Sacrifici necessari per competere


Fiat PomiglianoLe relazioni industriali sono nate, vivono e si evolvono sulla base di accordi che di volta in volta assumono un ruolo simbolico e spesso riguardano la Fiat. Come sta avvenendo in questi giorni a Pomigliano d’Arco.

La vicenda è ben nota ed è dunque inutile starne a ripercorrere i tratti fondamentali.

Quello che conta è che la Fiom-Cgil nonostante i richiami di Ministri, politici di maggioranza e di opposizione, e soprattutto degli altri sindacati, continua a non voler firmare, anche a rischio di mettere a repentaglio l’occupazione dei 5.000 lavoratori che operano nello stabilimento di Pomigliano e degli altri 15.000 che lavorano nell’indotto.

Ora, per giustificare questa posizione tanto ferma quanto nichilista, la Fiom sta adducendo le ragioni più disparate, molte delle quali sono di ordine giuridico.

Nei comunicati stampa del più importante dei sindacati metalmeccanici si legge infatti che questo accordo va respinto perché “supererebbe le leggi di tutela sul lavoro”, “cancellerebbe il contratto collettivo nazionale”, “comprometterebbe il diritto di sciopero”. In altri termini, secondo la Fiom, costituirebbe un inaccettabile attentato agli istituti fondamentali del nostro diritto del lavoro: legge, contratto collettivo e diritto di sciopero.

Poiché si tratta di questioni giuridiche troppo radicali per essere condivise ma troppo discusse per essere ignorate, si rendono necessarie alcune considerazioni, oltre ogni ideologia o dogmatismo.  

Partendo dal diritto di sciopero è agevole sottolineare che l’accordo in questione non sopprime il diritto di ciascuno di scioperare ma, semplicemente, riafferma il principio “pacta sunt servanda. Si tratta di un principio antico nelle relazioni industriali che ha perso vigore nel corso degli anni ma che torna ad assumere una rinnovata centralità a Pomigliano, perché è di tutta evidenza che, quando si tratta di introdurre una nuova disciplina dei turni di lavoro, o questa riguarda tutti i lavoratori oppure l’azienda diventa ingovernabile, perché alcuni lavoreranno la notte mentre altri si rifiuteranno.

Ed è proprio per questo che l’accordo integrativo stabilisce che se i lavoratori accettano, per il tramite del loro sindacato, i 18 turni settimanali, nel periodo di vigenza del contratto in questione, non potranno scioperare per rimettere in discussione quei turni. Pena la possibilità di essere soggetti a sanzioni disciplinari. Sanzioni che, in base all’accordo, non verranno, però, comminate discrezionalmente dal datore di lavoro, come pure sembrano suggerire alcuni comunicati sindacali che circolano in questi giorni, ma che sono invece rimesse ad una commissione composta in maniera paritetica dai rappresentanti dei datori di lavoro e dei sindacati.

Certo, si tratta di una limitazione importante del diritto di sciopero, ma è di tutta evidenza che, su tutte le altre questioni che non sono oggetto dell’accordo, i lavoratori potranno liberamente scioperare.

Allo stesso modo, in altri dei comunicati usciti in questi giorni si legge che l’accordo integrativo in questione “cancellerebbe” il contratto collettivo nazionale. Anche in questo caso siamo di fronte ad una denuncia che va fuori misura.

Se è infatti vero che l’accordo contiene alcune limitate deroghe al contratto collettivo nazionale, è altrettanto vero che tali deroghe sono espressamente autorizzate dall’art. 16 del Protocollo del 22 gennaio 2009, sottoscritto da tutte le parti sociali, ad eccezione della CGIL. Deroghe che peraltro hanno una portata limitata, posto che gran parte del rapporto di lavoro dei dipendenti di Pomigliano continua ad essere disciplinato dal contratto collettivo nazionale che resta la cornice di riferimento per l’individuazione dei diritti e delle tutele del lavoratore.

Le stesse considerazioni valgono per le denunce secondo cui questo accordo mirerebbe a “superare” le leggi di tutela sul lavoro, perché il nostro diritto del lavoro continua a basarsi sulla legge, che disciplina quasi ogni aspetto del rapporto di lavoro, e perché le deroghe che vengono introdotte sono appunto disciplinate da un accordo sindacale di livello aziendale che mira ad assicurare la massima produttività degli impianti e il mantenimento dei livelli occupazionali.

Piuttosto, la vera minaccia per il nostro diritto del lavoro non è costituita dalle deroghe ai contratti collettivi nazionali, ma dalla mancanza di posti di lavoro, e quindi dalla disoccupazione che colpirebbe tutte le famiglie dell’indotto, se questo accordo non venisse sottoscritto.

Certo, siamo tutti consapevoli che per i lavoratori di Pomigliano si tratta di rinunce importanti e sacrifici difficili, soprattutto se si guadagna poco più di 1.000 euro al mese. Ed è per questo che l’azienda e i sindacati hanno convenuto di rimettere al referendum tra i lavoratori di Pomigliano la validità dell’accordo.

Sanno che quest’accordo non scardina quel diritto del lavoro che costituisce uno dei punti più avanzati della nostra civiltà giuridica. Più semplicemente, ritengono che il diritto del lavoro che la Fiom vuole difendere, anche a costo di compromettere lo stabilimento di Pomigliano, è troppo rigido ed ugualitarista per consentire alle nostre imprese e ai nostri lavoratori di competere in una economia globale.

Basti considerare che in Polonia gli stabilimenti della Fiat producono  600.000 automobili con soli 5.800 dipendenti. In Brasile ne producono 700.000 con soli 8.700 dipendenti; in Italia, a Pomigliano, con 5.000 dipendenti si producono appena 45.000 automobili all’anno.

E allora il punto vero è che, volenti o nolenti, se vorremo continuare a produrre automobili in Italia, non potremo fare altro che adeguare i ritmi della produzione dei nostri stabilimenti a quelli dei Paesi concorrenti. Per farlo, come hanno sottolineato tutti i sindacati ad eccezione della CGIL, non dobbiamo cancellare il nostro diritto del lavoro, ma trovare il coraggio di renderlo un po’ più flessibile.

Si tratta di un passaggio importante per le relazione industriali del nostro Paese, ma per compierlo è necessario superare le ideologie che guardano al Novecento per confrontarsi con i problemi che segneranno il nostro futuro.

Articolo pubblicato su Il Sole 24 ore del 15 giugno 2010, pagina 2.

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1 Commento per “Sacrifici necessari per competere”


  1. 1 Anonimo

    Ha ragione professore! I sacrifici sono necessari per competere: da domani tutti in tuta blu a lavorare giorno e notte negli stabilimenti FIAT a mille euro al mese, felici e contenti, e guai a chi si lamenta. Prima lei, prego, ci mancherebbe…

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