Nell’accordo svolta storica sul nodo “rappresentanza”

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di mercoledì 28 gennaio 2009

L’accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali sottoscritto lo scorso 22 gennaio segna un decisivo spartiacque nella storia delle relazioni sindacali, per tanti motivi. Perché pone le premesse per far decollare la contrattazione collettiva di secondo livello e collegare le retribuzioni al merito e alla produttività; perché introduce maggiori certezze in ordine alla tempestività dei rinnovi contrattuali; perché mira a ridurre il numero dei contratti collettivi nazionali; perché cerca di porre fine agli scioperi dei sindacati minoritari che paralizzano i servizi pubblici locali. Ma soprattutto perché, con esso, il Governo chiama i sindacati a nuove ed importanti responsabilità, anzitutto nella definizione delle regole della democrazia sindacale.

 In base all’art. 39 della Costituzione, il compito di disciplinare la democrazia sindacale spetta al Parlamento, mentre ai sindacati “rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti” spetta quello di “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

Si tratta di una ripartizione di competenze ragionevole, perchè assegna al Parlamento il compito di individuare quali sindacati hanno un “ordinamento interno a base democratica” e possono partecipare alla contrattazione collettiva, ma che non è mai stata attuata. Perché, per molti anni, i sindacati confederali, legati da un Patto di unità di azione che li rendeva interlocutore, privilegiato ed egemone, della Confindustria, si sono opposti con successo ad ogni progetto di attuazione dell’art. 39 Cost.

Certo, non sono mancate leggi, come lo Statuto dei lavoratori, o accordi concertativi, come il protocollo del 23 luglio del 1993, che hanno tentato di migliorare l’efficienza del sistema delle relazioni industriali, ma nessuno di questi provvedimenti ha affrontato il difficile tema della democrazia sindacale, ovvero della misurazione della effettiva rappresentatività dei sindacati da ammettere alla stipulazione dei contratti collettivi.

Così, le relazioni industriali si sono sviluppate nella più completa libertà e si sono moltiplicati i sindacati autonomi, come gli scioperi e i contratti collettivi. Ne è venuto fuori un sistema di relazioni industriali che con gli anni è diventato sempre più complesso, farraginoso ed inefficiente ed ha progressivamente minato la capacità competitiva delle nostre aziende come i livelli retributivi dei lavoratori.

Per ovviare a questo stato di cose, nel corso degli anni ‘90, molti, anche all’interno del sindacato, sono tornati a richiedere a gran voce una riforma degli assetti contrattuali e, soprattutto, una legge sulla democrazia sindacale che, sulla scorta di quella emanata per il pubblico impiego, misurasse anche nel settore privato la rappresentatività sindacale.

Ma al dibattito e alle proposte non sono mai seguite le leggi a causa di ataviche divisioni politiche e sindacali che, se hanno ostacolato il cammino della democrazia sindacale, hanno lasciato proliferare i veto player sindacali. Come ha reso evidente la tormentata vicenda dell’Alitalia.

Poi, è arrivata la crisi economica che ha scosso gli animi e dato a (quasi) tutti il coraggio necessario a compiere scelte importanti. Come quella sottesa a questo accordo che, preso atto della ritrosia sindacale per interventi legislativi sulla rappresentanza, affronta il tema della democrazia sindacale per rimetterne la soluzione ai sindacati stessi. Visto che, come si legge nell’accordo e salvo quanto già stabilito in alcuni settori (come nell’artigianato, dell’industria, nel commercio e nel pubblico impiego), a partire dai prossimi rinnovi contrattuali (nel settore delle telecomunicazioni e degli alimentaristi nel 2009, e in tutti gli altri, a partire dal 2010), gli “accordi dovranno definire, entro tre mesi, nuove regole in materia di rappresentanza delle parti nella contrattazione collettiva” delle diverse categorie, eventualmente ricorrendo “alla certificazione all’INPS dei dati di iscrizione sindacale”.

Si tratta di una scelta fondamentale che combina il principio democratico con un pizzico di sussidiarietà, per affidare ai sindacati il fondamentale compito di portare, a sessant’anni dall’emanazione della Costituzione, la democrazia nelle relazioni industriali e dare nuova linfa al nostro sistema economico. Non male per un accordo quadro.


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