Scuola – Un liceo normale

Pubblico con piacere le riflessioni di un papà che, preoccupato del futuro dei figli e nipoti, vorrebbe migliorare la scuola italiana. Questi i suoi suggerimenti al Ministro Gelmini. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, potrebbe essere un primo esempio di dialogo intergenerazionale (…e per stimolare i commenti, vi invito a rivedere una scena da Amarcord di Fellini).

 

 

La scuola italiana dovrebbe essere un ascensore sociale, una fonte di redistribuzione dirigenziale e finanziaria, e la costruzione del futuro della società. La scuola italiana non dovrebbe essere uno “stipendificio”, con stipendi non dignitosi, né un parcheggio di personale sovrabbondante e poco rispettato dagli studenti e dalle loro famiglie.

 

La scuola dovrebbe formare lo studente, prepararlo alla vita e all’autosufficienza, all’uguaglianza dei punti di partenza – forse la più importante espressione di giustizia sociale.
Ma anche insegnare il senso del dovere e della disciplina, la solidarietà verso i compagni e quel senso di appartenenza concentrica di cui parlava un nostro Presidente della Repubblica, “cittadino della sua città, e allo tempo stesso dell’Italia e dell’Europa”.

 

L’Italiano dovrebbe essere il pilastro della comunicazione. Non solo la letteratura, ma la grammatica, la sintassi, la corretta pronuncia delle parole, la dizione “forte e chiara”, per ridurre le inflessioni dialettali, e l’uso dei famosi congiuntivi e condizionali.

 

Ma la lingua italiana,  che ci ha unificato culturalmente non molti secoli fa, è in grado di metterci in comunicazione “solo” con 60 milioni di persone: una piccola percentuale della popolazione mondiale.

 

Qualche tempo fa un giornalista italiano intervistava un politico irlandese a proposito del sorprendente boom economico del suo Paese. Il politico irlandese rispose: “Il boom è dovuto ai generosi aiuti della Comunità Europea, al fatto che gli irlandesi li abbiano saputi sfruttare, al basso costo del lavoro e poi…. – disse controvoglia – “E poi noi parliamo inglese”.
Il gaelico, e non l’inglese , viene considerato la “lingua patria” dell’Irlanda; l’inglese era stato imposto, anche con metodi coercitivi, da quelli che erano considerati invasori ed oppressori.
Non è quindi per simpatia politica, religiosa o culturale che gli irandesi si sono trovati anglofoni ; eppure oggi questa è la loro fortuna.
Si può diventare completamente bilingui mantenendo la propria “lingua patria”? Certamente sì: è quanto avviene in vari paesi, ad esempio quelli scandinavi.
Lo sforzo all’inizio sarebbe notevole, ma nel mondo globale è semplicemente indispensabile.

 

Oggi ci troviamo di fronte a rilevanti esuberi scolastici: dovrebbe esser presa in considerazione la possibilità di riciclare, con i dovuti supporti ed incentivi, buona parte di essi come insegnanti di inglese: un anno di tempo, molto impegno, corsi all’estero ed uso di validi mezzi audiovisivi.

 

La scuola si dovrebbe inoltre impegnare sul fronte della Rete. Abbiamo bisogno di strumenti e personale per dar modo a tutti di raggiungere la crescente massa di informazioni altrimenti inaccessibile.
E non dobbiamo dimenticare che il mondo globale è anche un mondo sempre più ipertecnologico ed ipertecnicistico. L’importanza delle Scienze e della Matematica aumenta, e dovrebbe ridimensionare il prestigio finora goduto dalle materie classiche.

 

Per finire, il mondo di oggi e di domani, è un mondo competitivo.
Merito ed eccellenza dovrebbero governarlo.

 

L’Italia potrebbe avere un Liceo speciale, che potrebbe essere chiamato Normale, per assonanza all’omonima Scuola di Pisa, con le seguenti caratteristiche:

 

  • Dovrebbe essere il più impegnativo e prestigioso
    L’accesso dovrebbe essere limitato da una seria prova d’ammissione
    Per restarvi iscritti, bisognerebbe garantire un rendimento che non scenda sotto certi minimi

Potrebbe ispirarsi all’Istituto Chateaubriand di Roma, in versione inglese, ed essere pertanto marcatamente bilingue.
Non si dovrebbe “insegnare l’inglese”, ma si dovrebbe “insegnare in inglese”.
Il greco antico non dovrebbe farne parte, ma il latino sì, per la razionalità con cui costruisce il ragionamento, ma anche per il suo legame con l’Impero Romano e con il suo concetto universalistico di  “spugna” delle Culture.

