Saranno più veloci i politici o le parti sociali?

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 Per modificare la Costituzione del 1948 è necessario seguire le complesse procedure dall’ art. 138 Cost. Le principali forze politiche si dichiarano disponibili, vediamo quanti anni ci vorranno.

Per modificare la “Costituzione” delle relazioni industriali, ovvero il Protocollo del 23 luglio 1993, è invece sufficiente che le parti sociali e il Governo si siedano attorno ad un tavolo e trovino un accordo sulla riforma della democrazia sindacale e della contrattazione collettiva, per far ripartire le retribuzioni cominciando a premiare il merito e la produttività.

Della riforma della costituzione si parla da tempo immemore, o meglio dai tempi della Commissione Bozzi, ma anche della riforma degli assetti contrattuali si parla da un bel po’.

Basti pensare che il doppio livello di contrattazione era previsto nel Protocollo del 23 luglio 1993 che già auspicava lo sviluppo della contrattazione collettiva di secondo livello. E che la Commissione sulla verifica dello stato di attuazione del Protocollo, presieduta dallo stesso Gino Giugni, solo quattro anni più tardi, già denunciava il mancato decollo della contrattazione collettiva di secondo livello e quindi delle retribuzioni legate al merito e alla produttività.

Da allora e nonostante i richiami dei riformisti di tutte le provenienze, la contrattazione collettiva di secondo livello non è decollata, la produttività del sistema economico è declinata sino a scomparire e le retribuzioni sono crollate, perché le tre grandi confederazioni, overo Cgil Cisl e Uil, non riuscivano a trovare un accordo. I piccoli imprenditori non erano certo inclini a far entrare il sindacato in fabbrica. Le burocrazie sindacali, professioniste nella stipulazione dei contratti collettivi nazionali, non volevano perdere potere a favore dei sindacati che agiscono a livello aziendale o territoriale. L’ala più massimalista ed intransigente del sindacato era decisa a proteggere il contratto collettivo nazionale. Ovvero il grande baluardo dell’ugualitarismo, perché disciplina il rapporto di lavoro dell’operaio massa ma non vede la precarietà nel mercato del lavoro, come il merito in azienda o le variazioni del costo della vita nelle diverse zone del paese.

Ora, finalmente, anche la Cgil, grazie alla coraggiosa scelta di Epifani, ha deciso di superare i veti interni della Fiom e del sindacalismo più radicale, per raggiungere Cisl e Uil su posizioni riformiste. Così, i tre sindacati confederali hanno finalmente sottoscritto un primo accordo di massima con il quale dichiarano di accettare la democrazia sindacale e la contrattazione collettiva di secondo livello. Certo, si tratta solo di una bozza, è un po’ lacunosa nella parte dedicata alla democrazia sindacale e ha diversi limiti, come quello di non essere stata condivisa con altre confederazioni in grande crescita. Ma vi si gettano le basi per una moderna riforma delle relazioni industriali e potrà essere migliorata nel corso della trattativa. Anche perchè l’Ugl, grazie alla segreteria di Renata Polverini, sicuramente potrà apportare alla riforma importanti spunti e il Sin.pa leghista dovrebbe sicuramente essere favorevole ad un potenziamento della contrattazione collettiva di secondo livello.

In più, Emma Mercegaglia, in piena continuità con la presidenza Montezemolo, ha indicato sin dal suo insediamento, la riforma degli assetti contrattuali come una priorità di Confindustria. Probabilmente il Presidente della Commissione lavoro sarà Pietro Ichino che denuncia l’emergenza contrattul-retributiva da anni. E il nuovo Ministro del Lavoro è un sicuro riformatore come Maurizio Sacconi che, sin dal Protocollo Scotti del 1983, è stato protagonista di gran parte degli accordi concertativi degli ultimi anni.

Insomma, le premesse ci sono tutte. Chissà se le parti sociali saranno più veloci del Parlamento nell’attuare quelle riforme “costituzionali” di cui il Paese ha un disperato bisogno.

Dopo vent’anni di discussioni e di veti, i tempi potrebbero essere maturi.


Commenti


  • Ho letto con grande interesse il suo articolo, condividendo al 100% la questione che lei pone come centrale in questo inizio di legislatura. Io comunque dalla mia aggiungo che da una parte i sindacati nn abbiano più la forza di rinnovarsi almeno quelli storici (cgil,cisl e uil) e abbiano perso occasioni eclatanti come l’alitalia e i 2 anni dello scorso governo.Potevano dimostrare ai lavoratori di essere tornati quei protettori di interessi di classe più che come una volta hanno ribadito il loro interesse politico e quasi collusivo con confindustria; dall’altra penso che sindacati in forte ascesa come l’ugl, invece possano farsi rinnovatori di quell’incipit che il sindacato deve essere x la politica e nn mero osservatore della realtà che lo circonda, anche se questa è diventata di dimensioni mondiali. Infine penso che dai numeri parlamentari e dall’esecutivo proposto, questo governo sia molto più veloce delle parti sociali che non sono ancora pronte, basti pensare all’accordo di contrattazione tra (cgil,cisl e uil) ancora lontano dall’essere ben definitivo ed esaustivo, e sembrano poter essser annientate in poche battute di governo.

  • condivido le speranze nell’ugl di renata polverini, che potrebbe essere un importante agente di cambiamento,
    idem su alitalia,
    speriamo che i politici ce la facciano, perchè il paese ne ha davvero bisogno

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