Perché questo debito lo dobbiamo pagare noi



Purtroppo i posti di lavoro non si creano per legge. I posti di lavoro si creano nell’economia attraverso la crescita.

Viviamo però in un sistema che nel corso degli ultimi anni ha visto compromettere la propria capacità di crescita, perché abbiamo ereditato il terzo debito pubblico al mondo.

Il debito pubblico italiano ammonta a quasi 2000 miliardi di euro. Ogni anno paghiamo tra i 60 e i 70 miliardi di euro di interessi su questo debito. Per darvi un senso della grandezza di queste cifre: il finanziamento che il governo è riuscito a mettere in campo con grandissimi sacrifici per la nuova Aspi – il nuovo sistema di ammortizzatori sociali, è pari a 1,6 miliardi. Questo vi da il senso di quanto sia difficile in questo momento storico individuare le risorse per offrire tutele, perché i risparmi che vengono fatti non sono sufficienti. La riforma delle pensioni porta importanti risparmi, ma purtroppo se ne vanno a pagare gli interessi su questo debito.

Da quando ho assunto questo incarico ho sentito molti giovani dirmi: “Siamo indignati, siamo arrabbiati, vogliamo occupare Wallstreet” ponendo una domanda molto semplice: “Perché questo debito lo dobbiamo pagare noi?” Questo debito che compromette lo sviluppo, questo debito che inevitabilmente determina un rattrappimento della nostra economia con conseguenze gravi e così tanti problemi all’occupazione giovanile.

La risposta a questa domanda è semplice: questo è il destino che è toccato in sorte alla nostra generazione.

Mia nonna, purtroppo, è morta poco tempo fa. Era arrivata alla veneranda età di 99 anni. Quando siamo andati tristemente ad aprire i cassetti per vedere cos’era rimasto, ci siamo resi conto che un cassetto era pieno di spaghi. Mia nonna conservava gli spaghi. Perché?

Perché la sua generazione aveva vissuto ben due guerre mondiali e qualsiasi tipo di spreco le sembrava incomprensibile e inaccettabile, avevano conosciuto la fame. E’ il destino toccato in sorte alla loro generazione.

Alla nostra è toccato invece quello di confrontarsi con questo debito pubblico.

Ho insegnato in questa università oramai più di 10 anni fa e già all’epoca ponevo il tema del debito. Mi chiedevo: “possibile che nessun altro si preoccupi del fatto che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e della sua sostenibilità finanziaria per quello che riguarda il sistema di welfare nella sua interezza?”

La risposta che ad un certo punto mi ero iniziato a dare negli anni ’90 era: “se me ne preoccupo solo io significa che il problema non c’è. Evidentemente mio padre e cioè la generazione precedente, ha scaricato il debito su di me, sulla nostra generazione; noi lo scaricheremo su chi verrà dopo, sui nostri figli; i nostri figli lo scaricheranno sui nostri nipotini e così via. A quel punto io sarò morto e tutto sommato il problema non mi avrà toccato”.

E invece la storia è andata avanti così velocemente, la globalizzazione è stata così rapida, che nel corso degli ultimi 10 anni i nodi sono venuti tutti al pettine. Sono venuti al pettine tutti insieme a causa di una crisi che non è stata passeggera come si pensava, ma è durata ben 4 anni.

Estratto dell’intervento al Career Day presso l’Università Lumsa di Roma 

Commenti


  • Caro Professore,
    bisogna riconoscere che ha il coraggio di affrontare i problemi senza usare luoghi comuni e senza usare “pillole” dolcificanti: questo debito, che tutti pensavano di lasciare in eredità a chi fosse venuto dopo, chiede di essere saldato ora e non domani o dopodomani. La diagnosi è spietata, ma giusta. Cerchiamo ora tutti insieme la cura!

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