aiutino o meno. A settembre inizierò la mia esperienza erasmus a Parigi, non credo alla leggenda che al di fuori del nostro paese ci sia un eden di cui leitmotiv sia la garanzia della meritocrazia, ma il paragone quanto meno desta curiosità. L’esterofilia non aiuta certo a bonificare il terreno da questo sistema malato…ma in qualche modo bisogna salvarsi…
    Diletta

  • Io penso che il problema è proprio un altro.
    Lo studio può essere ritenuto inutile o utile come qualsiasi altra cosa. Il problema principale, che è sulle conoscenze unitamente alle capacità acquisite o innate, è che queste debbano essere conosciute ed individuate di volta in volta dalle persone; che possono essre il professore, il vicino di casa, il datore di lavoro,etc. Penso pure che solo riconoscendo, ma come? conoscendo le persone che ci stanno attorno e dandogli i meriti e “rubandogli” le cose che hanno in più di noi possiamo crescere; questo vale in qualsiasi ambito.
    Quindi la meritocrazia sì ma basata sulla conoscenza della conoscenza deli altri!!!!!!!!!!!!

  • io credo ancora fermamente che il merito premia ,ma non il merito che viene dalla valutazione dell’esaminatore che a volte potrebbe essere “caricata” e non reale,ma il merito che si persegue con tenacia e abnegazione,che nasce dalla passione e dal rigore, che si ottiene per soddisfare un sano orgoglio e una giusta ambizione.chi non si avvilisce , crede in quello che fa ed è assetato di conoscenza,chi non si adagia sugli allori ma prosegue con umiltà affrontando ogni esame come se fosse il primo ,chi si confronta con altri come e migliori di lui ,mettendosi sempre in discussione e non autoassolvendosi o piangendosi addosso di fronte a un insuccesso, chi sa fare delle rinunce senza sentirsi diverso o frustrato ,anzi programma il suo tempo e il suo studio con razionalità e giudizio,ecco questo è un giovane che può volare alto e in qualsiasi cielo ,è stato e sarà sempre così, agli altri se non sono furbi scaltri o spregiudicati ,rimane la speranza di un lavoro che assicuri loro di vivere tranquilli e senza affanni.

  • Voce anonima, ma voce che dice cose giuste.

    :-)

  • parole sante di un’anonima voce…..

  • Il Barone Von Gloeden

    Povero me! Giovane illuso e sognatore in questo nuovo millennio ipertecnologico…povero me!
    Un bel giorno mi hanno raccontato una favola stupenda: studia…studia…impegnati e vedrai che grazie al fatidico “pezzo di carta” – oggi più inutile della carta igenica perchè almeno con quella ti ci pulisci il culo – riuscirai a realizzarti. Quando avrò concluso il mio bel percorso di studi, naturalmente verrò sbattuto fuori dal mio Ateneo con un bel calcio nel culo e mi ritroverò insieme a tante ex-matricole, affamate di un decente posto di lavoro che ti permetta di comprare almeno una lacoste all’anno. A questo punto, quando mi renderò conto che in Italia la meritocrazia è come Babbo Natale – quando cresci ti accorgi che non è mai esistito, ma era sempre un tuo parente con la barba finta -, allora impiegherò tutte le mie straordinarie facoltà intellettive a cercare una BUONA RACCOMANDAZIONE che mi offra l’occasione di ottenere un ottimo posto di lavoro.
    Povero me! Costretto a sentire la filastrocca che è il merito a premiare e poi le buste paga arrivano sempre prima ai soliti figli di papà, già pieni di soldi, che nei casi peggiori, si mettono in testa anche di fare i paladini dei più sfigati, visto che di questi tempi fa più glamour.
    So che dovrò faticare il doppio perchè il nome di mio padre è troppo semplice, non è preceduto infatti da quelle carinissime diciture tipo: Dott. Avv. ecc ecc, ma pazienza! Sarà di sicuro più divertente la mia scalata al successo.
    Povero me! Venticinquenne in un paese in cui i governi, anno dopo anno, peggiorano la situazione a discapito di noi giovani, che gli evitiamo anche lo sforzo di farci piegare a novanta gradi per mettercela nel culo.
    Da venticinquenne mi fa male vedere la lenta dismissione del paese do mare e do sole, a causa di un manipolo di vecchi mafiosi; mi fa male vedere che non ci riuniamo nelle università per parlare ed esprimere il nostro malessere e le nostre preoccupazioni, per un futuro che forse mi vedrà costretto a rapinare i miei genitori, mentre escono dalle poste, dopo aver ritirato la pensione.
    Non capisco perchè molti miei coetanei fingono che vada tutto bene. Ci hanno spento i cervelli attraverso un “totalitarismo mediatico e tecnologico” che occupa la maggior parte del nostro tempo e quotidianamente ci bombarda di stronzate per evitare di farci riflettere e trovare il coraggio di reagire.
    Non abbiamo più coraggio, siamo terribilmente annoiati e pur disponendo di un’infinità di mezzi, li utilizziamo per anestetizzarci i neuroni invece di trovare con la fantasia e l’immaginazione – non sono droghe sintetiche – nuove vie per farci sentire. Gli “scrannofili” – neologismo che sta ad indicare i tipici politici italiani amanti dello scranno e non del cittadino – devono sapere che siamo incazzati neri per come si stanno mettendo le cose.
    Forse alla base di questo annichilimento generazionale c’è la paura di non volersi concedere un grande lusso: sbagliare! Perchè ci hanno abituato al fatto che più sbagli e più sei coglione. Io invece nella vita spero tanto di diventare un gran fallito, perchè chi ha fallito non ha sbagliato…ha vissuto!
    Ogni giorno però mi sveglio e mi sento più angosciato e annoiato. Guardo negli occhi i miei coetanei e riconosco in loro lo stesso malessere che pervade me. Allo stesso tempo mi chiedo perchè ci si ostini a nasconderlo e a far finta che tutto si aggiusterà.
    Così, quando posso, mi sfogo comprando cose inutili di cui non ho un gran bisogno, per autoconvincermi che mi aspetta un futuro scintillante, in questa Italia che si ostina a mandare aiuti al Terzo Mondo quando essa stessa sta diventando il Terzo Mondo dell’Unione Europea.

