Intervista al Professor Michel Martone, di Marco Patruno

Una chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con Marco Patruno, pubblicata sul blog generazione.blog.lastampa.it

precariato.jpgL’intervista affronta il rapporto tra precariato e flessibilità. La coesistenza spesso difficile di due mercati. Un mercato del lavoro e un mercato delle opportunità dove sembrano andare paralleli senza che ci sia apparentemente un nesso tra di loro. E infine la questione di una “ricetta ideale” per una flessibilità dal volto decisamente più umano. Non voglio rubare altro tempo ai miei lettori, e vi lascio alle risposte del professore Michel Martone.

Che cosa pensa del precariato giovanile? Precariato e flessibilità sembrano essere diventati due termini sinonimi e facilmente intercambiabili tra di loro. Realtà o e soltanto un’impressione?

Sono due facce della stessa medaglia che dovrebbero consentire al nostro Paese di partecipare alla competizione globale.
Ma per evitare che la flessibilità si trasformi in precarietà è necessario l’ammodernamento del nostro diritto del lavoro, che introduca tutele di nuova generazione per tutti i giovani che hanno contratti con data di scadenza.
Problemi nuovi richiedono soluzioni nuove.
La riforma degli ammortizzatori sociali potrebbe decollare se il Ministro Tremonti riuscirà a trovare gli 8 miliardi promessi.

Il precariato ormai sembra invadere qualsiasi settore del mercato del lavoro. Anche campi strategici come la ricerca e l’insegnamento. Vivere eternamente sotto contratti a termine aiuta il ricercatore o l’insegnante a svolgere al meglio il proprio lavoro?

Dipende. La stabilità del posto di lavoro può garantire ad alcuni la tranquillità necessaria ad affrontare ricerche difficili e complesse su temi ambiziosi, ma anche indurre altri ad adagiarsi nelle comode progressioni di carriera per anzianità.
Come sempre non dipende solo dalle leggi ma anche dagli uomini.

Oggi per un giovane laureato sembra essere più difficile orientarsi sul mercato. E’ come se esistessero contemporaneamente un mercato del lavoro e un mercato delle opportunità, formato quest’ultimo da una miriade di corsi di formazione e master che non sempre sono in grado di preparare il giovane per il mercato del lavoro. Che cosa ne pensa? E quali consigli si sente di dare ad un laureando o neolaureato?

Ha perfettamente ragione.
Dovremmo ridurre i master come i corsi di laurea, per insegnare agli studenti un metodo e non inculcare nozioni.

Secondo lei quale sarebbe, per così dire, la “ricetta ideale” per una flessibilità dal volto più umano?

Credo che sarà il tema del mio prossimo libro.
Comunque più che le parole servirebbero risorse, perchè tutti i diritti hanno un costo.

Commenti


  • Concordo pienamente sul fatto che è necessario ridurre i corsi di laurea. Negli ultimi anni,gli atenei italiani ,non hanno fatto altro che offrire assurdi corsi di laurea ,che nascondendosi dietro denominazioni ampollose, hanno avuto il solo fine di “conquistare” il maggior numero di studenti (che pagano le tasse e quindi apportano ricchezze alle facoltà), i quali molto spesso si iscrivono convinti di poter trovare alla fine del percorso di studi chissà quali sbocchi,mentre, in realtà ,si ritrovano con un misero pezzo di carta in mano.Basti pensare che l’università di Pavia ha istituito il corso di laurea in SCIENZE DEL FIORE o l’università di Bari quello in PACE. Per chi fosse interessato all’argomento consiglio di leggere: MICHELE AINIS-STATO MATTO- Garzanti Editore 2007 pg 233 ss.
    Speriamo che l’ipertrofia dei corsi di laurea si arresti e si torni ad avere un università di qualità capace di formare davvero i laureati e la classe dirigente del domani,altrimenti, nel giro di pochi anni potremmo chiamarci tutti “DOTTORI”,senza avere nessuna competenza.Spero di non aver offeso i ragazzi inscritti alle nuove facoltà e se l’ho fatto mi scuso vivamente, dato che non ne avevo nessuna intenzione,volendo solo porre l’attenzione su un problema che riguarda la società italiana nel suo insieme.

