Lezioncine americane 2

Tra le tante, una cosa mi ha particolarmente colpito della crisi finanziaria che sta sconvolgendo l’America in questi giorni. La dignità delle persone che hanno appena perso il posto di lavoro. Se guardate le foto e i filmati che li ritraggono con i cartoni ancora tra le braccia, non troverete sguardi disperati o lamentosi, ma la determinazione a ricominciare al più presto a costruire….. Un’altra lezione dal nuovo mondo…..

Commenti


  • Negli Stati Uniti solitamente c’è un mercato del lavoro molto più dinamico del nostro. E’ una prassi cambiare lavoro più volte nel corso della propria vita (e quindi anche spesso l’abitazione). C’è chi si abitua e chi non riesce a sostenere questo ritmo.

  • Gli Americani non hanno certo il nostro mondo del lavoro, lì la flessibilità ce l’hanno tutti, mica come qui in Italia che c’è un mercato duale…
    E poi, è facile parlare per lei, che ha uno stipendo di tutto rispetto…

  • In America non ci sono disoccupati?A me risulta di si .In America non ci sono padri di famiglia?A me risulta di si.E allora perchè non accettare le regole del nuovo mercato del lavoro che comunque sia sono già in vigore?Questo rifiuto che opponiamo noi italiani a queste regole è una delle cause dei nostri problemi nel mondo del lavoro,sia a livello pratico,sia a livello legislativo.

  • Sicuramente in mercato del lavoro americano è profondamente diverso dal nostro, certamente più dinamico e flessibile, anche nei contratti … Ma al di là delle peculiarità specifiche degli States, in realtà anche molti altri mercati del lavoro mondiali hanno caratteristiche che li rendono molto più dinamici del nostro. Credo però che il mercato americano sia pervaso di una idea, che purtroppo da noi è spesso dimenticata o lasciata in secondo piano … Parlo del merito, si, quella meritocrazia di cui in tanti si riempiono la bocca ma che ben poche volte è applicata. Non è sempre così, capita che i propri meriti e le proprie capacità vengano riconosciute ed incoraggiate anche da noi, ma credo che in America sia la regola e non l’eccezione. La dignità di coloro che hanno perso il lavoro e sono pronti a ricominciare da capo rimboccandosi le mani non è un caso, deriva dal fatto che hanno la consapevolezza che lavorando d’impegno si può raggiungere la meta, da noi questa consapevolezza non c’è, o dove nasce è frustrata.

  • La breve storia degli Stati Uniti ci ha fatto conoscere un popolo capace di rialzarsi e di ricominciare sempre…un altro schiaffo alla nostra vecchia logica assistenzialista.

  • dall’atteggiamento costruttivo made in USA ad uno del tutto ditruttivo.terribile vedere i dipendenti alitalia che gongolano per il mancato accordo con cai come se ci fosse un’alternativa allettatante al fallimento…

  • Concordo con D, più che incredibile è irresponsabile!

  • Sono profondamente seccato dall’atteggiamento di chi ritiene che l’Italia sia un paese incapace, mentre l’America l’emblema della perfezione.Anche negli USA vi sono seri problemi, soprattutto dal punto di vista sociale-giovanile.Forse se le cose in Italia non funzionano è perchè abbiamo cercato di emulare gli americani (sicuramente in malo modo-vedi sistema università).Ciò che stà accadendo in questi giorni negli USA dovrebbe farci riflettere sul fatto che forse tale civiltà non sia poi così migliore della nostra.

  • Dipende dalle fonti di informazione… Su ‘Repubblica’ il giorno dopo il bagno di sangue Lehman bros. c’era uno speciale con una storia strappa lacrime di un ex-gestore di hedge funds, con tanto di ingrandimento su sguardo perso e incredulo. Stipendio annuo da mezzo milione di dollari e una vita frenetica finita in una scatola.
    Su ‘Internazionale’ idem. Cronache della fine di un impero mangiato dalla stupidità e dall’avidità del suo management, con foto di villone in bianco a nero a testimoniare che i bei tempi del credito facile sono ormai solo un ricordo.

    A mio avviso è una questione di prospettive, da noi come da loro: Il giovane ventiquattrenne con master in economics a Stanford sa, e spera, che la sua vita non finisce con i Sub prime. Puo’ aleggerirsi, nomadizzarsi e fare sacrifici. Può farcela e lo sa.
    Il vecchio relitto (in USA sui quaranta) , con bonus di anni e anni da riscuotere in azioni/carta straccia, estratto carta oro che tra poco bussa alla porta, mutuo da pagare, e un curriculum che non interessa nemmeno a Zara la situazione è più difficile.
    Un impiegato XY dell’Alitalia, con capacità produttive discutibili, cresciuto nel mito del posto fisso “che te fà svolta’ a vita” è disperato perché nel mondo della recessione soldi in più per lui proprio non ci sono e le prospettive sono inesistenti, quindi rimane attaccato con tutte le sue energie alla mammella della nostra povera e sfigata compagnia di bandiera. Portandola dritta per dritta nel baratro.