 

Per quanto riguarda le materie “identitarie”, le radici della Civiltà Occidentale andrebbero cercate nell’Antico e nel Nuovo Testamento, nel Pensiero Moderno del sei/settecento, nell’Illuminismo, nella teoria politica e nella storia della Democrazia.
Ciò che è venuto dopo può, e dovrebbe, essere studiato come vera e propria attualità.

 

Verso la fine degli studi bisognerebbe dare allo studente una formazione base di “impresa”: elementi di economia e finanza, così come una panoramica di nozioni pratiche necessarie alla vita imprenditoriale e all’avvio al lavoro.

 

Un liceo che incarnasse in tal modo un concetto di eccellenza, rappresenterebbe un potente ascensore sociale: gli studenti, di qualsiasi provenienza, avrebbero accesso a collocazioni elitarie altrimenti irraggiungibili.

Federico Magnaghi

Commenti


  • Una rivoluzione dunque, più che una riforma. Ma come arrivarci, in un Paese come il nostro dove forze antiriformiste, in una continua mistificazione, portano avanti la convinzione che ogni stravolgimento dello status quo (e tutti conosciamo bene lo status quo della scuola italiana) sia catastrofico e negativo?
    Come dovremmo fare di fronte a persone come una professoressa di liceo (quindi educatrice dei nostri ragazzi), che lo scorso 10 settembre interrogava in modo polemico il ministro Gelmini manifestando la sua preoccupazione ipotizzando la situazione di “un ragazzo che viene bocciato una volta per scarso impegno, e una seconda volta per il voto in condotta: cosa dovrà fare questo ragazzo bocciato due volte?”?
    Le stesse persone che poi magari sventolano urlanti la bandiera della meritocrazia.
    Fin tanto continueremo a ragionare con un metro QUANTITATIVO, e non QUALITATIVO, la scuola non potrà mai essere un “ascensore sociale”.
    Gli stessi mezzi devono essere dati a tutti i giovani, ma in partenza. Ma se continueremo a ragionare nei termini di un assistenzialismo sterile, che non crea l’opportunità di un accrescimento delle responsabilità dei singoli, non si potrà mai ridare alla scuola italiana quel ruolo educativo e di formazione privilegiata che le è stato sottratto da anni.

  • Bella l’idea di una Scuola Normale… pubblica o privata però? Perché per essere davvero un “ascensore sociale” dovrebbe essere gratuita, almeno per chi non se la può permettere.
    Una scuola che non guardi in faccia a nessuno e che premi sfacciatamente il merito, a prescindere dagli averi. Infatti un ascensore può salire, ma può anche scendere. Chi ha paura di una scuola così?

  • Non è chiaro come una scuola che dovrebbe “preparare lo studente all’uguaglianza dei punti di partenza” (qualunque cosa voglia dire) sia compatibile con la scuola d’elite prefigurata dal sig. Magnaghi nella quale “serie prove di ammissione” metterebbero invece in evidenza proprio i diversi punti di partenza, provvedendo a mantenere ben salde le barriere sociali e innalzando sul percorso dell’auspicato (davvero?) ascensore sociale insormontabili ostacoli per gli studenti appartenenti alle famiglie meno agiate.

  • La scuola italiana oggi è lo specchio di questa nostra italica società.Si premia la mediocrità,la simpatia,la posizione sociale ma non esiste la meritocrazia o comunque latita.Si parla di bullismo come se fosse qualcosa di nuovo e non si capisce che di nuovo c’è solo l’iphone e il telegiornale che ne parla;ci si distrae dallo strazio rappresentato dai professori impreparati e illicenziabili che leggono il giornale in classe con i vari p.o.f.Tanti studenti impreparati e tanti promossi,tante disuguaglianze e tanta arretratezza questa è la scuola italiana,una maceria che poggia su altre macerie.Certo non è tutto da buttare visto che comunque la nostra scuola produce cervelli da esportare nel mondo,ma proprio per questo,proprio perchè qualcosa che funziona c’è allora perchè non si investe di più,perche non si tratta la scuola come qualcosa da spremere per produrre quanta più ricchezza mentale possibile?Basta con gli stipendifici e con la mediocrità travestita da parità di opportunità.Non siamo tutti uguali e arrivati ad un certo livello bisogna prenderne atto.Che senso ha dare la possbilità a tutti di ottenere un diploma scientifico o classico per poi vedere orde di studenti svogliati e impreparati affolare gli atenei per 2 o 3 anni(nei casi migliori)prima di decidere di smettere e di cercare un lavoro.Non è più il caso di sprecare risorse e di sperperare soldi per permettere a una moltitudine di svogliati di ritardare il loro incontro con la realtà lavorativa e ad un’altra moltitudine più anziana di “Portare a casa” lo stipendio senza sforzarsi di dare alle future generazioni un’adeguata preparazione.

