Rispettare chi nel lavoro ha la priorità

Articolo pubblicato sul Il Sole 24 Ore di giovedì 24 giugno 2010

Ieri sì è votato a Pomigliano d’Arco e si è trattato di una delle più importanti prove di democrazia industriale degli ultimi anni. I risultati del referendum però sono diversi dalle previsioni di molti e dalle aspettative di altri. Dei quasi 5.000 lavoratori che sono impegnati nello stabilimento campano infatti 1.673 hanno votato per il no e non sono pochi. Sono un po’ di più di quelli che si avvalgono dei permessi quando ci sono le elezioni e rappresentano il 37% della forza lavoro dello stabilimento e praticamente il doppio degli iscritti alla Fiom. Che però ha ben poco da festeggiare.

Anzitutto perché il vero rischio è che, proprio a causa del risultato del referendum, la Fiat decida di mantenere la produzione della Panda in Polonia e che, anche Pomigliano, sia colpita da quella desertificazione industriale che già minaccia diverse zone del sud del Paese.

In secondo luogo perché, se è indubbio che il fronte del no ha conseguito un successo altrettanto indubbio è che ieri hanno vinto i sì. Due lavoratori su tre sono pronti ad accettare un accordo che, per garantire la produttività dello stabilimento, li costringe a rinunciare ad alcuni dei diritti previsti dal contratto collettivo nazionale.

Ora, per giustificare la vittoria del fronte del sì, molti stanno già dicendo che i lavoratori hanno accettato queste rinunce perché avevano paura di ritorsioni da parte della Fiat. Altri invece stanno dicendo che il loro voto non è stato libero perché condizionato dalla paura di perdere il posto di lavoro.

Io non credo che queste due posizioni esauriscano le motivazioni che hanno spinto la maggioranza ad accettare questo accordo. Anzitutto, perché l’imprevista affermazione del no dimostra che il voto è stato libero. In secondo luogo perché le dichiarazioni dei lavoratori del fronte del sì, che l’altra notte fino alle 4 del mattino aspettavano con ansia i risultati del referendum, dimostrano che sul loro voto ha pesato soprattutto la consapevolezza che oltre confine ci sono lavoratori che un lavoro, come il loro, non lo hanno mai avuto. Lavoratori che già oggi producono negli stabilimenti polacchi e brasiliani fino a più di dieci volte le macchine che si producono nello stabilimento campano.

Con questa amara consapevolezza, ieri, i lavoratori hanno espresso la propria voce e hanno accettato di rinunciare ad alcuni diritti per accogliere la produzione della Panda. Si tratta di tutti quei lavoratori che non abusano dei permessi quando ci sono le elezioni, che non si mettono i malattia perché ci sono i ponti, o perché, pur partecipando allo sciopero, non voglio perdere la retribuzione.

Duemilaottocentottantotto (2.888) lavoratori sui 4642 che hanno votato sì, che hanno avuto coraggio, hanno espresso il loro voto e incarnano quella compagine silenziosa che magari non protesta ma che per fortuna in democrazia dovrebbe contare. Ora merita di essere rispettata. Dalla Fiat che non deve cogliere questa occasione per abbandonare lo stabilimento campano. Dalla Fiom che, pur avendo aumentato i propri consensi, ha perso il referendum e ora deve trattare per rispettare il voto della maggioranza. Da tutti noi, perché se il nostro paese vuole avere un futuro nell’economia globale, deve rispettare il voto di quanti sono pronti a rimboccarsi le maniche per produrre auto solide, affidabili e made in Italy.

Oggi più che mai nelle relazioni industriali c’è un profondo bisogno di democrazia perché, se non dobbiamo cedere alla dittatura della maggioranza, non possiamo neanche accettare la logica dei veti, come quello che ci auguriamo la Fiom faccia venire meno in ossequio a quei lavoratori che si vergognano di essere assenteisti.


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