Meeting Roma: “L’Italia in Europa, la crescita economica, il futuro dei giovani”



Intervento del viceministro Michel Martone al primo Meeting Roma 2012 “L’Italia in Europa, la crescita economica, il futuro dei giovani” alla presenza delle Scuole Superiori di Roma.

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Cercherò di essere breve perché al Senato stiamo discutendo la riforma del mercato del lavoro. Cercherò anche di essere, per quello che mi riuscirà, chiaro nel darvi alcuni messaggi, perché potete immaginare la difficoltà per me che fino a 5 mesi fa facevo il professore di diritto del lavoro e affrontavo i problemi del mercato del lavoro nelle comode aule delle università, ritrovarmi ora ad essere viceministro del lavoro in una situazione così difficile, nel corso della più grave crisi occupazionale che c’è dai tempi del ’29. Una crisi economica pericolosa soprattutto per la sua durata.

A causa del poco tempo a disposizione, vorrei focalizzarmi su alcuni messaggi chiari che sono rivolti anzitutto direttamente a voi.

Sono un po’ più grande di voi, ho una ventina di anni più di voi e vedete, quando mi sono iscritto io all’università, ci hanno raccontato essenzialmente due miti.

Il primo mito che hanno raccontato alla mia generazione – immaginate che io sia un vostro fratello maggiore – era che bastava la laurea per trovare un lavoro.

Il secondo mito che ci hanno raccontato è che quel lavoro sarebbe durato tutta la vita. Era il mito del posto fisso.

E così la mia generazione ha recepito perfettamente quel messaggio, si è iscritta all’università, ha cominciato a prendersela comoda, perché purtroppo tutte le statistiche ci dicono che in particolare la mia generazione è stata una generazione che ha iniziato ad andare molto spesso fuori corso. Molti si iscrivevano all’università, ma poi purtroppo ci siamo dovuti confrontare con un mercato del lavoro che stava cambiando completamente e che stava purtroppo sgretolando quei miti.

Perché quei miti si sono sgretolati? E perché noi non possiamo dire che una laurea è sufficiente a trovare un lavoro? E perché in molti casi quel lavoro non è più un lavoro che dura tutta la vita? Perché nel frattempo è accaduto un evento di portata storica, proprio nel corso degli anni 90, che ha cambiato tutte le categorie economiche. E’ arrivata la globalizzazione. Ha fatto saltare i confini dello Stato-Nazione e ha imposto la fine dell’era del debito pubblico. Perché un concetto con il quale anche voi dovrete cominciare a confrontarvi è l’idea che l’Italia rappresenta l’1% della popolazione mondiale, produce il 3% della ricchezza mondiale, ma ne detiene il 6%.

E nel frattempo, nel corso di questi vent’anni nei quali il mondo è andato sempre più velocemente, purtroppo i nodi sono venuti al pettine e ogni anno nel mondo ci sono 40 milioni di persone in più che entrano nel mercato del lavoro. Si tratta dei giovani brasiliani, dei giovani indiani, dei giovani russi, dei giovani cinesi che sono cresciuti in una condizione di povertà e che aspirano ad avere un lavoro e sono pronti a tutto per avere quel lavoro. Si tratta di un evento, vedrete, che tra un po’ i libri di storia definiranno nella sua portata epocale, rivoluzionaria. Ha tutte le caratteristiche della rivoluzione industriale che ritroviamo in questo passaggio dal vecchio al nuovo millennio, nel quale purtroppo tutto è cambiato.

L’esempio per me più evidente di questo problema è il debito. L’Italia ha creato, nonostante quello che si dica, un importante sistema di welfare. Il problema di questo sistema di welfare è, però, che lo abbiamo finanziato per oltre 40 anni a debito. Creando un debito che ricade sulle nuove generazioni.

