Un accordo chiave che serve al paese

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di domenica 5 dicembre 2010

All’indomani, la sospensione della trattativa di Mirafiori solleva reazioni giustamente preoccupate. In un momento in cui il Parlamento sospende i lavori per manifesta incapacità di funzionare, ci si aspettava che le parti sociali si assumessero le loro responsabilità, a ogni livello. Dal tavolo sulla produttività e la crescita promosso da Confindustria a quelli sul rilancio degli stabilimenti della Fiat, ai rinnovi di importanti contratti collettivi di categoria come quello del terziario. Per dare ad un paese che, come ha sottolineato il Censis, ha un disperato bisogno di nuovi sogni, almeno un segnale di rilancio.

Ed invece, a Mirafiori anche il nostro sistema di relazioni industriali sembra entrare in stallo. Uno stallo preoccupante perchè le divergenze riguardano questioni importanti come la configurazione dell’attuale sistema di relazioni industriali. Ma anche superabile, e forse semplicemente tattico, perchè, quel sistema, pur con molti sforzi e al prezzo di profonde divisioni, negli ultimi due anni ha trovato la forza di riformarsi. E già prevede gli strumenti necessari per dare spazio alle istanze di produttività provenienti dalle aziende e dai territori.

Con la sottoscrizione del Protocollo del 22 gennaio 2009, il Governo e le parti sociali hanno, infatti, posto le basi che poi a Pomigliano hanno consentito, nonostante la strenua opposizione della Fiom, alla Fiat di raggiungere importanti risultati in tema di turni, pause, straordinari, assenze ingiustificate, tregua sindacale. Ciò è stato possibile grazie all’art.16 di quel protocollo che disciplina il principio del cd. dell’opting out e consente ai contratti collettivi aziendali di aumentare la produttività degli stabilimenti, derogando a tutele previste dai contratti collettivi nazionali, ma solo per scongiurare crisi aziendali, aumentare i livelli occupazionali o attrarre nuovi investimenti. Certo, a quell’accordo manca ancora la firma della Cgil, che pure in alcuni casi ha già accettato il principio dell’ opting out, e la Fiom potrebbe tentare di boicottarlo trascinando la Fiat in un Vietnam sindacale fatto di scioperi e cause seriali. Ma è altrettanto vero che questo timore potrebbe essere superato proprio con la trattativa di Mirafiori. Se Susanna Camusso riuscirà in tempi brevi a portare su posizioni realmente progressiste la Fiom, per aumentare, con la produttività degli stabilimenti, l’occupazione, contrastare l’assenteismo anomalo e dare forza al contratto collettivo nazionale dei metalmeccanici. Anche nella parte in cui, disciplinando le condizioni per esercitare l’opting out, ha posto le basi per assicurare l’effettiva tenuta dei contratti di secondo livello, come quello di Pomigliano.

Per questo, speriamo che l’abbandono del tavolo delle trattative da parte della Fiat come la contrarietà pregiudiziale della Fiom ad accettare deroghe a quel contratto, siano strumentali e che entrambe tornino al tavolo delle trattative nella cornice che è già stata accettata dalla Confindustria, dalla Cisl, dalla Uil e da tutti gli altri sindacati. A Pomigliano come a Mirafiori, la trattativa non può saltare per questioni legate ai rapporti di forza tra l’azienda e i sindacati che non riguardano la produttività delle aziende o le tutele dei lavoratori. Come sta accadendo in questi giorni a livello politico, con il Parlamento chiuso per eccessiva rissosità. Perchè i lavoratori, come gli italiani, non lo capirebbero.