  • Sicuramente chi ha fallito almeno ha vissuto… Peggio, ma ha vissuto.
    Forza, Barone Von Gloeden, che se non ci credi tu non ci crede nessuno!
    :)

  • Il Barone Von Gloeden

    Grazie Nessuno,spero ti sia piaciuto il commento!
    Un abbraccio

  • Barone,

    non devi mollare. Dai sempre retta alle parole della “voce anonima” che ha da insegnare qualcosa a tutti noi.

    Un saluto

  • Il Barone Von Gloeden

    le darò retta quando uscirà dall’anonimato :)

  • Salve a tutti. Non ho mai scritto sul blog, ma ho notato un mio particolare interesse per gli argomenti trattati, in particolare quello del merito nell’educazione.
    Al riguardo, proprio durante la precedente campagna elettorale, il principale esponente dell’attuale opposizione, Walter Veltroni, pose tra i dodici punti del suo programmma proprio il merito quale criterio di differenziazione e selezione scolastica, universitaria e lavorativa. Benché io credo che differenziare sulla base del merito sia in pratica molto difficile, dovendosi tenere in conto delle tante altre diversità individuali che non dipendono dal merito, credo che sia questa la strada da seguire, facendo molta attenzione a non discriminare gli immeritevoli solo perché partono da condizioni più svantaggiate.
    Comunque ora scrivo perché proprio durante la campagna elettorale mi venne di inviare una lettere a Veltroni, sul merito, che credo lui non abbia mai letto. La pubblico qui. é di stampo più pedagogico che politico-giuridico.

