L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.
Mi spiego meglio. In base all’art. 39 della Costituzione, il compito di disciplinare la democrazia sindacale spetta al Parlamento, mentre ai sindacati “rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti” spetta quello di “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.
Si tratta di una ripartizione di competenze ragionevole, perchè assegna al Parlamento il compito di individuare quali sindacati hanno un “ordinamento interno a base democratica” e possono partecipare alla contrattazione collettiva, ma che non è mai stata attuata. Perché, per molti anni, i sindacati confederali, legati da un Patto di unità di azione che li rendeva interlocutore, privilegiato ed egemone, della Confindustria, si sono opposti con successo ad ogni progetto di attuazione dell’art. 39 Cost.
Certo, non sono mancate leggi, come lo Statuto dei lavoratori, o accordi concertativi, come il protocollo del 23 luglio del 1993, che hanno tentato di migliorare l’efficienza del sistema delle relazioni industriali, ma nessuno di questi provvedimenti ha affrontato il difficile tema della democrazia sindacale, ovvero della misurazione della effettiva rappresentatività dei sindacati da ammettere alla stipulazione dei contratti collettivi.
Così, le relazioni industriali si sono sviluppate nella più completa libertà e si sono moltiplicati i sindacati autonomi, come gli scioperi e i contratti collettivi. Ne è venuto fuori un sistema di relazioni industriali che con gli anni è diventato sempre più complesso, farraginoso ed inefficiente ed ha progressivamente minato la capacità competitiva delle nostre aziende come i livelli retributivi dei lavoratori.
Per ovviare a questo stato di cose, nel corso degli anni ‘90, molti, anche all’interno del sindacato, sono tornati a richiedere a gran voce una riforma degli assetti contrattuali e, soprattutto, una legge sulla democrazia sindacale che, sulla scorta di quella emanata per il pubblico impiego, misurasse anche nel settore privato la rappresentatività sindacale.
Ma al dibattito e alle proposte non sono mai seguite le leggi a causa di ataviche divisioni politiche e sindacali che, se hanno ostacolato il cammino della democrazia sindacale, hanno lasciato proliferare i veto player sindacali. Come ha reso evidente la tormentata vicenda dell’Alitalia.
Poi, è arrivata la crisi economica che ha scosso gli animi e dato a (quasi) tutti il coraggio necessario a compiere scelte importanti. Come quella sottesa a questo accordo che, preso atto della ritrosia sindacale per interventi legislativi sulla rappresentanza, affronta il tema della democrazia sindacale per rimetterne la soluzione ai sindacati stessi. Visto che, come si legge nell’accordo e salvo quanto già stabilito in alcuni settori (come nell’artigianato, dell’industria, nel commercio e nel pubblico impiego), a partire dai prossimi rinnovi contrattuali (nel settore delle telecomunicazioni e degli alimentaristi nel 2009, e in tutti gli altri, a partire dal 2010), gli “accordi dovranno definire, entro tre mesi, nuove regole in materia di rappresentanza delle parti nella contrattazione collettiva” delle diverse categorie, eventualmente ricorrendo “alla certificazione all’INPS dei dati di iscrizione sindacale”.
Si tratta di una scelta fondamentale che combina il principio democratico con un pizzico di sussidiarietà, per affidare ai sindacati il fondamentale compito di portare, a sessant’anni dall’emanazione della Costituzione, la democrazia nelle relazioni industriali e dare nuova linfa al nostro sistema economico. Non male per un accordo quadro.
