Merito: questa è la prima generazione che lo vuole

Dicono che gli studenti che hanno protestato in questi giorni hanno le idee confuse. Ed è difficile dar loro torto se si guardano molte delle interviste diffuse dai telegiornali. Poi, però, se si ascoltano gli slogan e si leggono gli striscioni di chi protesta, ci si rende conto che questa è la prima generazione che inneggia al merito. Mentre i padri, nel ’68, scendevano in piazza in nome dell’uguaglianza. I giovani di oggi si mobilitano per il merito. E non mi sembra una differenza di poco conto…..

Commenti


  • Certo,si inneggia al merito dato che abbiamo finalmente preso atto dell’assoluta carenza di traspaarenza ed onestà che campeggia nelle istituzioni italiane (Università, pubblici uffici, ospedali ecc).
    Da studente universitario posso vedere,assieme a molti altri miei colleghi, come i criteri di valutazione siano molto spesso inefficaci e superficiali per poter dare una valutazione capace di rispecchiare la reale preparazione dello studente. Quante volte abbiamo visto colleghi, discretamente preparati, prendere 30 e lode solo perchè il loro libretto universitario pullulava di 30, nonostante per quell’esame non avessero una preparazione adeguata, quante volte abbiamo potuto vedere al liceo studenti che CAMPAVANO DI RENDITA, nel senso che poichè erano partiti con il piede giusto al primo anno di scuola, hanno continuato per gli anni succesivi ad avere ottimi voti nonostante lo scarso impegno.Quanti sono i professori universitari in Italia che discendono da dinastie di professori? Per non parlare dei figli dei medici ospedalieri? E gli impiegati dei Ministeri? Bè, vi dirò, MI SONO PROPRIO ROTTO DI QUESTA SITUAZIONE, che la MERITROCRAZIA (quella vera e non i falsi buonismi) venga a ripulire questa fogna.
    PS Chiedo scusa per il linguaggio scurrile e poco consono, ma penso che fosse necessario.

  • Sarebbe interessante fare un sondaggio reale commissionato a qualche agenzia qualificata per verificare quanti di questi giovani vogliono il merito – almeno a parole tutti diremmo …

    … ma quando tocca a noi, spesso la visione delle cose cambia radicalmente giusto?

    😉

  • Il consueto bombardamento che i media ,compiacenti, ci stanno propinando sulla questione riforma rischia di provocare effetti dirompenti non solo nel fuorviare l’ opinione pubblica dalle effettive ragioni che animano la protesta(e vista l’ entità dei tagli neanche questa mi pare una cosa da poco..), ma anche nello svilire le rivendicazioni di un movimento spontaneo e trasversale, operando una sorta di “sottrazione di peso” ( grazie prof per avermi consigliato Calvino…) alla principale di esse……La richiesta di meritocrazia e trasparenza può ad un primo impatto sembrare, a quarant’ anni esatti dal’ 68, la naturale evoluzione delle istanze egualitarie di cui quel movimento si fece portavoce, tuttavia credo sia assurdo, per una infinità di fattori, parlare di convergenze o parallelismi come fanno alcune testate ….è invece opportuno insistere sulla portata che questa mobilitazione ha avuto, ed in particolare sul fatto che in difesa della scuola pubblica ( che è connessa ad un Diritto, sancito dalla nostra carta, e non è un mero servizio su cui lo Stato, le cui sorti stanno ora improvvisamente a cuore agli ex-paladini del laissez faire , può permettersi di agire con mentalità ragionieristica) siano intervenuti anche gli studenti di alcuni atenei privati , a testimonianza che non è poi così vero che siamo nel paese in cui ognuno si fa i c…. propri …A proposito dell’ importanza che riveste la meritocrazia segnalo un episodio che mi è accaduto sabato sera a san lorenzo, cercando di farla breve : mentre ero con amici si è avvicinato un uomo di colore, di età indefinibile ma credo sulla quarantina, il quale dopo averci scroccato una sigaretta ci ha raccontato di essere originario del Gambia e di essere in procinto di conseguire una seconda laurea in statistica alla Sapienza dopo aver tentato di ottenere un dottorato in Economia presso lo stesso ateneo , forte della sua laurea in materia ottenuta a Bruxelles, ma aver constatato che tale opportunità gli era preclusa in quanto extracomunitario….Ha usato proprio le seguenti parole, peraltro proferite in un italiano perfetto: nel vostro paese non c’è meritocrazia, si premia solo chi ha una nomea nell’ ambito dell’ università o un certo prestigio socio- economico, c’è un sistema di BARONATI (ha detto proprio così) scandaloso, per cui non meravigliatevi non solo del “braindraining” , ovvero della fuga di cervelli dal vostro paese, ma soprattutto del fatto che gli studenti provenienti da paesi come l’ India, la Cina o i paesi africani sono consci di tutto ciò e vi snobbano, andando ad accrescere, visto che è questo che vi preme, il prestigio delle università inglesi, tedesche o americane, che investono nella qualità dell’ apporto ideologico e scientifico che forniscono gli studenti a prescindere dai campanilismi ……che dire, meglio di tanti soloni che pontificano dai salotti buoni della politica o di certa TV…….

