La tenaglia e la produttività

tenaglia-inflazione.jpgMentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimento delle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.

La prima, perchè gli effetti della globalizzazione, ed in primis l’inflazione, colpiscono anche quelli che si girano dall’altra parte. La seconda, perchè come ha dimostrato l’esperienza degli anni settanta, se si aumentano automaticamente le retribuzioni in base all’inflazione non si fa altro che creare nuova inflazione. Un’inflazione interna che si va ad aggiungere a quella esterna ed incontrollabile, dovuta alla maggior richiesta di materie prime da parte di cinesi, indiani e tanti altri. Ne consegue che l’unica via di salvezza è quella di aumentare la produttività.

Mi spiego meglio, per non sembrare contorto ai miei studenti. Come sapete, i prezzi sono la risultante dell’incontro tra domanda e offerta dei beni. Quindi, se ci sono più soldi in giro ma la quantità di beni in vendita rimane invariata (come accade in un paese come il nostro a produttività zero), i prezzi salgono, bruciando nel giro di una stagione gli aumenti in busta paga. Se invece ci sono gli stessi soldi in giro ma si produce di più, come nelle economie avanzate a produttività crescente, i prezzi diminuiscono, perchè aumenta l’offerta di beni ma non i soldi necessari ad acquistarli.

Ora, è ben vero che nel nostro paese le retribuzioni non possono scendere e anzi devono aumentare, perchè i salari sono troppo bassi e la gente non arriva alla fine del mese. Ma è altrettanto vero che se ciò dovesse accadere in maniera indiscriminata o meglio senza aumentare la produttività del lavoro, ci ritroveremmo, nel giro di una stagione, più poveri ma con un’inflazione ancora più alta. Perchè ci sarebbero gli stessi beni con più soldi in giro e i negozianti potrebbero limitarsi ad aumentare i prezzi.

Per questo, l’unico modo per salvarci dalla tenaglia globale che ci sta stritolando, è quello di ricominciare ad interessarsi dei veri problemi del paese, per trovare il coraggio dell’impegno e ricominciare a creare e produrre sul mercato globale, dove non esistono adeguamenti automatici nè tantomeno scale mobili.


Commenti


  • TOGLIERE LE PENNE AGLI STRUZZI
    Il problema più urgente è questo.
    Evitare, cioè, che le notizie finiscano nascoste sotto la sabbia insieme alla testa di chi le diffonde.
    Una sabbia di gossip, intercettazioni, scandalismo.
    Al di fuori della quale c’è un Paese reale, più reale di quello decantato dai politici che si fregiano di rappresentarlo.
    Che ha bisogno di meccanismi di creazione della ricchezza e di consolidamento del benessere, ma che è annebbiato dal fumo negli occhi con cui abili schermitori di penna, valendosi dell’afa estiva, accecano i propri lettori.
    Un Paese che deve produrre perché invogliato da meccanismi di incentivazione del merito, e che non può più trarre giovamento da passivi automatismi salariali, specchio anacronistico e nostalgico di un sistema sociale non più attuale né attuabile, nel quinto stato.

  • cavolo, un avvocato poeta!!! benvenuto gianluca

  • Sì,la tenaglia ci stritola..La globalizzazione si vendica..e ci sta presentando il suo primo conto. Così ci ritroviamo in ‘tempi di ferro’ e in un ‘mondo rovesciato in cui il superfluo viene a costare assurdamente più del necessario’. Nel nostro paese si continua a parlare di impoverimento da declino..non c’è un impoverimento da consumi, bensì come ha spiegato molto chiaramente un impoverimento da bassa produttività e da carenza di investimenti. Far ripartire la produttività è l’unica soluzione o meglio ‘la giusta terapia per un malato ricco’..

