Il bomber non è un dipendente

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di domenica 26 settembre 2010

Domenica si gioca la quinta giornata di campionato, ma la minaccia di sciopero resta. Tuttavia, anche la semplice minaccia che continua ad essere agitata dall’Associazione Italiana Calciatori, sembra esagerata. Non tanto perché si vuole negare ai calciatori il diritto di scioperare ma perché le ragioni di quello sciopero appaiono francamente fuori luogo in un momento storico in cui tutti sono chiamati a fare sacrifici per contrastare la più grave crisi economica dai tempi del ’29.Se per le trattative dei metalmeccanici, la globalizzazione gioca infatti a favore delle aziende, perché la Fiat può andare a Tichy ma i lavoratori di Pomigliano no. Per la trattativa dei calciatori, la globalizzazione gioca invece a loro favore, perché se Cannavaro può emigrare a Dubai, la Roma deve giocare nel campionato italiano.

Anche per questo mi chiedo. Ma ha veramente senso che ai calciatori professionisti si applichino le stesse tutele sindacali, come ad esempio quelle in tema di referendum o di permessi retribuiti, che spettano ai metalmeccanici e che, come loro, la legge li consideri ancora lavoratori subordinati? Forse per quelli di serie C, che possono guadagnare anche 1.100 euro al mese, ha un senso. Per quelli di serie A francamente non lo vedo. Perché sono professionisti che, pur guadagnanosi da vivere giocando, hanno compensi assimilabili a quelli dei top manager e, in definitiva, anche grazie al valore della loro immagine, hanno un peso contrattuale incomparabilmente maggiore di quello degli altri lavoratori subordinati. E, quindi, per far valere i loro diritti, possono tranquillamente risparmiarci lo sciopero del campionato, soprattutto se, dopo aver raggiunto l’ accordo con la Lega su sei degli otto punti in discussione, non sono pronti a fare alcuna concessione in ordine alla disciplina delle cessioni in pendenza di contratto.

Mi spiego meglio. La trattativa si è arenata soprattutto sulla questione dei trasferimenti dei calciatori a società che giocano nella stessa serie. In altri termini, in pendenza di contratto, le società vogliono essere libere di trasferire, a compenso invariato, il giocatore anche senza il suo consenso e, per questo, hanno lasciato scadere l’accordo collettivo del 4 ottobre del 2005. I calciatori vogliono, invece, che il loro consenso sia indispensabile. Per questo, hanno accusato la Lega calcio di voler imporre un nuovo “regime contrattuale che comporta la carenza più assoluta di ogni forma di tutela dei calciatori” e, per questo, sono pronti a scioperare se non si troverà una soluzione entro il 30 Novembre.

Ora, se così fosse lo sciopero sarebbe giustificato, ma così non è, perché non siamo di fronte ad un attentato ai diritti dei calciatori ma soprattutto perché la disciplina della cessione ad altra società che oggi reclamano a gran voce è ben più favorevole di quella che spetta agli altri lavoratori, che sono subordinati come loro ma a cui nessuno, in occasione dei trasferimenti ad altra unità produttiva, chiede il consenso. Ed è per questo che la minaccia di sciopero a molti appare eccessiva.

Se la legge non richiede il consenso del metalmeccanico che viene trasferito da Pomigliano a Melfi per esigenze tecniche o produttive, non si vedono le ragioni di uno sciopero che in definitiva mira ad imporre alle società di richiedere quel consenso ai calciatori quando, in pendenza di contratto, decidono di cederli ad un’altra società della stessa serie. Anche perché quello sciopero difficilmente incontrerebbe la solidarietà degli altri lavoratori subordinati perché  toglierebbe a tutti pure la gioia di poter tifare per la propria squadra nel periodo natalizio.


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