  • 1995: riforma in senso contributivo delle prestazioni previdenziali obbligatorie. 1997 – 2003: progressiva estensione dell’area del cd. lavoro flessibile.
    La non simultaneità tra riforma del mercato del lavoro e degli armotizzatori sociali ha generato precarietà. Le mille rigidità del sistema-Paese (salvo rarissime eccezioni, non mi risulta che vi siano istituzioni creditizie pronte ad erogare finanziamenti sprovvisti di garanzie “familiari” in favore di giovani laureati finalizzati alla frequenza di un Master…. non parliamo di quelli finalizzati alla realizzazione di un progetto di vita … altro che bamboccioni!) rischia di generare precarietà esistenziale.

    Il dato che più mi colpisce è il seguente: i problemi della generazione tuareg (per usare una fortunata definizione) riguardano molti ma ne parlano e scrivono pochi. Ancora meno sono i diretti interessati che tentano di cambiare qualcosa.

    Spesso mi interrogo sulle cause profonde di tale inerzia. Trovo alcune risposte. Mancano, tuttavia, quelle al seguente interrogativo: come accrescere consapevolezza e voglia di cambiare il corso degli eventi?

    Qualche tempo fa, intervenendo in un convegno, uno dei pochi esponenti della classe politica culturalmente e intellettualmente affascinante, affermò: le assicurazioni sociali furono inventate in Germania da Ottone di Bismark verso la fine dell’800 al fine di traghettare le popolazioni dalla prospettiva della rivoluzione a quella delle riforme. Non vorrei che, a distanza di un secolo e mezzo, fosse compiuto il percorso contrario.

  • Io faccio parte di quella che Federico ha definito “generazione Tuareg” e mai come in questi ultimi tempi ho sentito l’impulso irrefrenabile di fare qualcosa per invertire la pericolosa direzione verso cui il nostro Paese si sta dirigendo.
    Non mi sono mai interessata di politica, tuttavia ultimamente leggendo il quotidiano o guardando il tg, osservando i nostri politici, mi sono sorpresa a pensare che c’è indubbiamente il bisogno estremo di un ricambio generazionale nelle file degli uomini che ci rappresentano.

    Allo stesso tempo però mi sono chiesta se noi “generazione tuareg” (e per generazione tuareg io intendo i trentenni di oggi che come me sono cresciuti con un profondo senso della cultura)siamo in grado di farci spazio in mezzo a questo branco di politici avvoltoi arroccati nelle loro posizioni di potere.

    Siamo capaci di farlo? Siamo sufficientemente preparati?

  • Una domanda: è possibile, in ambito europeo, stabilire legislativamente un minimo salariale per tutti i cittadini dell’Unione?

  • Prof. concordo con Luca.. attendo con ansia un suo commento sul tema degli scioperi recentemente alla ribalta nella politica nazionale …

    in più aggiungo che come hanno affermato Chiara e Federico in precedenza… questo paese HA BISOGNO DI NOI.. di una generazione con idee, impulsi e un retroterra di esperienze nuove.. che permettano una virata netta e un cambiamento immediato..

    ogni sera che sento il tg mi vergogno per quei 10 minuti in cui ogni politico.. destra – centro – sinistra.. famoso o meno famoso.. riesce a trovare il suo mini-spazio alla tv per dire la sua ca****a e fare cosi “politica”… è una vergogna.. non mi sento rappresentato da NESSUNo.. è veramente tutto molto triste.

  • i giovani se la prendono sempre nel c…. tutti fanno parole e poi li sfruttano. Non c’e’ rimedio

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