I giovani non si arrendano ma basta con l’egoismo generazionale

 

L’avvenire, 20.07.2012

Quel dato Istat di pochi giorni fà, disoccupazione giovanile in Italia al 36%, è una cifra che genera angoscia in chi ha dei figli. Come troveranno lavoro, finiti gli studi ?. Anche di questi pensieri è fatta l’estate del 2012 degli italiani. Michel Martone ha 38 anni; per essere viceministro del Lavoro, giuslavorista e docente universitario, un ragazzo. A lui chiediamo uno sguardo oltre a questo dato; una prospettiva, dentro una crisi che sembra chiudere gli orizzonti.

«La disoccupazione giovanile cresce più rapidamente di quella totale – dice Martone – perchè la prima reazione delle aziende alla crisi è il blocco delle assunzioni, quindi tocca maggiormente i giovani, e poi il mancato rinnovo dei contratti a termine, tipici della fascia giovanile. Quel dato Istat però va letto con attenzione: significa che il 36% della forza lavoro è disoccupato ma nel complesso dei giovani tra i 15 e 24 anni c’è chi studia, chi lavora in nero e chi si fa mantenere dalla famiglia. Il numero reale di quelli che cercano e non trovano lavoro è di 600 mila giovani, cioè di uno su dieci sulla popolazione giovanile. Un dato preoccupante, ma lontano dalla situazione di Spagna o Grecia, Paesi cui l’Italia sei mesi fà veniva accomunata. Perchè l’economia italiana è più solida e più grande; siamo sempre la seconda manifattura in Europa, e se pure in grosse difficoltà, l’Italia tiene.

Ma è una crisi temporanea questa, o qualcosa di epocale, quasi la fine di un certo modo di lavorare e vivere in Occidente ? 

Di certo è finita l’epoca del debito pubblico. L’Italia ha il terzo debito pubblico del mondo. Già da ragazzo in Università mi domandavo come mai nessuno si preoccupava di quel debito imponente. Mi dicevano: l’Italia può reggerlo, la pagheranno a loro tempo i figli e i nipoti. Invece la globalizzazione ha accellerato drammaticamente le cose. Ogni anno nel mondo 40 milioni di giovani si presentano sul mercato del lavoro. Sono cinesi, indiani, africani, e sono disposti a tutto per lavorare ed essere meno poveri. Questo è il contesto in cui siamo. D’altra parte, per fare un paragone, ci troviamo come di fronte a un lutto. Nel primo momento non si vuole nemmeno realizzare l’accaduto. Poi si comincia a capire, e si reagisce con rabbia. Infine si affronta la realtà: è il momento in cui ci troviamo ora ed è il più duro, ma è anche quello che pone le basi per una ripartenza.

E dove può iniziare questa ripartenza ?

In Italia c’è una fascia di debolezza della forza lavoro che non è strettamente giovanile, ma è quella tra i 24 e i 40 anni. La mia generazione, quella che per prima ha subito un eccesso di precarizzazione; quella nell’età in cui si hanno, o si potrebbero avere, figli. La riforma del lavoro tende proprio a ridurre il precariato che ha penalizzato i giovani adulti, a riequilibrare le differenze fra chi è dentro il sistema, e quindi è garantito, e chi ne è fuori. A incrementare i contratti a tempo indeterminato, dentro a un sistema più flessibile. Tutto questo anche perchè sappiamo che il problema demografico in Italia è una questione seria; e non appena ci saranno delle risorse disponibili, una priorità del governo è un intervento nelle politiche familiari, con un’attenzione particolare alle donne e alla conciliazione fra tempi di lavoro e famiglia.

Lei usa spesso la espressione “egoismo generazionale”. Che cos’è questo egoismo ?

E’ l’attegiamento coltivato dalla generazione dei padri, che hanno ottenuto garanzie, un ampio welfare e anche privilegi, come i baby pensionamenti, andando a scaricarne i costi su quell’insostenibile debito pubblico di cui le dicevo – in sostanza, sulle spalle di chi sarebbe venuto dopo. Io mi sento orgoglioso di fare parte di un Governo che contrasta questo egoismo generazionale: attraverso la riforma delle pensioni che, sfidando la impopolarità, alza l’età del pensionamento; con la riforma del lavoro; con le liberalizzazioni e anche con la spending review, che è il primo tentativo di incidere sugli sprechi pubblici. E’ la prima volta, credo, che di fronte a una crisi un Governo riduce il perimetro del pubblico, cerca di tagliare il costo di ciò che è pubblico.

Gli italiani però si chiedono con preoccupazione che cosa resterà, di diritti e del welfare acquisiti, per i loro figli…

Si, di fatto le nuove generazioni ereditano oneri che non hanno prodotto loro. Gli Indignati domandano: perchè dobbiamo pagare noi ? Anche io mi sono a lungo detto che è ingiusto. Poi un piccolo episodio mi ha fatto pensare: alla morte di mia nonna abbiamo svuotato la sua casa e i suoi cassetti. Ho scoperto che conservava perfino, ben arrotolato, lo spago che lega i pacchi, e me ne sono meravigliato. Mia nonna era del 1907, una generazione che ha attraversato entrambe le guerre, che ha imparato ad affrontare ogni ristrettezza. Eppure la sua generazione ce l’ha fatta, e ha construito molto. Io credo che ce la possano fare anche quelli che hanno vent’anni oggi. L’unico errore che un ragazzo oggi non deve fare, è rassegnarsi, è credere che non ci sia nulla da fare. C’è moltissimo invece, da fare. Tanto per  cominciare, un’Europa unita riuscirebbe a sconfiggere la speculazione che minaccia l’euro. In realtà la crisi dell’euro è l’esito di una politica europea confinata sul piano economico e monetario, una politica che ha abbandonato il sogno del Dopoguerra, il sogno di Schumann di un’Europa unita. Occorre ritrovare questo grande sogno.

A un ventenne che si preoccupa del futuro lei cosa direbbe?

Che c’è un’unica cosa che non deve fare: pensare che il destino sia già segnato, lasciarsi andare alla sfiducia e alla rassegnazione, essere apatico. Questa generazione, la prima generazione”digitale”, ha straordinari talenti e opportunità. La sola cosa che non deve fare è proprio arrendersi alla tentazione di non fare, di restare con le mani in mano.

Marina Corradi

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