  • concordo con amalia il nostro paese è un malato ricco….temo però che dovrà presto saldare il conto con una globalizzazione che non tollera la pigrizia….. e allora resterà semplicemente malato
    e noi con lui

  • …ora sui giornali tutti concordano con l’idea di aumentare la produttività: ma chi dovrebbe comprare questi prodotti con la crisi di liquidità che c’è in giro?…

  • Mi trovo delusa ed arrabbiata in un Paese che non accenna a crescere, in un Paese come l’Italia che si trova perennemente sull’orlo di un ripido declino. E siamo proprio noi la generazione che si sta preparando a pagarne il prezzo, ad essere travolta dal costo abnorme di un evitabile destino.
    Mi trovo in un Paese, a tratti obsoleto, in cui il tornaconto personale, l’interesse smodato ai propri interessi rende ciechi rispetto all’urgenza di perseguire il bene comune, presupposto di produttività. E’ questa, infatti, il rimedio alla turpe malattia che protraendosi sta logorando l’Italia: produrre sul mercato globalizzante e globalizzato ed agire per crescere e guarire, per sfuggire alla stretta della tenaglia che stritola gli italiani giorno dopo giorno.
    Sono delusa perchè non percepisco impegno da parte di chi ha il compito impellente di tenere le redini di questo Paese spaesato; non vedo mobilità di idee ed azioni, ma solo uno stantia quanto evidente preoccupazione verso argomenti che di certo non coadiuvano alla salvezza dalle gravose conseguenze della globalizzazione.
    Rinnovo, quindi, il monito che invade l’intero articolo: quello della stringente necessità di ritrovato impegno e, soprattutto, mirato interesse riguardo un tentativo di soluzione a questi drammatici problemi di reale sopravvivenza.

  • una cittadina spaesata

    Un paese spaesato, bello…

  • Vorrei contribuire al dibattito ponendo all’attenzione di tutti due riflessioni di Giacomo Vaciago, famoso docente di Politica economica alla Cattolica, ex sindaco di Piacenza e delegato del Pd, rispettivamente del 21 febbraio 2008 e del 4 febbraio 2008.

    …“Il Paese è da ricostruire da un punto di vista etico. L’ Italia è povera ma piena di ricchi”…

    Siamo un paese povero pieno di ricchi. Non conosco altro paese civile dove il divario tra la ricchezza privata da un lato, e la povertà pubblica dall’altro sia così tanto aumentato. E non c’è bisogno che la stampa internazionale ce lo ricordi; perché lo vediamo benissimo da soli! Il problema dei rifiuti a Napoli è solo l’ultimo esempio: la produzione di immondizie è in Campania in linea con il livello del reddito procapite, ma l’efficienza pubblica nell’eliminare quei rifiuti non potrebbe essere peggiore.
    Quando parlo di declino, o meglio di decadenza, dell’Italia c’è sempre qualcuno che replica citando tanti casi di successo: dalla crescita del made in Italy; al genio dei nostri artisti al boom delle esportazioni di tante piccole e medie imprese meccaniche. Ma è proprio questo il problema: i successi sono privati, mentre i fallimenti riguardano ciò che è pubblico, cioè comune a tutti”.

  • piccola crasi concettuale, citandovi:
    “un paese spaesato dove i successi sono privati e i fallimenti sono pubblici”,

    e poi dicono che i ventenni non si interessano di politica……

    il prof.

    p.s. mi autorizzate a farne un articolo?

  • Bella la crasi…sarebbe interessante se ne facesse un articolo.
    Felice di aver contribuito!