    La grande differenza tra noi e gli Americani è una: loro sanno che se lavori male o non servi verrai cacciato. La paura della telefonata dal sesto piano (generalmente il piano della gestione del personale) c’è eccome, ma nessuno andrà a lamentarsi. Sei gentilmente pregato di lasciare l’edificio e i tuoi effetti personali ti saranno inviati a casa. Fine.
    Da noi c’è il diritto a essere inutile. Se poi l’azienda va bene o male chi se ne importa – l’ultima volta che ho viaggiato Alitalia ho guardato fuori dal finestrino all’atterraggio e c’erano 7 (sette) persone che gestivano i bagagli. Erano chiaramente troppi. Credo che tutto questo tragga le sue radici dalla teoria cristiana di difendere i deboli, che va anche bene. Ma diventare deboli perché tanto ci si accolla è veramente bieco; anche se qui si potrebbe aprire un discorso infinito sul sistema educativo, contagiato dagli stessi meccanismi perversi e illogici del mondo del lavoro, tristemente assistenzialista e clientelare. Un terrificante circolo vizioso da mal di testa che ormai ha affossato il nostro paese. La crisi di sistema è inevitabile e necessaria.

  • Ciao Lorenzo, benvenuto sul blog!

  • pienamente d’accordo con francesco

  • opsss…rettifico pienamente d’accordo con lorenzo!

  • bello l’intervento di lorenzo, ma non vorrei che si finisse nel tanto peggio, tanto meglio…..

    e poi chiedo al lorenzo, dopo la crisi cosa ricostruiamo?

  • Caro Lorenzo,
    devo dire che il suo intervento è impeccabile se ci limitiamo a valutare solo l’aspetto legato alla produttività, ma ritengo che quando si parla di Stato vi sono una miriade di altri fattori da valutare. Sarebbe troppo facile far funzionare questa zoppa Italia ponendo tutti i lavoratori sotto il ricatto di un licenziamento fulmineo e sarbbe ancora più facile puntare una pistola alla testa di questi per far schizzare il PIL alle stelle.La storia del diritto del lavoro dovrebbe insegnarci che dietro ogni lavoratore c’è un essere umano con le sue storie e le sue vicende.Con questo non voglio giustificare in alcun modo i nullafacenti che vegetano negli uffici (specialmente quelli pubblici).Lo so,il sistema americano visto da migliaia di Km affascina, ma se cerchiamo di avvicinarci ad esso, anche con uno sforzo di empatia telematica, possiamo accorgerci che poi non è questa gran meraviglia. D’altronde ad ogni Pro corrisponde un CONTRO.Spero di non passare come l’avvocato dei nullafacenti perchè non lo sono affatto ed anzi ho ribbrezzo per questi.
    Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa il nostro Prof. Martone in proposito.

  • Mentre scrivo i maggiori indici di borsa americani hanno perso oltre il 3%, e le ultime due sopravvissute delle ‘Big five’ hanno cambiato il loro statuto: Goldman Sachs e Morgan Stanley non sono più delle banche di investimento. Il gioco del debito è finito, e il cuore finanziario del gigante a stelle e strisce è messo in ginocchio dall’indice della paura che sale ai livelli più alti dopo la grande depressione. Il tasso di morosità dei mutui è del 10%, pari a un valore di 1,2 trilioni di dollari, poco meno del nostro PIL, e con un mercato dei mutui di oltre 10 trilioni di dollari, qualcuno pensa che la luce in fondo al tunnel sia una locomotiva in corsa.
    La ‘deregulamentation’, iniziata negli anni 80’con la ‘reaganomics’, ha raggiunto il suo climax negli ultimi anni e, sviluppatosi verticalmente nel più totale ‘Laissez faire’ ha permesso a banche di investimento di creare e vendere strumenti finanziari ad altissimo rischio come fossero titoli di stato, e al cittadino medio di indebitarsi come nessuno aveva mai potuto fare prima.
    Ma oltre la crisi – amplificata dalla globalizzazione dei mercati, germogliata nella cattiva fede degli ambienti del ‘supercapitalismo’ dell’alta finanza USA, e ciclicamente insita nell’economia di mercato – vi è un modello del mondo del lavoro invidiabile: lo stato si interpone il meno possibile tra i vari soggetti coinvolti nel mercato; promuovendo la ricerca, la libera iniziativa, la competizione, e impostando il contratto di lavoro su di un criterio logico di meritocrazia . Ciò lo rende un sistema duro, ma giusto e performante.
    Vige un’ un’interpretazione della vita dell’individuo tipicamente protestante: più concreta e stimolante, dove i primi saranno i primi, non gli ultimi; e dove tutto dipende da noi stessi, dalla nostra perseveranza. In questa seconda fase di globalizzazione, nella quale i ‘Brick’ hanno solidificato la loro classe media e i loro consumi aumentano vertiginosamente, la partita si fa sempre più dura. Non c’è più spazio per il nostro modello che tutela i parassiti e per uno Stato che complica tutto e non centra mai il bersaglio con le sue riforme. Il conduttore che non paga deve avere lo sfratto esecutivo immediato, l’impiegato assenteista deve essere licenziato, se volete fare una società dovete poterla aprire in 12 ore. Le lungaggini del nostro sistema sono fatali in epoca di mercato globale. E questo che dobbiamo volere: Efficienza, logica e semplicità. Esattamente il punto da dove ripartirà la locomotiva americana.

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