Quel riflesso condizionato della protesta “a prescindere”

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di sabato 19 novembre 2011

Il problema di questo paese è che cambiano i governi ma i problemi rimangono sempre gli stessi. Pensate alla giornata di mercoledì (ma anche a quella di ieri). Monti non aveva neanche terminato di leggere il suo discorso programmatico al Senato che, nelle piazze, i professionisti della contestazione sociale già cominciavano a manifestare. Cortei in tutta Italia, Roma paralizzata dagli scioperi, feriti e contusi a Palermo come a Torino. Sembra di rivedere sempre lo stesso film. Un nuovo Governo che  annuncia di voler finalmente passare ai fatti per realizzare le riforme che tutti, a destra come a sinistra, nelle università come nei partiti, considerano necessarie.

E i Cobas, i comitati studenteschi e tutto il fronte del no già sono in piazza per opporsi ad un programma che neanche conoscono. Ma come? Finalmente un Presidente del Consiglio dichiara che è intenzione del Governo procedere, con il sostegno di tutte le principali forze politiche, ad una riforma che sposti sulle rendite il carico fiscale che fin qui gravava sul mondo del lavoro; riformare gli ammortizzatori sociali per garantire una copertura anche ai precari; intervenire sulle pensioni nel segno dell’equità generazionale; promuovere la crescita incentivando il lavoro dei giovani e delle donne; promuovere la natalità; investire sulla formazione del capitale umano. Il tutto andando a ricercare le risorse necessarie combattendo l’evasione fiscale, riducendo i costi della politica come il numero delle provincie. E i movimenti studenteschi cosa fanno? Scendono in piazza, al fianco dei cobas, “contro il governo dei banchieri” illudendosi così di poter sfuggire a quel debito pubblico che nel frattempo schiaccia il loro futuro a colpi di spread. Certo, la manifestazione era già stata prevista da tempo, ma è altrettanto indubbio che poi si è tradotta in un’occasione  per criticare l’ispirazione riformista del nuovo governo.

Una reazione immatura, anzi ideologica, perché le proteste sono cominciate prima ancora che Monti avesse finito di leggere il programma. Un “a-priori” o, se si preferisce, un preconcetto che ricorda un’Italia di altri tempi, anzi la solita vecchia Italia, quella che critica prima ancora di aver letto. Quella pronta a tutto pur di bloccare le riforme che attentano a privilegi che non possiamo più permetterci perché abbiamo il terzo debito pubblico del mondo e all’estero hanno smesso di farci credito.

Uno degli slogan di ieri diceva “meno banche più banchi”. Uno slogan azzeccato. Peccato che l’autore non si sia reso conto del fatto che nel programma del Governo si menziona espressamente la necessità di investire in formazione, scuola e ricerca. E la stessa critica può essere rivolta a tutti gli altri studenti che non si sono resi conto che manifestando contro il governo manifestavano contro loro stessi. Se avessero letto il programma si sarebbero accorti che una volta tanto il Governo riconosce che, se i sacrifici delle riforme dovranno essere distribuiti equamente tra tutte le categorie, gli incentivi andranno concentrati sul lavoro dei giovani e delle donne. Anche per questo, speriamo che Mario Monti realizzi il suo programma. Perché il nostro futuro, come quello del Paese, non dipenderà dalle proteste di quanti non vogliono rimborsare il debito contratto dai padri ma dal coraggio di quelli che sono pronti a lavorare ed impegnarsi per costruire il futuro che ci attende e abbattere gli spread come il debito pubblico ma anche i privilegi come l’evasione fiscale.

Non solo e non tanto perché ce lo chiedono l’Europa e i mercati finanziari ma perché, se anche questa volta resteremo paralizzati tra proposte di riforma e proteste di piazza, le cose non potranno che peggiorare. D’altra parte, “come possiamo cambiare le cose se continuiamo a fare tutto allo stesso modo?” Se lo chiedeva Albert Einstein qualche anno addietro ma mi sembra ancora una domanda attuale, soprattutto dopo i fatti degli ultimi due giorni.


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