Il ritorno del dialogo sociale e la crisi dell’unità confederale
Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.
Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.
Ripubblico, perchè mi sembra ancora attuale, una proposta che avevo avanzato dalle pagine di Zero qualche anno fa….
‘Poli universitari di eccellenza’, ‘valorizzazione delle risorse umane’, ‘formazione continua’. Sono solo alcune delle soluzioni, di volta in volta, avanzate all’annosa questione della così detta ‘fuga dei cervelli’.
Senonchè, nonostante le tante proposte, la fuga di alcuni rischia di trasformarsi in un esodo di massa.
Per questo, seguendo la politica dei piccoli passi, abbiamo confezionato sua proposta di legge. Una proposta che, seppure non costituisce la panacea di tutti i mali, ha l’indubbio merito di non comportare oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato e di essere immediatamente attuabile.
Signor Ministro,ha ragione: l’Università italiana è invecchiata male. Non riesce più ad assolvere alla propria funzione fondamentale che è quella di fornire agli studenti la preparazione professionale ed umana necessaria ad affrontare un futuro sempre più difficile e concorrenziale. E poi produce troppi sprechi che, con il terzo debito pubblico del mondo, non ci possiamo più permettere. Ci sono troppe sedi universitarie che hanno troppi corsi di laurea che danno lavoro a troppo personale, docente e amministrativo, troppo malpagato e spesso precario.Insomma, il sistema universitario ha urgente bisogno di una riforma complessiva che riconsegni centralità allo studente e, soprattutto, alla sua preparazione. E su questo molti, anche tra gli occupanti, concordano con Lei. Ciò che invece solleva maggiori perplessità è che questo obiettivo possa essere perseguito a partire dal drastico taglio dei fondi previsto in finanziaria.
Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà, sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capodel più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.
Dicono che nel castello la vita sia comoda, il lavoro sicuro e l’esistenza libera e dignitosa. Dicono anche che nel castello una volta assunti si faccia carriera per anzianità e sia molto difficile essere licenziati. Pensa che, tra i castellani, il best seller del momento si intitola: “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”.
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Che sia colpevole o innocente poco importa, per molti amanda knox è un’icona da omaggiare con siti internet, magliette e gadget di ogni tipo, e posso anche capire: è bella, ha uno sguardo intrigante e, omicidio o carcere, ha comunque vissuto un’esperienza particolare che potrà giustificare l’acquisto del suo diario… c’è però una cosa che non riesco a capire: che cosa rappresenta per quelli che la considerano il simbolo della nuova generazione?
Ancora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.
E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.
La nostra Compagnia Aerea di bandiera, l’Alitalia, è rimasta italiana; è un’ottima notizia. La famosa “cordata” di investitori italiani esisteva veramente ed è riuscita ad evitare il temuto fallimento della Compagnia ed a procedere al suo acquisto. Probabilmente altri investitori italiani si aggiungeranno alla “cordata” iniziale, rafforzandola.
Questo risolve la prima parte del problema. Ora, con discrezione ma determinazione, occorre allargare il discorso a partners internazionali (uno o più d’uno), perchè le dimensioni del mercato internazionale non ci consentirebbero di fare altrimenti. Ma forse il problema più importante resta la localizzazione degli aeroporti fondamentali.
Ad arricchire il dibattito inaugurato dal post di Pier Luigi Celli e proseguito con quello di Federico Magnaghi, pubblico l’interessante contributo di Raffaele Bernardini sull’analfabetismo in Italia. I dati sono terrificanti, perchè mentre ci affanniamo a discutere di scuola ed eccelleza, che non decollano mai, milioni di persone non sanno né leggere né scrivere.
In un recente Focus de Il Corriere della Sera (6 settembre 2008) è stata rilevata che la percentuale tra analfabeti ed “incolti” in Italia è del 36,5 % sulla popolazione totale. Ebbene, nessun politologo o sociologo ha commentato tali dati, realmente impressionanti: in Italia vi sono, dunque, circa 20 milioni di ignoranti…
Forse domani si concluderà la trattativa per la vendita di Alitalia. La Cai ha rilanciato e, con la Cgil, anche i piloti e gli assistenti di volo sembrano pronti a sottoscrivere l’accordo quadro già accettato da Cisl, Uil, Ugl e Anpav. Molti festeggeranno con ragione, perchè il paese con il maggior numero di opere d’arte al mondo non può permettersi di perdere la compagnia di bandiera, ma anche perchè 12.000 persone eviteranno la cassa integrazione guadagni. Ciò nonostante io mantengo qualche preoccupazione. Perchè i tanti problemi strutturali che hanno portato Alitalia sull’orlo del fallimento restano insoluti e il nostro sistema continuerà ad essere ostaggio dei veto player.
Fino a ieri, Tremonti sembrava essere il solo sostenitore di un ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. Oggi è in ottima compagnia, visto che il Governo americano ha appena stanziato oltre duecento miliardi di dollari, dico duecento miliardi di dollari (ovvero l’equivalente di cinque finanziarie nostrane), per salvare dalla bancarotta due delle più importanti società d’assicurazione d’oltre oceano. Ora, mi chiedo se si tratti di una nouvelle vague del pensiero economico che servirà a dare ossigeno all’economia occidentale per contrastare la concorrenza delle tigri asiatiche, oppure dell’esportazione anche in America della nostra tradizionale abitudine di statalizzare le perdite e privatizzare gli utili, come secondo alcuni starebbe accadendo nel caso dell’Alitalia…….
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