Commenti


  • Caro Prof. Martone,
    domenica pomeriggio (ndr. ieri) ho letto un articolo sulla vicenda Fiat che, tuttavia, quest’oggi non appare più tra le pubblicazione del blog.
    Ad ogni buon conto, confesso preliminarmente di non aver ancora maturata una riflessione compiuta sulla vicenda Pomigliano e, più in generale, sul caso Fiat.
    Prima di entrare nel merito delle mie riflessioni, mi preme tuttavia esplicitare e condividere con Lei un dubbio: siamo sicuri che anche i dati sulle vendite domestiche del gruppo e quelli relativi al tasso di penetrazione sui mercati emergenti (Cina e India in primis), entrambi meno positivi di quelli registrati dai principali competitors presenti sul mercato, siano imputabili alla scarsa produttività o all’assenteismo anomalo?
    Veniamo al tema di queste poche righe.
    L’esigenza di affrontare efficacemente il nodo della produttività del lavoro in Italia non è più rinviabile. Che ben vengano, quindi, tutte quelle iniziative tese a colmare il gap di produttività del nostro Paese rispetto agli altri Paesi europei: 1) riduzione dei sovraccosti energetici; 2) investimenti in infrastrutture e logistica; 3) investimenti in ricerca e sviluppo; 4) aggiornamento dei principi e delle regole che presiedono al sistema di relazioni industriali.
    Orbene, identificate le principali cause della scarsa produttività del lavoro, mi domando se da sole siano in grado di spiegare il marcato differenziale esistente tra la retribuzione lorda di un operaio metalmeccanico del settore automotive italiano ed uno tedesco.
    La frontiera tecnologica tra case automobilistiche italiane e tedesche credo sia sostanzialmente confrontabile. Piuttosto, numerosi amici ingegneri che lavorano nel settore automotive mi dicono che la tecnologia italiana sui motori è all’avanguardia.
    Saranno allora la pressione fiscale sulle imprese e il cuneo fiscale e contributivo sulle buste paga?
    Secondo i dati riportati nel Supplemento al Bollettino Statistico pubblicato da Bankit il 3/9/2010, la pressione fiscale in Germania è pari a 40,6 punti sul PIL, in Italia a 43,2 punti. Secondo il Taxing Wages 2009 dell’OCSE, l’incidenza percentuale sul costo del lavoro delle tasse personali sul reddito e dei contributi sociali a carico del lavoratore e delle imprese è superiore in Germania di circa 5 punti (accanto a INPS e INAIL la Germania, sin dal 1994, con scelta lungimirante ha implementato un programma di protezione sociale contro la mancanza di autosufficienza).
    Valori sostanzialmente e ragionevolmente confrontabili.
    Quindi?
    I fattori che spiegano l’“imbarazzante” differenziale retributivo risiedono nei costi energetici, nella dotazione infrastrutturale e logistica e nella presenza di un sistema di relazioni industriali partecipativo?
    Sul sistema di relazioni industriali sono convinto che le Parti, responsabilmente, sapranno trovare le opportune convergenze. L’auspicio è che questo percorso si possa svolgere in un clima complessivo di maggiore serenità … da cittadino osservo che coloro che invocano un clima di maggiore cooperazione, di ricomposizione, tra le Parti, sovente lavorano per acuire le distanze. Sempre da cittadino, rimpiango il Ministro del Lavoro Maroni.
    Capitolo costi energetici e dotazioni infrastrutturali. Tradotto, investimenti pubblici.
    Dove trovare le risorse?
    Ricordo come l’evasione fiscale venga stimata ufficialmente e da studi indipendenti intorno a 100/150 miliardi di euro.
    Questo è il “cancro” da debellare. Il prof. Marè, in un recente articolo pubblicato sul Corsera (15/10/2010), ricorda come se nell’intervallo 1994-2009 avessimo recuperato 1/5 dell’evasione (percentuale assolutamente ragionevole!) il debito pubblico in rapporto al PIL, nel 2009, sarebbe stato di poco superiore al 90 per cento … quante risorse sottratte alle casse del’erario che ben potevano essere destinate alla realizzazione di opere infrastrutturali, logistiche, a investimenti in ricerca e sviluppo, in buona sostanza orientate a favorire la crescita.
    Perchè non si ha il coraggio di partire da qui? Di porre l’evasione fiscale al centro del dibattito pubblico, al netto di qualsiasi intento persecutorio?
    Ho 33 anni. Credo nella politica, nella buona politica. Tuttavia, mentre ne avverto sempre più il silenzio assordante, non voglio ancora rassegnarmi all’idea che solamente un governo tecnico abbia la capacità di avviare efficacemente un percorso di rimozione delle “incrostazioni” che bloccano il nostro Paese, a partire dall’evasione fiscale.
    Con stima
    Federico

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