    “Caro W….,
    sono un “giovane” di benevento (praticante avvocato) ed ho assistito con molta passione alla tua manifestazione ieri 5 aprile.
    Ho scelto il titolo della mail (“accendere i cervelli”) perché mi colpì l’espressione quando la lessi su un libro divulgativo del professore di fisica della Sapienza (Andrea Frova), e l’ho trovata adattabile alle idee politiche del PD in relazione alla scuola, alla cultura e a tutto ciò che da esse consegue.
    Sono in accordo con te a premiare il merito e il talento, ad avere una scuola più seria e rigorosa, ma il merito ed il talento devono anche essere spinti a manifestarsi. I professori sono tenuti ad accendere i cervelli, ad appassionare, ad incuriosire. Ma quando il professore non è in grado di fare questo come si può pretendere che un adolescente esprima il suo talento, senza un motivo per farlo?
    Se i professori si limitano ad insegnare solo le nozioni che occorrono per superare gli esami e le interrogazioni, privando lo studio della sua caratteristica più affascinante, “l’esperienza culturale”, allora il talento degli allievi non si esprimerà mai. Anzi, saranno (come oggi lo sono) proprio i più meritevoli, i più capaci ad essere delusi da un sistema scolastico che non gli permette di esprimere le proprie potenzialità e di prendersi cura dei propri talenti.
    Oggi essere uno studente buono vuol dire non avere interessi e non avere altre curiosità che non siano il programma scolastico (quelle quattro nozioncine da mandare a memoria) o altro che attiene solo alla scuola. (Conosco un ragazzo che si è diplomato lo scorso anno con 100, ma che non sapeva neppure usare internet!…difficile da credere, purtroppo è vero!)
    La mente originale è invece poliedrica. Sertillanges diceva che “nessuna scienza basta a se stessa”, nessuna scienza può bastare alla educazione mentale del discente. Ogni scienza equilibra la sua opposta.
    Lo studente non deve essere, come lo definiva B. Russel, “materiale da costruzione” per i progetti politici dello Stato. Non deve essere solo un “servitore della” patria. Ma deve principalmente essere un “contributo per” la patria. Solo esprimendo veramente se stesso può contribuire senza servire.
    La scuola deve “accendere i cervelli” non nel senso di bruciarli (come avviene oggi), ma nel senso di dare una possibilità di espressione, un motivo per cui “contribuire”, e non “servire”.
    “L’educazione non è come riempire un vaso. Ma come accendere un fuoco”. La citazione dovrebbe essere di Aristofane, e non ricordo bene neppure se le parole sono proprio così, comunque il senso è chiaro”.
    Antonio de Filippo

  • Benvenuto Antonio, una bella lettera…
    Ma se non ci educa lo Stato, allora educhiamoci noi. Accendiamo tutti i cervelli e i sacri fuochi che possiamo…
    Dipende da noi, non dagli altri.

  • Qualcuno ha detto che in ogni uomo c’è una forza spirituale che crea continuamnete ideali in cui credere , in nome dei quali tutta l’umanità si accomuna, e che accende gli animi generosi a fare egregie cose per sè e per gli altri.Nessuno può accendere il tuo cervello perchè è gia acceso,caro Antonio, qualcuno può soffiare su questo fuoco alimentandolo (come tu chiedi), ma ma se intorno a te trovi indifferenza e ostilità non per questo devi mollare:tu conosci te stesso e se credi in te devi avere fiducia , alzare la testa e andare avanti.Nessuno può spegnerti il cervello o riempirti la testa di assurdità,caro Barone Von Gloeden,nessuno può farlo se tu non vuoi( anche nei veri regimi totalitaristi tanti hanno trovato comunque il modo di urlare il loro dissenso.)Allora io credo che sbagliare è importante ,perchè è formativo, ma non basta a farti dire che hai vissuto se non puoi aggiungere…con fierezza!
    .

  • Il Barone Von Gloeden

    Cara anonima voce, assolutamente fiero di ogni mio errore, sono belle le cose che dici, nel mio caso è meglio se lo metto in stand by in cervello perchè lo faccio lavorare troppo…ma la cosa che mi fa più paura è L’INDIFFERENZA…meglio un bel cazzotto in faccia che l’assoluta indifferenza che caratterizza la maggior parte della mia generazione. Il problema è che anche quando pensi di aver di fronte persone in gamba, nella concreta realtà dei fatti(perchè io non voglio campare solo di belle parole) si comportano in maniera contraria a quello che dicono…

    Peccato che tu sia anonima…sei un’ottima voce…spero che tu metta in pratica quello che dici

    L’Italia è piena di gente che chiacchiera chiacchiera..la grande Mina diceva..PAROLE PAROLE PAROLE…
    :)

  • cari ragazzi… !!! la curiosità ! è il soffio sul nostro fuoco …
    vi ho letto con grande interesse, spero di utilizzare diversi argomenti e frasi che avete scritto.. !! bravo anonimo – bravo von gloden – bravi tutti che esprimono loro potenziale ! tutto perchè anch’io ho voluto sapere ! che cosa ??? : il significato della parola browser – tag – flickr – von gloden – e infine educazione senza merito !!! grazie ! abbraccio con sorriso ! alla prossima

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