  • Ma io non credo che i concetti di merito e uguaglianza siano da contrapporre.
    Come questa “battaglia” e la “battaglia” del ’68, non siano da assimilare, che di simile hanno solo la mobilitazione e neanche troppo.
    Oggi si combatte per il merito, è vero, perchè in questa strana forma di discriminazione buona ci sentiamo tutti “più meglio”, ma il merito non dissona con uguaglianza, se l’uguaglianza è presa come concetto di partenza.
    I nostri genitori hanno combattuto per un uguaglianza che trattasse tutti allo stesso modo, per dare a tutti le stesse opportunità, non per quell’uguaglianza, come poi è stata letta da tutti, dove tutti sono uguali sempre e comunque, dove tutti entrano ai concorsi, dove tutti devono avere 18 politico e quant’altri mostri…
    L’uguaglianza intesa come condizione di partenza è un requisito fondamentale di questa “famosa società civile”, ma il merito non la mette in dubbio.
    Sul piano esistenziale, etico, morale, personale, cittadino, studentesco, siamo tutti uguali, partiamo tutti dalle stesse premesse.
    Chi di noi è più capace, andrà più avanti di altri.
    Questo non mi pare un concetto troppo astratto o contraddittorio. Direi quasi anzi che è coerente con se stesso ammettere in una stessa protesta uguaglianza e meritocrazia.

  • Io andreai oltre, e direi che la meritocrazia è l’unica via per raggiungere l’uguaglianza. Altrimenti su cosa dovremmo basare l’auspicata mobilità sociale?

  • “L’uguaglianza intesa come condizione di partenza è un requisito fondamentale di questa “famosa società civile”, ma il merito non la mette in dubbio.”. quoto in pieno.

    penso inoltre che il merito impedisca distorsioni e abusi di un concetto di uguaglianza che assolutisticam inteso provocherebbe piuttosto discriminazioni à rebours. uguaglianza sì, ma inter pares. credo sia l’unico modo per smascherare i fannulloni, e motivare generazioni di giovani annoiati.

  • No.Non è una differenza di poco conto,direi che è una differenza SOSTANZIALE.L’agitazione del 68 ha lasciato in Italia un germe,il germe delle “Mediocritazià,un germe per cui dobbiamo essere tutti uguali,sempre,senza alcuna distinzione.Niente di più sbagliato.Dobbiamo certamente essere uguali alla partenza o meglio dobbiamo essere messi nelle condizioni di partire “Uguali”ma nel proseguo si deve accettare la differenziazzione degli individui,non accettare una situazione reale non puo’ che portare a delle anomalie di sistema.Il merito è il canone secondo cui fare la cernita.In una situazione in cui tutti siamo uguali a priori l’unico metodo di scelta è quello adoperato oggi in Italia:”La spintarella”.La deriva mediocre sta spingendo l’Italia e il resto dei paesi del mondo verso un baratro di incapacità che io credo sia alla base di tutti i fallimenti politici ed economici per non dire sociali che ci affliggono.