Michel Martone


Nonostante, da un punto di vista teorico,l’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali mi sembra un bel passo in avanti,non mi lascerei incantare da facili entusiasmi,dato che per quanto utili ed efficienti possano essere le riforme giuridiche,non sono mai sufficienti.Se infatti osserviamo la lunga storia dei sindacati nel nostro paese,ci possiamo rendere conto come i problemi principali legati alle costanti vicende sindacali risiedono sul piano etico o meglio di assoluta scorrettezza dei sindacati, che hanno saputo sempre e solo vedere dalla parte a loro conveniente.Pertanto,il fatto che il Governo chiami il sindacato a nuove responsabilità mi crea non poche ansie,alla luce dei trascorsi storici.Certo,con un pò di ottimismo si potrebbe pensare che sia proprio la rsponsabilizzazione a “FAR METTERE LA TESTA A POSTO AI SINDACATI”,ma francamente non credo che con così poco si possa raddrizzare la schiena a chi da troppi e troppi anni ce l’ha storta.
Prima di accordi quadro,decreti-legge etc, sarebbe quanto mai auspicabile,che si diffondesse una sorta di etica generazionale capace di farci superare i conflitti egoistici che da troppo tempo ormai predominano nel nostro paese.Chiuderei con una frase di Schopenhauer:”L’EGOISMO POSSIEDE LA COERENZA DELLA PURA FOLLIA, NON HA BISOGNO DI CONFUTAZIONE,MA DI CURE”
sicuramente non è in discussione l’importanza dell’accordo e la necessità di riforme e cambiamenti, forse qualcosa da dire ci sarebbe sul metodo…la divisione dei sindacati potrebbe essere un pericoloso presupposto, una macchia indelebile…vedremo ma lo stesso Ciampi ha detto che, lui, nel 1993, avrebbe chiuso tutti a chiave in una stanza piuttosto che arrivare ad un accordo che non fosse condiviso…il metodo è sostanza ogni tanto, forse anche in questo caso
dopo quindici anni una riforma era necessaria,
ma credo che senza la cgil non funzionerà ed anzi rischia di sgretolare l’intero ordinamento intersindcale,
ora è difficile giudicare la riforma dovremo vedere cosa accadrà con i primi contratti
Condidivo l’ultimo post del prof. Martone: la riforma, almeno per il momento, credo non sia destinata a funzionare.
Le valutazioni di metodo e di merito, formulate rispettivamente dal Presidente Ciampi e da Pierre Carniti, sembrano al riguardo dirimenti.
Mi preme sottoporre alla Vostra attenzione la seguente riflessione: la facoltà di modificare, sotto determinate condizioni, singoli istituti economici o normativi dei CCNL al fine di favorire lo sviluppo economico ed occupazionale, non rischia di riprodurre una sorta di gabbia salariale? Penso soprattutto alle aree più depresse del Paese.
Condivido le considerazioni generali di Martone, sulla necessità di regolare rappresentanza e ambito della contrattazione. Vedo però ancora molte ambiguità sugli obiettivi da raggiungere, Ha ragione Martone il parlamento applichi finalmente l’art. 39 della costituzione, per via legislativa e non solo negoziale, consentendo di sapere chi sono le organizzazioni sindacali che per rappresentanza effettiva hanno il mandato a trattare (questo deve valere anche per le rappresentanze delle imprese). Non è accettabile in un paese dove la democrazia della rappresentanza è sancita dalla costituzione, vedere organizzazioni sindacali moltiplicare i prori iscritti senza prove e pretendere di firmare accordi che valgono per milioni di persone. Bisogna evitare facili scorciatoie. Credo che per governare il conflitto tra soggetti aventi interessi diversi, valga certamente la definizione di regole previse e vincolanti per tutti: imprese e lavoratori. Credo che perciò sia importante conoscere con precisione nel privato come nel pubblico, chi rappresenta gli interessi in campo. Senza questa premessa fondamentale, gli accordi compreso l’accordo quadro del 22 gennaio si prestano, come stà avvenendo con la non firma della CGIL, a ulteriori ragioni di conflitto ideologico. I lavoratori e le imprese che sono già con la schiena ritta e che sono in prima linea nel reggere la crisi in atto, meritano un clima e degli interlocutori disposti a misurarsi al tavolo negoziale sulla base della loro effettiva rappresentanza. Ne gioverebbe il paese