Mentre studiavo all’università mi dicevo: “L’Italia ha il terzo debito pubblico al mondo, ma se me ne preoccupo solo io vorrà dire che il problema non c’è”. Ne parlavo spesso con mio padre, con i professori, con chi incontravo e chiedevo: “Ma possibile che voi ci state lasciando il terzo debito pubblico al mondo?”. E loro mi dicevano “Ma che problema è? Il debito è sostenibile, non c’è problema, non ti preoccupare”.

Così ho cominciato a fare un ragionamento e rispondere alla mia domanda. Questo debito che grava su una terra così straordinaria – tanto amata, una terra sulla quale viviamo da più di 3000 anni- chi lo pagherà? E la risposta era: “Mah, se nessuno se ne preoccupa significa che mio padre lo ha scaricato su di me, che io lo scaricherò sui miei figli, che i miei figli lo scaricheranno sui miei nipoti. A quel punto poveri nipotini, ma io non ci sarò più, sarò morto, e il problema tutto sommato se lo vedranno loro”.

Invece la globalizzazione ha accelerato così tanto la velocità del cambiamento, con questi eventi di portata epocale che i nodi sono venuti tutti al pettine e, anzi, ironia della sorte, mi trovo a confrontarmi con questi problemi tutti i giorni.

Lo spread sapete che cos’è? Se lo spread aumenta, e voi lo avrete sentito su tutti i giornali tutti i giorni, noi paghiamo un tasso di interesse sul debito più alto. Sapete quanto è il debito pubblico italiano? Sono duemila miliardi di euro. Ogni anno noi paghiamo di interessi tra i 70 e gli 80 miliardi di euro. E’ energia tolta al paese.

Sulla riforma del mercato del lavoro, per darvi un senso delle grandezze, siamo riusciti, con infinita fatica, a reperire 1,6-1,8 miliardi di euro – adesso lo vedremo all’esito del dibattito – per finanziare gli ammortizzatori sociali. Quindi voi capite come tutto è molto complesso.

Il che però non significa che il nostro futuro è predestinato e che non c’è più nulla da fare, perché noi, anzi voi, la vostra generazione, è una generazione che nel mondo ha delle straordinarie opportunità, ne ha molte di più di quelle dei giovani indiani, dei giovani brasiliani. Ne ha molte di più, perché può godere di un’istruzione più elevata, perché ha accesso a internet, ai mezzi di comunicazione e a mille altri strumenti.

Quello che molto spesso però accade è che è una generazione che molto spesso ha paura di sbagliare. Uno dei problemi più importanti che io sono chiamato ad affrontare è un milione e mezzo di neet, sono i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano. Sono giovani che molto spesso hanno straordinarie capacità, ma non le mettono in pratica. Siete in uno dei momenti più belli della vita, avete possibilità fino ad oggi sconosciute. E allora, il primo consiglio che vi voglio dare, veramente da fratello maggiore, è che queste potenzialità le mettiate in pratica e stiate tranquilli che la cosa più importante, quello che serve all’Italia e all’Europa per ricominciare a crescere, è che i giovani riscoprano il coraggio di fare senza avere paura di sbagliare. Guardate che la cosa grave non è sbagliare, ma non averci provato, non avere il coraggio di mettersi in discussione come accade al quel milione e mezzo di giovani.

Dopodiché, se ci sono 40 milioni di persone che oggi accedono ogni anno al mercato del lavoro globale, è chiaro che lo scenario all’interno del quale dobbiamo muoverci è quello della concorrenza. Se vedete le statistiche, ci rendiamo conto che i problemi sono tanti e sono diffusi. Faccio un esempio: rispetto alla media europea, troppi pochi giovani italiani si iscrivono all’università. Siamo al 19%, Lisbona ci vorrebbe al 40%. Dall’altro lato, però, abbiamo di nuovo troppi giovani che hanno perso il gusto del lavoro manuale. Se andate in giro per l’Italia, scoprite che lo straordinario talento dell’Italia è sempre stato quello di creare bellezza, di avere la capacità di fare cose belle. E guardate che questa capacità è riconosciuta in tutto il mondo, perché se la nostra economia in Italia in questo momento ha problemi, il Made In Italy invece nel mondo va benissimo. In questo trimestre l’Italia ha esportato più degli altri paesi europei.