  • Oggi ci ho pensato più a fondo.
    In realtà cozzano.
    Uguaglianza cozza con merito, se per uguaglianza crediamo un concetto di “ugualità” indefinita di fronte a tutti e tutto che porta a non riconoscere i più bravi, ma tutti come stessi. E penso che più che uguaglianza sia omologazione.
    Merito cozza con uguaglianza, se per merito crediamo un concetto di “discriminazione” che da diritto a qualcuno ad essere più uguale di qualcun’altro sul piano sostanziale per abilità personali(ad esempio un premier di un noto paese europeo che fa norme per salvarsi aziende, amici, culo è uno che per abilità personali è arrivato più avanti, effettivamente).
    Quindi per uguaglianza noi DOBBIAMO intendere uguaglianza sostanziale e per merito riconoscimento.
    Solo così non cozzano. E sono l’un l’altro presupposti dell’altro valore. L’uguaglianza con il merito porta ancora uguaglianza.

  • Non sarebbe una differenza di poco conto se i giovani di oggi scendessero in piazza per inneggiare al cosiddetto merito a prescindere da qualsiasi considerazioni sulla diseguaglianza economica e sociale e sui meccanismi che ne consentono la riproduzione.
    Vorrebbe dire che il sistema (sociale, politico, economico e culturale), che un’intera generazione ha contestato e combattuto negli anni ’60 e ’70, ha infine vinto, anche grazie alla cooptazione degli stessi ex contestatori. Un sistema ipocrita, corrotto e perbenista, basato sulla discriminazione e sulla selezione, sulla marginalizzaizone e sull’esclusione dei “diversi”, sulla divisione di classe e sulla segregazione occupazionale e sociale, sulla repressione del dissenso e sulla censura.
    Voglio sperare che non sia così e che si apra invece una nuova stagione per il pensiero critico, anestetizzato da anni di pensiero unico, massificato e globalizzato.

  • Lasciamo il “pensiero critico” ai periodi storici dove questo deve esserci.

    Oggi non serve “pensare”, non serve “criticare”, serve “fare”. Di gente che critica “a stipendio” nella nostra amata italia ne abbiamo tutti un po piene le scatole.

    Andare in piazza in quella maniera, vedere le scene che personalmente ho potuto vedere proprio ieri a SdC di Roma, dove un gruppo consistente di “presunti desiderosi di meritocrazia” prova ad impedire con finti applausi, urla e strepiti al proprio preside e agli altri di parlare, dove uno stimato responsabile religioso si trova costretto a non partecipare ad una mostra per paura di ricevere su di tutto da questa gente, è tutto fuorchè “fare”.

    Ieri era chiaro come il sole che chi guida queste manifestazioni sta perdendo – se non ha già perso – il polso delle cose, e questo non è bene.

    Che si tornasse tutti al “fare”, questa è la ricetta per avere una buona meritocrazia.

  • Fare non significa non pensare,anzi oggi quello di cui abbiamo un disperato bisogno è un agire cogitato che porti al bene comune.Niente sterili critiche di sedicenti saggi,niente agire scollegato dal cervello.Le critiche servono se colui che critica ha anche proposte alternative,altrimenti…Detto questo invito chi si erge sul piedistallo a fare un passetto in avanti e a scendere da alture che competono a pochi,forse a nessuno.Le discussioni fanno crescere tutti.

  • Era un messaggio rivolto a tutti ma forse sai che tu su quel piedistallo sei salito.Mi riferisco al fatto che loro sono della loggia,che i loro commenti sono sgrammaticati e sconclusionati,tutti questi giudizi,tuttie queste accuse.Siamo in un blog,e credo che ognuno abbia il diritto di firmarsi come crede anche perchè continuo a credere nel valore delle idee e non del volto o della storia di chi le esprime,l’importante è la coerenza nella vita.Finchè qualcuno scriverà qualcosa in cui crede e vivrà nel modo in cui pensa secondo il mio modesto parere non fa distinzione che si chiami Giulio,piuttosto che Antonio e che sia un notaio,piuttosto che il figlio di un muratore ecc ecc…

