Michel Martone sul Corriere della Sera: “Niente maxi riforme, per il lavoro ora passi concreti”

Di seguito l’articolo di Michel Martone  pubblicato sul Corriere della Sera di sabato 19 gennaio 2013: “Niente maxi riforme, per il lavoro ora passi concreti“: 

Caro Direttore,

oggi la priorità nel mercato del lavoro è ricollocare gli occupati che hanno gli ammortizzatori sociali in scadenza e creare nuove occasioni di lavoro per le donne e i giovani. Tutti gli sforzi delle istituzioni preposte e delle parti sociali dovrebbero essere concentrati su questo obiettivo. Invece, complice la campagna elettorale, si parla d’altro. Le scrivo, quindi, perché non credo che, in questa difficile congiuntura economica e occupazionale, il Paese abbia bisogno di un’altra  rivoluzione del mercato del lavoro, come già si comincia a promettere nei dibattiti elettorali.

L’esperienza di tante riforme del lavoro ha già ampiamente dimostrato che per creare posti di lavoro non bastano le leggi o le sentenze dei giudici ma serve un’economia sana e competitiva nella quale sia possibile fare impresa e investire a lungo termine nel capitale umano come nell’ innovazione e nello sviluppo di nuovi prodotti. Ma perchè ciò accada è necessario fare un salto di qualità nell’azione riformista, abbandonare la logica delle riforme rivoluzionarie e delle controriforme radicali per passare a quella della loro difficile implementazione politica e amministrativa.

I giovani non vengono assunti perché il cuneo fiscale è troppo alto e non perché esistono troppe o troppo poche tipologie di contratti di lavoro.

I disoccupati che cercano lavoro hanno bisogno di imprese che assumano e di centri per l’impiego che funzionino, non di una nuova iniziativa legislativa che, nelle intenzioni dei promotori, si proponga di riformare integralmente l’ordinamento del lavoro ma che poi nei fatti si traduca, dopo estenuanti trattative sindacali e infiniti dibattiti parlamentari, in un risultato diverso da quello immaginato.

Cio’ non significa che la riforma Fornero non possa essere modificata. Anzi, penso che alcune modifiche siano necessarie, specialmente nella parte relativa alla flessibilità in entrata ma anche in quella che riguarda gli ammortizzatori sociali. Ma resta il fatto che, al di là delle polemiche elettorali, si tratta di un’importante opera di manutenzione del nostro mercato del lavoro che ha intaccato alcuni tabù, come l’art.18 o la cassa integrazione, e ha già comportato notevoli costi politici e sociali.

D’altra parte a questa riforma hanno comunque partecipato le principali forze politiche e sociali. Basti pensare che il testo uscito dal confronto con le parti sociali ha poi subito, in sede parlamentare,  quasi un centinaio di emendamenti.

Per questo è auspicabile che non ci si perda nella velleitaria illusione di rivoluzionare per l’ennesima volta il mercato del lavoro ma si scelga di procedere con spirito pragmatico, dando alla riforma il tempo di produrre i suoi effetti per poi fare le modifiche che si dimostreranno necessarie alla luce dei risultati del monitoraggio che è già stato avviato. Nel frattempo, gli impeti riformatori di chi vincerà le elezioni si potrebbero concentrare sul difficile versante della gestione amministrativa delle istituzioni del mercato del lavoro, dai servizi per l’impiego agli enti bilaterali o ai fondi interprofessionali; del reperimento delle risorse necessarie a ridurre il cuneo fiscale a cominciare da quello che grava su donne e giovani; del potenziamento dell’apprendistato; della costruzione di quelle relazioni industriali collaborative che sono indispensabili per assicurare la reale partecipazione dei lavoratori all’andamento delle aziende.

Per tornare a creare posti di lavoro il nostro sistema ha bisogno di unità e coesione mentre l’esperienza dimostra che le riforme, soprattutto quelle che riguardano il mercato del lavoro, dividono. E non è quello di cui hanno bisogno i cittadini nel mezzo dell’estenuante crisi economica che ci travaglia ormai da anni.


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