L’esigenza di una svolta solidaristica per i pionieri del sistema contributivo

La questione del sostegno finanziario alle Casse previdenziali istituite con d. lgs. n. 103 del 1996, di cui si avverte la profonda esigenza, specie in questo particolare momento di crisi, si interseca inevitabilmente con la questione della solidarietà in materia previdenziale. In un primo tempo, il principio di solidarietà si è tradotto nell’affermazione di meccanismi di finanziamento a ripartizione, in base ai quali il trattamento pensionistico degli aventi diritto veniva integralmente sopportato dalla forza lavoro in attività. Senonché, il progressivo invecchiamento medio della popolazione, il proliferare di fenomeni di prepensionamento e soprattutto il metodo di calcolo retributivo, caratterizzato dalla parametrazione del trattamento pensionistico alle ultime retribuzioni percepite dall’avente diritto, hanno ineluttabilmente condotto al collasso del sistema previdenziale, divenuto insostenibile dal punto di vista finanziario.


A questa deriva si è tentato di porre argine in un primo tempo facendo gravare sul bilancio pubblico il peso del sistema previdenziale, in considerazione di un’interpretazione “generosa”, per non dire universale, del richiamato principio solidaristico. Ciò sino a quando la crisi finanziaria, che ha condotto il nostro Paese a registrare il terzo debito pubblico del mondo, ha imposto di svincolare il bilancio statale dal gravoso peso previdenziale accumulato nei decenni, tramite l’innalzamento dei requisiti anagrafici per accedere al trattamento pensionistico e, soprattutto, tramite il passaggio dal sistema retributivo a ripartizione ad un sistema contributivo a capitalizzazione, caratterizzato dal finanziamento diretto del proprio trattamento pensionistico, attraverso l’accumulo di un montante contributivo individuale. Questa svolta epocale, sancita dalla legge Dini del 1995, ha conosciuto due distinti livelli di attuazione: uno graduale, nell’ambito della previdenza pubblica per lavoro dipendente o parasubordinato, in cui il bilancio dello Stato ha continuato in via transitoria a supportare il sistema di finanziamento, poiché non ancora idoneo a garantire quei mezzi adeguati alle esigenze di vita del lavoratore imposti dalla carta costituzionale; uno drastico, avvenuto proprio nell’ambito delle Casse “103”. Sin dalla loro costituzione, infatti, esse hanno rappresentato la prima pionieristica manifestazione di sistema contributivo puro del nostro ordinamento, caratterizzato in quanto tale da una rigida equivalenza attuariale tra contributi versati e prestazione erogata. Gli iscritti alle Casse “103” hanno dunque iniziato a contribuire individualmente ed in via esclusiva alla propria prestazione previdenziale, senza il sostegno solidaristico degli altri iscritti né tantomeno del bilancio statale. Ne è derivato un sistema di finanziamento delle prestazioni individuali che poggia esclusivamente su un contributo soggettivo, calcolato in percentuale sul reddito prodotto, e su un contributo integrativo, originariamente contenuto al 2%, da applicare al destinatario della prestazione resa dal professionista. Le contraddizioni di questa scelta sono evidenti, sia in termini assoluti che in relazione agli altri regimi previdenziali: quel principio solidaristico, di cui il sistema previdenziale si è storicamente cibato sino all’indigestione per il lavoro dipendente, e che continua in parte a trovare applicazione per il lavoro dipendente e parasubordinato anche in regime contributivo, viene negato agli iscritti alle Casse “103”, e cioè proprio a quelle categorie professionali i cui livelli reddituali medi sono tendenzialmente inferiori ad ogni altra categoria lavorativa autonoma o subordinata. Dati alla mano, per i professionisti di queste Casse il tasso di sostituzione delle prestazioni previdenziali rispetto ai redditi percepiti in costanza di attività non supera il 20%, e appare dunque inidoneo a garantire all’avente diritto i mezzi adeguati alle sue esigenze di vita. In questo contesto, il recente intervento normativo, nel prevedere l’innalzamento del contributo integrativo dal 2% al 5%, ha accordato un sostegno agli iscritti alle Casse, realizzando una sorta di solidarietà “chirurgica” che, senza imporre alcun peso sul bilancio statale, consente di elevare l’aspettativa di rendimento della prestazione previdenziale con il supporto dei destinatari finali, e cioè di coloro che di fatto beneficiano della prestazione di lavoro autonomo. Resta, tuttavia, l’auspicio che, in tempi migliori, anche le Casse “103” possano godere di quei “supporti” solidaristici necessari per agevolare la fuoriuscita di numerose categorie professionali da quella deriva autarchica che, in considerazione della loro specifica debolezza contrattuale e reddituale, le aveva lasciate oramai da troppo tempo abbandonate a sé stesse.


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