Nel paese dei veto players

da Governo dell’economia e azione sindacale

governo-economia.jpgNel paese dei veto players – dove ogni partitino, ogni formazione sociale e, persino, ogni singolo senatore della Repubblica è in grado di paralizzare l’azione di governo – il sindacato fa troppa politica e così perde consenso a Mirafiori.

Viene contestato e subisce la concorrenza dei sindacati autonomi perché ha abbandonato la vocazione delle origini. Nato come potere eversivo -per proteggere i lavoratori dai poteri del datore di lavoro e da un ordine legale ingiusto – il sindacato si è fatto potere costuito.

Attraverso la concertazione, partecipa al potere politico dello Stato, determina i tratti delle riforme (delle pensioni, del tfr, del mercato del lavoro etc. etc.) e delle finanziarie, condiziona i caratteri della legislazione e quelli della contrattazione collettiva.E se non è coinvolto nelle riforme protesta e, certe volte, mette il veto. Un veto tanto più efficace quanto più la politica è debole.Nel corso della scorsa legislatura l’opposizione al governo di centrodestra è stata guidata dalla Cgil che è riuscita ad impedire, con scioperi e manifestazioni, la modifica dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori e a contrastare, con una contrattazione collettiva «ribelle», l’attuazione della legge Biagi. In quella precedente, lo sciopero politico indetto dalla stessa Cgil ha ostacolato e non poco la decisione del governo D’Alema di intervenire nei Balcani. E le stesse considerazioni valgono per gli scioperi e le manifestazioni unitarie di Cgil, Cisl e Uil che sono riusciti ad impedire la riforma delle pensioni nel 1994 e, complice la defezione leghista, a far cadere il Governo.

Sono solo alcuni esempi che purtroppo dimostrano, insieme al peso politico e al potere di veto dei sindacati, il progressivo indebolimento del potere pubblico, e quindi dell’interesse generale, sempre più spesso ostaggio dei sindacati e degli altriveto players.

Organizzazioni di interessi che sono in grado di esprimere un potere di veto che può essere istituzionale, come quello dei partitini che sfruttano rendite di posizione, o sociale, come quello dei sindacati confederali che non condividono le riforme.

Un potere di veto che non è certo esclusivo dei sindacati dei lavoratori, come dimostra la potente pressione esercitata dalle organizzazioni padronali in occasione della riforma della previdenza complementare o, in una diversa prospettiva, il blocco delle autostrade da parte degli allevatori contro le «quote latte», quello delle ferrovie da parte degli abitanti di una valle contro la “Tav”, quello delle piazze da parte dei tassisti, per non parlare poi di farmacisti, benzinai e delle tante altre corporazioni che non vogliono le liberalizzazioni.

Insomma, il paese dei veto players dove tutti sono abbastanza bravi da impedire agli altri di fare qualcosa ma nessuno e sufficientemente bravo da fare qualcosa nonostante tutti gli altri. Come dimostra la crescita Zero degli ultimi anni.

Dove, al massimo, si concerta con gli amici e si decreta per i nemici.

Dove chi ci rimette sono i giovani perché, come hanno dimostrato le riforme degli ultimi anni, l’unico comune denominatore che ha cementato al tavolo concertativo tutti iveto players è stato l’egoismo generazionale, come dimostrano le riforme dell’ultimo decennio che hanno scaricato il costo dei diritti, come il peso delle riforme, sul debito pubblico e quindi sulle spalle delle nuove generazioni. Che, da almeno dieci anni, aspettano quella riforma degli ammortizzatori sociali che dovrebbe salvarli dal labirinto della precarietà. Per non parlare della disoccupazione intellettuale, della questione retributiva, delle carriere per anzianità, del merito, del costo della vita, del problema abitativo, etc. etc.

leggi la presentazione di ‘Governo dell’economia e azione sindacale’


  • Nessun Commento

Lascia una Risposta

*