  • Non so se l’importante, come dici tu, Giulio, è la coerenza nella vita. Ma se così fosse ciò che si pensa, ciò che si dice, ciò che si fa e ciò che si è sono assolutamente interconnessi.
    Le idee non sono mai neutre o neutrali, ma esprimono interessi più o meno particolari, più o meno diffusi.
    La difesa dei propri interessi particolari è in sè legittima. Basta dichiararla o renderla comunque riconoscibile come tale, senza pretendere di parlare in nome del bene comune quando invece si stanno difendendo i propri privilegi.
    Ma per fare questo bisogna avere il coraggio di dichiararsi e dichiarare i soggetti di cui si parla.
    Troppo spesso si sottindendono i soggetti.
    Per la faccenda del piedistallo, se “flessibile e precari” o “prime” scelgono identità da società segreta o un linguaggio oscuro da setta esoterica non è colpa mia: se ne aasumano loro tutte le responsabilità e i rischi, compreso quello della critica.

  • Io sul pidistallo ho espresso solo un idea che ho.Cmq io credo che tutti nessuno escluso difenda gli interessi propri in primis seppur celato sotto i più vari ideali.Credo ancora che il proprioninteresse a volte deve cedere per favorire quello comune,ricordando,tutti,che la difesa aprioristica degli interessi di classe,siano della classe imprenditoriale o operaia o di qualsiasi altra,sono a mio modesto parere quanto di più dannoso ci possa essere.

  • Concordo con te, Giulio, sulla necessità di cercare di pensare al bene comune, ma declinando l’aggettivo “comune” ad una “comunità” reale e senza negare l’esistenza del conflitto o pensando ad ipotetiche “mani invisibili” che metterebbero tutto magicamente a posto partendo dal perseguimento egoistico dell’interesse individuale.
    E tornando a bomba sull’argomento proposto da Michel, siamo proprio sicuri che perseguimento del bene comune e meritocrazia siano anche solo compatibili?

  • Uhm…come mai credi che possano non esserlo?

  • per ragionare “criticamente” mi chiedo,

    in un sistema, come il nostro, nel quale la stratificazione sociale dipende dalle rendite di posizione, il merito, che valorizza lo studio, il lavoro, l’impegno, conviene di più agli insider o agli outsider?

  • Claudio: non sono pensatoi – ne di destra ne di sinistra – a decidere “chi” o “cosa” davvero “merita”.
    E’ solo il “Mercato” che decide. Non sei quindi ne tu, nei noi di flexprec, ne i nostri amici di prime, e neppure Giulio oppure MM e neanche ITAKAPRESS o chiunque altro.
    Finchè qualcuno – di qualsiasi colore – pretenderà di pensare che “pensando”, “cogitando”, “ideando”, “criticando”, “lamentandosi”, “protestando”, “sfasciando sedie”, “etc etc” si risolvono i problemi, rimarremo tutti quanti sempre fermi ai nostri box, ciascuno ai propri.
    Questo è il tempo del “fare”: questo vuol dire che il “Mercato” va capito, compreso, interpretato e riflesso sulle nostre vite.
    Va compreso come funziona, va somatizzato “anche se non sempre è come ci piace” – ma per fortuna “si spera” nessuno di noi sia + bambini piccoli che sbattono i piedi perchè non ci hanno comprato la nostra LEGO preferita – , e va vissuto in base alle nostre rispettive esigenze.
    Chi oggi indovina la quadratura del cerchio, starà bene. Chi oggi perde tempo, starà male.
    Il valore più forte oggi è rappresentato dal “tempo”: mentre tutti noi ne stiamo perdendo a disquisire su concetti astratti or ora qui, altre persone altrove continuano a produrre e a marginalizzarci sempre di più dal “centro del mondo”, dal suo “cuore pulsante”, da “dove si decide”.
    Questa è la fine che potrebbe fare l’Italia in tempi medi. Questo è ciò che va assolutamente evitato, a tutti costi.

    MM: il Merito conviene a chi lo sa interpretare. E’ più facile farlo per un insider, poichè non si fa tutte le nevrosi ideologiche che permeano e rovina la vita di molti giovani italiani.
    Un insider non perde tempo. Un outsider ne perde spesso, in particolare quando si aspetta “per diritto” di dover ricevere qualche cosa.
    C’è anche poi da dire che, a parità di valori e generalizzando, è purtroppo vero che un insider è spesso + forte e preparato di un outsider.
    Molti outsider potenzialmente + bravi di molti insider rovinano la loro possibilità/bravura/competenza correndo dietro a sirene ideologiche, familiari et similari.
    Un outsider fa di base + fatica di un insider, ma questo è comunque nella natura delle cose, lo decide il potere del Mercato e la forza delle relazioni di base: può poi essere invertita totalmente da outsider bravi, basta che non si lascino “rimbecillire” nel perdere il loro tempo.

