Nous sommes tous indesirables

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Come insegna la tragedia greca e ricordano le lettere luterane di Pier Paolo Pasolini spesso “le colpe dei padri ricadono sui figli”, soprattutto se ereditano un sistema economico malato e indebitato e a crescita zero. I giovani francesi l’hanno capito e, per questo, occupano la Sorbona. Quelli italiani neanche se ne sono accorti ed infatti continuano a scontrarsi tra “fasci” e “compagni”, come se il muro di Berlino fosse ancora in piedi.

Non che in Italia manchi quella rabbiosa angoscia per un futuro incerto e rischioso che spinge i cugini d’oltralpe a proteste così radicali e persino violente. Ma si fa strumentalizzare, quando non si manifesta confusamente attraverso i “movimenti” oppure negli stadi tra fazioni di tifosi o, ancora, nelle piazze tra nostalgici di antiche divisioni.

Privi di una coscienza generazionale, i giovani, soprattutto quelli ribelli, appoggiano le battaglie degli “altri” senza rendersi conto che gli interessi da tutelare sono, anzitutto, i propri. In una sorta di harakiri generazionale, hanno sostenuto i nonni che difendevano le “loro” pensioni, i padri che proteggevano il “loro” art. 18, i noglobal che cercavano di bloccare il corso della storia, gli abitanti delle valli che si opponevano alla “tav” come i verdi che erano contrari alle centrali nucleari. E ora che l’Italia deve fronteggiare la competizione globale con il terzo debito pubblico del mondo e un sistema economico “declinante”, privo di infrastrutture decenti e alle soglie della crisi energetica, le conseguenze, che già si fanno sentire, ricadono proprio su di loro.

Si sono uniti ai genitori nella difesa dell’art. 18 e ora devono far fronte, da soli, alla domanda di flessibilità che è necessaria per fronteggiare la concorrenza globale. Perché, se i diritti dei padri resistono, per il Welfare dei giovani, per quanto s’invochi l’intervento dello Stato, non ci sono risorse. E il lavoro è sempre più precario, le tasse sono troppo alte, il cuneo fiscale è insostenibile, il trattamento di fine rapporto si dilegua nella previdenza complementare, tre milioni di persone guadagnano meno di mille euro al mese, non ci sono incentivi per chi fa figli, le pensioni saranno sempre più basse, e poi i mutui, il labirinto della flessibilità in entrata anche fino a quarant’anni, la questione retributiva, i premi di produzione, la formazione, per non parlare dell’euro e via dicendo…

In questo contesto, la frustrazione generazionale cresce, si fa rabbia, spinge alla violenza, come l’altro giorno a Milano, ma resta sterile perchè priva di obiettivi. Un’inutile protesta ben più “stupida” (nel senso che alla parola attribuisce C. M. Cipolla) di quella dei cugini d’oltralpe che, pur con tanti limiti – sono violenti, quantomeno perché impediscono, a chi lo vuole, di studiare -, hanno almeno individuato gli obiettivi. Combattono per il loro futuro, non più di classe ma “generazionale”, come si può facilmente constatare dai blog del movimento studentesco (ad esempio www.stopcpe.com) come dagli slogan inneggiati nel corso dei cortei o dai reportage televisivi e giornalistici (si veda, tra i tanti, quello di Frederic Potet su Le Monde di venerdì 24 marzo).

Non si tratta solamente di un irrazionale moto di protesta che tenta di rivivere il sessantotto raccontato dai genitori, come molti commentatori nostrani vorrebbero far credere. E’ anche, se non soprattutto, una rivolta generazionale che cortocircuita partiti e sindacati (“nous sommes tous indesirables“), comunica attraverso i blog – veri e propri focolai mediatici della protesta – e agisce, nelle piazze e nelle università, per mettere in discussione, con parole confuse ma comunicative, un sistema di protezione costruito su misura delle esigenze di chi li ha preceduti.

Se i sacrifici sono ineluttabili, gli studenti delle 66 università occupate pretendono che lo siano per tutti e, per questo, si oppongono con tanta decisione al “contrat de premiere embauche“. Trovano ingiusto poter essere licenziati senza che il datore di lavoro debba nemmeno spiegarne il motivo quando quelli che hanno un lavoro non vogliono rinunciare a tutele che proteggono anche gli indolenti.

Il c.p.e. è solo l’infelice scintilla che ha fatto saltare la polveriera e, come rilevava Barbara Spinelli su La Stampa del 21 marzo, rappresenta la punta dell’ iceberg che rischia di far naufragare, nel mare della concorrenza globale, i titanici modelli di protezione sociale costruiti sul debito pubblico.

Troppo è stato preso dai genitori che costruivano il Welfare dei “diritti quesiti”, troppo si chiede ai figli che devono finanziare quei diritti fronteggiando la concorrenza cinese con un sistema produttivo a crescita zero. Oggi, se uno “spettro si aggira per l’Europa” è quello della “questione generazionale” perché le ragioni della protesta francese sono valide in gran parte delle economie occidentali, e non riguardano solamente i contratti “d’embauche” nel mondo del lavoro.

Ancora per un pò, i padri italiani possono, però, dormire sonni tranquilli visto che, allo stato, il maggiore, e forse unico, successo conseguito dalla contestazione nazionale è stato l‘ingresso di alcuni estremisti nelle liste elettorali di rifondazione comunista. Il degno coronamento di un inutile movimento di protesta che, finora, non è riuscito ad essere nulla di meglio che “no global”, “no tav”, “no nucleare” e, se non cambia qualcosa, rischia di ritrovarsi “no future”.

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