La meglio gioventù dei bancari

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di sabato 9 aprile 2011

La piattaforma per il rinnovo del Contratto nazionale del settore bancario, presentata unitariamente dai sindacati della categoria e anticipata dal Sole 24 Ore, è di particolare interesse nella parte in cui pone al centro della trattativa la questione del ricambio generazionale. Con questa piattaforma, i sindacati fanno un importante salto di qualità nella loro strategia rivendicativa e con grande senso di responsabilità, riconoscono che «per cambiare modello di banca e innovare modelli organizzativi, canali distributivi, profili professionali» è necessario partire dai giovani.

Per questo, fra le tante rivendicazioni, pongono al primo posto il Piano per l’occupazione giovanile nel settore bancario, che secondo alcune dichiarazioni potrebbe portare nei prossimi anni all’assunzione a tempo indeterminato di 30mila lavoratori, e sono disponibili a consentire il sotto-inquadramento temporaneo dei neoassunti nella seconda area professionale.

Certo, si tratterebbe pur sempre di una qualche forma di discriminazione generazionale, come qualcuno già denuncia, perché i neoassunti verrebbero inquadrati a un livello inferiore a quello contrattualmente previsto, con salari del 15% più bassi di quelli dei colleghi più anziani con analoghe mansioni. Ma a questa posizione è facile obiettare che si tratta di assunzioni a tempo indeterminato, che i giovani hanno sempre fatto la “gavetta” all’inizio della carriera e che una retribuzione un po’ più bassa è molto meglio di un’infinita serie di contratti a termine.

È per questo che la trattativa avviata nel settore bancario merita l’attenzione di politici, aziende e sindacati. Tra le principali sfide che, volenti o nolenti, tutti dovremo affrontare nei prossimi anni per reagire alla crisi economica, c’è infatti proprio quella del ricambio generazionale, necessario a contrastare l’invecchiamento della popolazione attiva.

Si tratta di una sfida difficile, che riguarda le istituzioni statali come le imprese private, ma ineludibile perché, come dimostrano le statistiche, in Italia l’invecchiamento demografico è stato più rapido e intenso rispetto agli altri Paesi europei e oggi siamo diventati, dopo il Giappone, il Paese più vecchio del mondo.

Ciò è dovuto a una molteplicità di fattori, ma soprattutto al fatto che in un secolo la speranza di vita si è triplicata, mentre si è ridotto di un terzo il tasso di natalità. Così si è capovolta la piramide per età su cui poggiava il nostro Stato sociale. Se un tempo c’erano molti giovani lavoratori e pochi pensionati, oggi ci sono pochi giovani lavoratori che devono mantenere un numero sempre crescente di pensionati. Anche perché, a causa delle rigidità del nostro diritto del lavoro, la disoccupazione giovanile ha ormai raggiunto livelli di guardia.

Ciò ha messo in crisi il nostro Stato sociale, che a fatica riesce a trovare le risorse necessarie a sostenere una spesa pensionistica e sanitaria sempre maggiore, ma anche il nostro sistema produttivo perché è di tutta evidenza che se la popolazione attiva invecchia, diminuisce anche la produttività delle aziende e, con essa, il Pil del Paese.

Non è infatti un caso che il tasso di produttività del nostro sistema economico si sia progressivamente ridotto man mano che aumentava l’età media della popolazione attiva, nell’impiego pubblico come in quello privato. Basti considerare che, per quanto riguarda il lavoro pubblico, se negli anni 80 l’età media dei dipendenti era di 35 anni, nel 2008 era aumentata a 47,5 anni. E lo stesso fenomeno si è verificato nell’impiego privato tenuto conto che, secondo le previsioni dell’Istat con base 2007, nei prossimi vent’anni la popolazione attiva nella classe 30-44 è destinata a perdere circa 3,5 milioni di posti di lavoro a vantaggio di quella tra i 50 e i 64 anni.

Si tratta di statistiche allarmanti, che dovrebbero impensierire la politica e più in generale la classe dirigente del nostro Paese, soprattutto in questi periodi di crisi e bassa produttivita. Perché il rischio che abbiamo di fronte è che le aziende in crisi di commesse decidano di procedere a licenziamenti collettivi, senza neanche affrontare la questione del ricambio generazionale.

Per questo speriamo che, almeno sul punto, la trattativa in corso nel settore bancario abbia successo. Potrebbe dimostrare a tutti che, presa per tempo, la questione del ricambio generazionale può essere affrontata con soddisfazione generale, delle imprese, dei sindacati, dei padri e dei figli, degli insider e degli outsider.

Se è indubbio che la nostra economia cresce poco, è altrettanto indubbio che la questione della produttività non può essere risolta solo e unicamente a danno dei giovani, ma ha bisogno di un rinnovato patto tra generazioni. Anche perché, prima o poi, i nodi vengono al pettine. Come dimostrano, nel settore pubblico, le sentenze degli ultimi mesi che, in spregio a qualsiasi blocco delle assunzioni, hanno accordato ingenti risarcimenti ai precari della scuola e oggi rischiano di far saltare i bilanci del ministero.


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