  • Ma ancora c’é qualcuno che parla di “Mercato” con la M maiuscola e le virgolette?
    Speravo che in seguito alla crisi economica che stiamo attraversando e le lezioni di grandi economisti come Joseph Stiegliz, le idee antiquate sull’infallibilità del mercato fossero state abbandonate..
    La teoria economica non si é fermata ad Adam Smith per fortuna.

  • Joseph Stieglitz – non Joseph Stiegliz – ha le sue idee, in parte certamente condivisibili. E’ un grande economista. E’ un uomo, non un Dio.

    Il Mercato nei prossimi anni ci dirà cosa sta realmente succedendo, ma una cosa è per ora sufficientemente chiara: i paesi che stanno conquistando giorno dopo giorno fette pesanti di potere nel Mondo e nel Mercato a discapito di altri, sono tutto fuorchè paesi di stampo liberista da un lato, ma neppure sono paesi con “economie sociali”.

    Sono:
    – regimi mascherati da democrazie e stati sociali, protetti dal potere economico dei loro centri produttivi, oppure dalla forza spropositata delle loro risorse energetiche;
    – teocrazie che negano le libertà delle donne e degli individui;
    – sistemi a base democratica che sono però fortemente pervasi da concetti di somatizzazione storica riguardo al potere delle classi dominanti rispetto a quelle inferiori.

    Non confondere la parola “Mercato” con la parola “Finanza” – lo zucchero non è certo il sale.

  • Dal ’68 a oggi è trascorso un tempo storico lunghissimo per gli avvenimenti drammatici importanti succedutisi e per l’ inerzia della risposta politica dello Stato che non ha reso possibile una riforma della Costituzione e una rifondazione degli studi scolastici in toto.
    Molti studenti giovani (di cui posso essere padre) parlano con malcelata invidia dell’entusiasmo profuso in quegli anni dai sessantottini, sicuramente perchè i loro genitori non gli hanno spiegato nè pouto spiegare (per fanatismo) quanto di marcio fosse coesistito allora, di ideologicamente comunista, insieme a un movimento culturale giovanile spontaneo liberale (di sinistra\ allora) rivolto, non tanto all’ odio antiamericano, quanto a un rinnovamento dei rapporti politici-culturali fra Stato-partito-famiglia patriarcale e individui ( non masse ) soggetti non più strumentalizzati e strumentalizzabili dai media.
    In Italia Chiesa e Stato sono stati di ostacolo alla liberazione culturale dal giogo dello Statuto Albertino (del ‘848) e della anomala Costituzione Italiana del ‘945 in cui emersero afflati di ideologia comunista e clericale dove ancora non era accettato il libero pensiero in libero stato; a noi è mancato Locke, Galileo fu incarcerato e Giordano Bruno al rogo, come non pensare che una tale cultura intrisa di cattolicesimo assolutista e di socialismo massimalista (caparbiamente comunista e fanaticamente religioso) non abbiano soffocato l’ avvento di una repubblica virtuosa? La mafia non fù causa ma effetto di una politica dissennatamente filistea e declinata alle ideologie cattolica e comunista del ’45. Ancora oggi ne paghiamo le colpe. Berlinguer e Moro ebbero responsabilità politiche determinanti per la stagnazione della politica italiana entro i limiti chiusi della Costituzione e (fatto sconto per la integrità morale di entrambi e per la tragica insoluta scomparsa del secondo) sono ancora oggi santificati e non riconosciuti artefici ( ma ancor più i loro eredi spirituali) di un morboso cattocomunismo che impedì e impedisce ai movimenti giovanili di lasciare almeno una traccia di laicità nello Stato, coartandoli in un contesto politico mummificato (purtroppo qui intravvedo pesanti responsabilità dei partiti storici nell’avere fermato il processo di modernizzazione del Paese).
    Valdemar

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