La lezione tedesca

La lezione tedesca_Outlook_marzo2011_ConfindustriaModenaDi seguito l’intervista pubblicata su Outlook Modena Mondo, rivista bimestrale di Confindustria Modena.

Scarica il PDF di Outlook Modena Mondo – Numero 2 | Marzo – Aprile 2011

Il vero problema dell’economia italiana consiste nella scarsa produttività delle sue aziende che, come dimostrano i dati Istat, si rivela praticamente ferma da dieci anni e, anzi, nell’ultimo anno è decresciuta; se la produttività diminuisce, il Paese si impoverisce perché vengono meno le risorse, in termini di tasse e contributi, che servono a pagare il costo dei diritti, e la disoccupazione aumenta perché le imprese emigrano all’estero. Ora come dimostra l’esperienza tedesca, per contrastare questo crollo della produttività e ricominciare a creare sviluppo e quindi occupazione gli imprenditori devono trovare il coraggio di fare gli investimenti necessari a migliorare i processi produttivi, e i lavoratori devono avere la capacità di rinunciare ad alcune tutele, come ad esempio alla rigidità di alcuni orari di lavoro, al fine di assicurare la migliore produttività degli impianti.

Il problema, però, è che nell’attuale sistema di relazioni industriali ciò può non bastare, perché, se anche gli imprenditori sono disponibili a fare quegli investimenti e i lavoratori ad affrontare quei sacrifici, basta l’opposizione di un solo sindacato per compromettere l’efficacia dell’accordo e, con essa, la produttività dell’azienda. Ciò dipende dal fatto che l’attuale sistema di relazioni industriali, proprio a causa della mancata attuazione dell’art. 39 della Costituzione, non si regge sul principio democratico in base al quale la maggioranza decide e la minoranza si adegua, ma sull’unanimismo o meglio sull’unità di azione delle principali confederazioni sindacali e quindi di Cgil, Cisl e Uil. L’esperienza di Pomigliano e più recentemente di Mirafiori dimostra infatti che, nonostante l’art. 16 del protocollo del 22 gennaio 2009 preveda la clausola dell’opting out e sempre e seppure la maggioranza dei lavoratori si dichiara favorevole alla sottoscrizione del contratto collettivo aziendale che deroga a quello nazionale, basta il veto della Fiom, che invece ha sottoscritto il nazionale ma è contraria all’aziendale, per comprometterne l’efficacia trascinando l’azienda in un vero e prorpio “Vietnam sindacale” fatto di scioperi e contenziosi. Per questo Marchionne, prima di emigrare all’estero e dopo aver registrato il fallimento del tentativo di migliorare la produttività dello stabilimento di Pomigliano avvalendosi della clausola dell’opting out, è uscito dal sistema confindustriale per sottoscrivere un nuovo contratto collettivo che non esponesse la Fiat alla guerriglia sindacale della Fiom. Per le stesse ragioni Federmeccanica ha deciso di recedere dal contratto per sottoscrivere con Cisl, Uil e tutti gli altri sindacati un nuovo contratto collettivo nazionale che sia valido ed efficace. Per questo, il governo e tutte le parti sociali, sono pronte a procedere, nonostante il veto della Fiom, a una rifondazione dell’attuale sistema di relazioni industriali, seguendo la via tracciata dal Protocollo del 22 gennaio 2009. Sulla scorta dell’esperienza tedesca, hanno compreso che, per contrastare le crisi d’azienda, aumentare i livelli occupazionali, attrarre investimenti, è indispensabile aumentare la produttività delle aziende. Ma anche che, per farlo, non è più possibile indugiare nella ricerca di astratti unanimismi perché la globalizzazione corre mentre la produttività del nostro sistema economico ristagna da più di dieci anni.

Si tratta di una sfida difficile e di un passaggio delicato, che potrebbe avere effetti destabilizzanti; siamo di fronte a un passaggio storico, che verrà ricordato al pari di altri momenti decisivi, come la marcia dei quarantamila o il referendum sulla scala mobile. E per questo è fondamentale che la Cgil si liberi dalla morsa della Fiom per partecipare a questo processo, anche perché penso che difficilmente gli altri torneranno indietro. Innanzitutto, perché questo sistema di relazioni industriali, basato sull’egemonia della legge e del contratto collettivo nazionale di categoria, non rappresenta il più avanzato baluardo dei diritti dei lavoratori, anzi è un residuo del periodo corporativo, quando l’unanimità era imposta per legge e la categoria era definita in via amministrativa. E i due livelli di contrattazione dovrebbero essere quindi considerati complementari, evitando l’assoluto sbilanciamento sul piano del contratto nazionale. In secondo luogo, perché non vedo che cosa ci sarebbe di strano se un gruppo che occupa in Italia alcune decine di migliaia di dipendenti ma ne ha molti di più in giro per il mondo, volesse introdurre delle regole non dico comuni (perché sarebbe impossibile), ma armonizzate e quindi compatibili nei diversi stabilimenti diffusi nel pianeta. In terzo luogo, perché la nostra Costituzione si basa sul principio della maggioranza e non su quello dell’unanimità. E la maggioranza dei lavoratori ha capito che è meglio  avere uno stabilimento nel quale si deroga ad alcune delle tutele previste dal contratto collettivo nazionale o si procede nella direzione di una loro maggiore flessibilizzazione (peraltro compensate da aumenti salariali), per creare occupazione e attrarre investimenti necessari, piuttosto che indugiare nella sterile difesa di tabù novecenteschi, come l’egemonia del contratto collettivo nazionale di categoria, che rischiano di compromettere l’occupazione di migliaia di lavoratori.

Ecco perché la questione della ridefinizione della rappresentanza risulta centrale, e si dovrebbe ripartire, dalle proposte in materia elaborate da Massimo D’Antona e basate sul principio maggioritario.

Infine, problemi nuovi richiedono soluzioni nuove ed è giunto il momento di ricercarle. E’ inutile girarci intorno: per avere diritti, dobbiamo poterceli permettere, e per poterceli permettere dobbiamo stare e combattere ad armi pari nella competizione globale. Si tratta ora di sperare che non prevalgano assurde spinte centrifughe, perché la direzione di marcia è stata positivamente segnata.

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