Lo sciopero politico, un caso di concorrenza sleale

sciopero-politico.jpgIl diritto di sciopero politico ovvero un caso di concorrenza sleale tra partito e sindacato

 

 

 

Nell’opprimente castello di leggi che ci circonda, le competenze sono spesso confuse e i confini incerti. Come quelli tra partiti e sindacati nell’attuale congiuntura politica. Alle primarie per la scelta del candidato premier del centrosinistra si contano oltre cinque milioni di aderenti alla CGIL e solo 600 – 650 mila iscritti ai DS. Nel corso della scorsa legislatura l’opposizione al governo di centrodestra è stata guidata dalla Cgil che ha portato in piazza tre milioni di persone contro la modifica dell’art. 18. Ed in quella precedente, la competizione tra la CGIL e il partito della rifondazione comunista (legge o contratto nella disciplina delle 35 ore sulla scorta dell’esperienza francese) ha determinato la fine del governo Prodi.

Sono solo alcuni esempi della crescente funzione politica dell’azione sindacale e, sotto altro profilo, della competizione che ne è derivata con i partiti, specie quelli della sinistra. E’una competizione anomala che è priva di regole del gioco perché non è disciplinata dalla Costituzione che, anzi, si basa su di una chiara ripartizione di competenze tra azione politica affidata ai partiti e azione economica volta ad ottenere migliori condizioni di lavoro, di competenza sindacale.

In ossequio a questa ripartizione di competenze, fino al 1974, lo sciopero politico era considerato un reato in forza della residua vigenza di una vecchia disposizione del codice penale Rocco. Da quella data, è stato considerato, dalla Corte costituzionale, una libertà. Categoria mediana tra diritto e reato, questa qualificazione impediva al potere esecutivo di reprimerne lo svolgimento ma consentiva, pur sempre, al datore di lavoro di considerarlo alla stregua di un inadempimento contrattuale e, quindi, di sanzionarlo disciplinarmente. Per prassi tutta italica, però, questa distinzione è rimasta sulla carta perché, a quanto consta, i datori di lavoro non hanno mai utilizzato il potere disciplinare in caso di sciopero politico. E fin qui niente di male, anzi bene perché sparlare, e a maggior ragione reprimere, lo sciopero è sempre brutto, e quindi meglio una piccola ipocrisia. Soprattutto quando si tratta dello sciopero politico che ha fini nobili, applicazione sporadica, e crea danni sicuramente minori degli scioperi selvaggi nel settore dei trasporti. Anche perché la distinzione tra diritto di sciopero economico e libertà di sciopero politico, seppure era più simbolica che effettiva manteneva, pur sempre, una sua utilità: serviva a ricordare alle organizzazioni sindacali l’aurea regola secondo la quale “a ciascuno il suo mestiere”.

Senonchè con la sentenza n. 16515 del 2004, la Corte di cassazione ha ritenuto di superare quest’ipocrita equilibrio, elevando, finalmente, lo sciopero politico al rango di diritto. Più nello specifico ha dato torto ad un datore di lavoro che, memore dell’insegnamento della Corte costituzionale, aveva avuto la malaugurata idea di minacciare una lieve sanzione disciplinare nei confronti dei lavoratori che avevano partecipato allo sciopero politico indetto dalle organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative per contestare la decisione del governo D’Alema di intervenire militarmente nei Balcani.

Così, dopo questa sentenza che forse verrà superata ma allo stato fa testo, lo sciopero politico è diventato un diritto, sotto il profilo giuridico, e rappresenta un evidente caso di concorrenza sleale, sotto quello politico, perché favorisce il sindacato rispetto ai partiti nella mobilitazione della piazza.

Si prenda ad esempio l’ipotesi che è all’origine di questa sentenza. Per contestare o sostenere la decisione di entrare in guerra, l’unico strumento a disposizione dei partiti, per mostrare la propria capacità rappresentativa, è quello di convocare una manifestazione. Nel qual caso, quanti vogliono partecipare, o rinunciano a un giorno di ferie, oppure si espongono al potere disciplinare del datore di lavoro. Se, invece, si tratta di un sindacato è sufficiente che proclami lo sciopero perché gli stessi lavoratori possano liberamente partecipare senza dover più temere il datore di lavoro. Quello che, appunto, può essere considerato un emblematico caso di concorrenza sleale nella competizione rappresentativa tra partito e sindacato.

Insomma, e per concludere, un tempo c’era la “cinghia di trasmissione” tra il partito che dava le direttive e il sindacato che le eseguiva. Ora quella cinghia si è rotta e tra partito e sindacato divampa la competizione che, con il riconoscimento del diritto di sciopero politico, è divenuta anche sleale. Consente ai sindacati di sospendere l’attività lavorativa mentre costringe i partiti ad attendere un giorno festivo e “a sperare che non piova”. Come, per le rivoluzioni, auspicava invano Talleyrand, qualche secolo fa.



  • Nessun Commento

Lascia una Risposta

*