Intervista ad “Avvenire” – Un’Italia tenace

«La prima leva sulla quale agire è certamente quella del costo del lavoro, attraverso la riduzione del cuneo fiscale. Poi occorrerà concentrare investimenti ed energie sui settori di forza del Paese: dal manifatturiero da esportazione all’alimentare al turismo alla moda». Michel Martone, viceministro del Lavoro, è alla fine della sua esperienza di governo, ma resta ottimista sul futuro dell’occupazione e dell’economia del Paese: «In questi mesi ho visto un’Italia tenace che vuole reagire e non si arrende al declino».

Le previsioni, però, sono negative. Per l’occupazione il peggio deve arrivare?

No. Penso che siamo nel momento più buio della notte, quello che precede l’alba. Gli ultimi scossoni per la crisi di Cipro certo non aiutano, ma il nostro Paese è stato messo in sicurezza con le riforme approvate durante lo scorso anno e ora credo sia vicina la ripresa dell’economia e quindi dell’occupazione.

Ma quali strumenti possiamo utilizzare per sostenere l’occupazione?

La priorità è certamente quella di reperire risorse per finanziare la riduzione del cuneo fiscale e così abbassare il costo del lavoro. Si può agire ancora sull’Irap, come avevamo già iniziato a fare. Guardando invece più in prospettiva, il futuro governo dovrebbe ragionare sui punti di forza del Paese: le imprese più internazionalizzate, i nostri settori di punta come l’alimentare, le piastrelle, la moda, i distretti, ma anche il turismo, i beni culturali e l’intrattenimento.

Rischiano di mancare i fondi per gli ammortizzatori…

I sindacati stimano che serva più di un miliardo di euro, ma il ministero ha stanziato tutto ciò che poteva. Se nei prossimi mesi emergeranno nuove necessità da finanziare, si vedrà…

Le aziende continuano a chiudere e nelle ultime settimane avete dovuto affrontare le vertenze Ilva e Bridgestone. I contratti di solidarietà sono il modello per salvare posti?

In queste e in altre vertenze ho potuto constatare che c’è un’Italia forte e tenace, lavoratori che non si arrendono e imprese che sanno stare sui mercati nonostante tutto. La soluzione del contrato di solidarietà difensiva, riduzione d’orario con integrazione salariale da parte dello Stato, individuata per i dipendenti Ilva, è certamente un modello. Permette di evitare gli esuberi, ripartisce i sacrifici, lascia tutti in produzione e durante i periodi di fermo i lavoratori potranno fare formazione. Siamo sulla stessa linea adottata in Germania durante la crisi all’inizio del 2000, il Kurzarbeit praticato da aziende come Volkswagen e Bosch.

La vostra riforma del lavoro viene criticata da sinistra e da destra e non ha prodotto risultati positivi sulla crescita occupazionale. Una riforma sbagliata o una riforma giusta ma nel momento sbagliato?

È stato un passo avanti nella regolazione del mercato del lavoro. Ed è stata varata prevedendo già un monitoraggio per verificarne i risultati. Sono emersi alcuni problemi sulla flessibilità in entrata. Se si evitano i furori ideologici di chi vuole cancellare tout court la riforma, si possono certamente mettere in cantiere una serie di aggiustamenti.

A soffrire sono in particolare i giovani e anche fra i laureati crescono disoccupazione e sfiducia. Quali risposte possiamo dare loro?

Lo Stato deve fare di più, deve dare a tutti i giovani un’opportunità. I giovani non devono pensare che il loro destino sia segnato. Non devono abbandonare gli studi. Non devono rinunciare ai loro sogni e progetti. Occorre semmai più impegno nel perseguirli, cercare di specializzarsi il più possibile. Potrebbero ispirarsi a un grande italiano come Pietro Mennea che diceva: «La fatica non è mai sprecata. Soffri ma sogni».

“Ma il peggio è alle spalle, c’è un’Italia che resiste” – Avvenire, 28 marzo 2013


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