Quello che in sostanza vi voglio dire, rispetto al titolo di questo incontro di oggi e rispetto ai tanti problemi che ci troviamo ad affrontare, è che l’Italia e l’Europa ce la faranno solamente se inizieranno a credere nei loro giovani se cominceranno, cioè, a spingerli a scommettere su se stessi. I giovani dal canto loro, però, devono fare una cosa che è la cosa più importante: non essere rassegnati, ma convinti che di essere protagonisti del loro futuro. Perché nel mondo e in Italia c’è un disperato bisogno di giovani qualificati che siano pronti a lavorare e investire e scommettere nel proprio futuro.

Da questo punto di vista vi dico un’ultima cosa, avrei voluto parlarvi di più, ma purtroppo gli impegni istituzionali chiamano, veramente già mi stanno sgridando qua dietro dicendomi che sono in ritardo. Una delle domande che si sentono più spesso da tanti ragazzi, dagli indignati, dai movimenti di occupy e da tanti altri è: “Perché il debito lo dobbiamo pagare noi?” Ed è una domanda che ha tutto il suo senso, “se non lo avete fatto voi, la generazione precedente, perché siamo noi a doverlo pagare?”

Ci ho pensato tantissimo, è una risposta difficile, ma credo che sia in qualche modo il destino che è capitato alla nostra generazione se vogliamo a continuare a vivere in Italia. Perché guardate, tutti dicono di andare all’estero, ma non è sufficiente andare all’estero per conquistarsi una vita più facile. Non più di tre anni fa si diceva che la Spagna era un posto migliore dell’Italia, oggi la disoccupazione giovanile in Spagna è arrivata al 52%. E la stessa cosa vale per la Grecia, per il Portogallo e anche in l’Inghilterra, dove la disoccupazione in generale è salita al 10%, in un paese nel quale storicamente è sempre stata molto contenuta. Segno che in Italia non tutto va male e non tutto va peggio.

Quindi mi sono detto: “vabbè, questo è il destino che è capitato alla nostra generazione”. Poi ci ho pensato bene, mi è venuto in mente il destino della generazione di mia nonna. Quando mia nonna è morta, noi siamo andati ad aprire i cassetti e a svuotare la casa e abbiamo scoperto con grande stupore che conservava gli spaghi. Conservava persino gli spaghi. Sapete perché lo faceva? Perché la generazione di mia nonna ha dovuto invece affrontare l’era del 1907 con due guerre mondiali, pensate che destino difficile. Eppure anche quella generazione ce l’ha fatta. Questo non vuol dire mal comune, mezzo gaudio, ma vuole semplicemente dire che, in questo momento storico, non è vero che il nostro futuro, il futuro di questo paese è segnato, anzi, abbiamo uno straordinario cammino davanti, però per coglierlo abbiamo bisogno di una generazione che si senta protagonista del suo futuro.

Ecco, se voi siete qui questa mattina a questo convegno, significa che volete essere protagonisti del vostro futuro. Fatemelo dire di cuore: per un giovane che è stato chiamato ad affrontare responsabilità così grandi in un momento così grave, questo è sicuramente il miglior inizio di questa giornata ed è un segno che i giovani italiani sono pronti a fare e che grazie ai giovani italiani il nostro paese avrà un grande futuro. Grazie di cuore e buona giornata.

Ah, per non eludere, se riesco a tornare, se me ne daranno modo visto che oggi già vi ho rubato un sacco di tempo, nella riforma del mercato del lavoro c’è tutta una serie di norme molto importanti proprio per ridurre la precarietà e ridurre il divario tra insider e outsider, norem che riguardano voi. Quindi, se veramente ci riesco e se ne avrete voglia, magari torno così entro nel merito del mercato del lavoro. Ma queste cose che vi ho detto oggi erano quelle che di cuore veramente sentivo il bisogno di dirvi in questo primo intervento. Di nuovo grazie e buon lavoro a tutti.

 

 


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