  • Da ciò che si deduce dagli interventi pubblici dei due maggiori esponenti della politica italiana (Berlusconi e Veltroni), ma soprattutto dai tanti economisti ed illustri esponenti della cultura, compreso il Prof.Martone, la strada da percorrere è quella di incrementare la produttività nel nostro Paese, da circa 8 anni a crescita 0. Per la soluzione credo che tutti siano concordi, ma la maggiore difficoltà sta negli strumenti affinchè ciò si verifichi. In Italia abbiamo tantissime piccole e medie imprese che faticano già a vendere i propri prodotti sul mercato, quindi se gli dici ad un imprenditore di aumentare la produzione costui vuole essere certo che si vendano nel mercato altrimenti non produce più di tanto di ciò che riesce a smaltire sul mercato. Non vogliono rischiare di aumentare le scorte in magazzino, pertanto l’aumento della produttività necessità di un processo di riforme dell’intero sistema dei rapporti Stato-Impresa-Cittadino consumatore. Da una parte lo Stato deve ridurre le imposte sulle buste paga del lavoro dipendente, dovrà favorire maggiori liberalizzazioni in tanti settori dell’economia, ridurre i tanti oneri burocratici per le imprese compresa una modifica dell’art.18 stat.lav., inoltre da parte delle imprese occorre una maggiore apertura al rischio e all’innovazione dei prodotti.
    Penso a tanti giovani che hanno tante idee su nuovi beni e servizi da collocare nel mercato ma non hanno le risorse finanziarie per fare investimenti ed allora io desidero rilanciare una vecchia proposta di Romano Prodi, poi rimasta nel cassetto: “Daremo soldi ai giovani creativi non in base al mattone che riesci a garantire ma in base alle idee progettuali che riesci a mettere in campo con il tuo impegno e la tua responsabilità”.
    La rendita è uno dei fattori che blocca l’economia di un Paese, arricchisce il privato ma impoverisce la maggioranza dei cittadini. Come dice bene il Prof.Martone la crisi abbattera’ anche questa peste, ma per ora non vedo segnali positivi che incoraggino gli investimenti e soprattuto la produttività del Paese. La detrazione degli straordinari è un vero e proprio bluff, perchè le imprese continuano a pagare gli straordinari in nero con il rischio che aumentino anche gli incidenti sui luoghi di lavoro.
    Secondo me occorre incrementare le esportazioni dei nostri prodotti e mandare i nostri giovani laureati all’estero per esplorare nuovi mercati, ma non solo…………

  • Ciao Michel,
    il tema è molto interessante anche perchè sarà sicuramente uno dei “drammi” (ho una visione abbastanza pessimistica) dell’economia futura..
    Non avendo una soluzione in testa, butto li alcuni argomenti aggiuntivi in ordine sparso

    1) Un aumento di produttività senza un aumento di mercato (interno od esterno) rischia banalmente di tramutarsi in meno lavoratori…(produco lo stesso con meno ore) L’ho vissuto (giocando il ruolo del cattivo) con molti miei clienti…Quindi massima attenzione alle regole della “ridistribuzione”

    2) Una via alternativa è quella non di “essere più produttivi” ma di produrre merci a maggior valore aggiunto, e.g maggior componente tecnologica, anche perchè più difficilmente attaccabili da paesi a basso costo (anche se ormai i cinesi fanno missili in quasi totale autonomia…). Inutile dire che per avere successo c’è bisogno di investire in ricerca, ed inutile aggiungere quanto l’Italia sia e resterà indietro su questo…

    3) In Italia, come reazione sbagliata alla crisi del lavoro, si assiste sempre più spesso a questo strano fenomeno dello “stakanovismo improduttivo”…soprattutto nel mondo dei lavoratori indiretti/ quadri/ dirigenti, si lavora sempre di più, ma si produce lo stesso..questo perchè, soprattutto nel Nord Italia, il “lavorar tanto” è visto come segno di attaccamento all’Azienda ed è spesso anche premiato…Inutile dire che questa è una vera malattia sociale, nata come reazione sbagliata alla “crisi della produttività”, che ha conseguente folli sia sulla produttività, che sulla qualità della vita..

    4) Fondamentale il ruolo dell’immigrazione…se si continuano a far circolare solo le merci e non i lavoratori, saranno sempre di più le nostre imprese ad andare ad Est…non è che mettendo muri il problema si risolva, anzi

    Riflettendo su quello che ho scritto, ne vengo fuori con un modello abbastanza in controtendenza con quello che si vede oggi in giro (nei fatti): più ricerca, nuove tecnologie, meno lavoro per tutti ma più efficiente, meritocrazia “vera” e non da “attaccamento alla sedia”, incentivi alla riprese del mercato tramite sostegno ai redditi delle famiglie, forte incentivazione all’immigrazione regolarizzata a sostegno della (poca e residua) industria nostrana*

    Un saluto!

    A.

    * detto da me che sono “moralmente apolide”…ma è tanto per capirsi :)

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