  • Sono entusiasta che il professor Martone abbia pubblicato l’articolo di un papà e di un nonno preoccupato della riforma della scuola, secondo me bisogna farsi sentire di più dal ministro Gelmini, sennò oltre al MAESTRO UNICO, e al ritorno del GREMBIULE con fiocco, presto re-introdurranno anche la punizione dietro la lavagna, e le pacche con le bacchette sulle mani…
    Sono anch’io preoccupato perchè secondo me al giorno d’oggi un maestro di scuola elementare non è in grado di insegnare la matematica, l’italiano, l’educazione civica, l’inglese, la musica e l’educazione fisica…già siamo tra i Paesi più ignoranti d’Europa e i nostri pochi cervelloni scappano all’estero, allora incentiviamo l’educazione e non “rimandiamo” anche i professori, non tagliamo i fondi alla scuola, anzi paghiamoli di più i professori e sicuramente saranno più stimolati a lavorare e i nostri figli cresceranno più preparati e sapranno essere la nuova classe dirigente del futuro.

  • Pagarli di puù potrebbe essere anche un nuovo incentivo a lavorare di meno.Che si aumentino gli stipendi a chi lavora bene e si dimunuiscano quelli di chi fa poco e male.

  • In un altro focus del Corriere ho letto i risultati di un’interessante ricerca condotta sul corpo insegnante “precario”: la maggior parte è più che disposta a mettersi in gioco per migliorare la situazione dell’insegnamento.
    Insomma, le condizioni ci sarebbero, mancano le idee…

  • O il coraggio di scontrarsi con un sindacato che fa sempre più da veto player??

  • il ministro gelmini dovrebbe assumere daniele come consigliere, per il frizzante stimolo, ma soprattutto per le proposte…..

    pagateci di più e ci dedicheremo giorno e notte all’insegnamento

  • Anche io penso che, per cominciare, gli insegnanti dovrebbero essere pagati molto di più.
    Dovrebbero essere molti di meno ma pagati molto di più, proprio come i giudici nel Regno Unito ( che sono avvocati all’apice della carriera chiamati a ricoprire un ruolo di grande prestigio sociale ma soprattutto stra-remunerato! )

  • Il salto di qualità secondo me comincia da lì: dal corpo docente.
    Dovrebbe essere preparato e MOTIVATO, anzi APPASSIONATO.
    Devo dire in tutta sincerità che leggere Saffo, Euripide, Socrate in greco è stato impagabile. Lo rifarei tutta la vita.
    Ma farei anche qualche ora di matematica in più alla settimana!

  • Claudia, hai ragione, io personalmente sono stato felice di aver frequentato il liceo classico, lo studio della letteratura italiana, il greco classico, l’Antigone con la lettura metrica giambica, le versioni di latino, e la filosofia…IMPAGABILE
    Ma non mi sarebbe dispiaciuto fare qualche ora di matematica in più, perchè così forse non avrei grosse lacune quando qualcuno mi chiede di numeri, diagrammi, formule ed equazioni…

  • Inglese, matematica ed informatica sono sicuramente indispensabili per competere con i Paesi esteri. Basti guardare all’India che su questi tre pilastri ha costruito il suo recente sviluppo…

    Ultimamente, trovandomi all’estero per un semestre erasmus, mi sono trovato spesso a conversare con ragazzi provenienti da tutta e Europa, e non solo, sulla differenza tra le diverse culture e i metodi di insegnamento. Tralesciando i già citati Paesi scandinavi, dove chi è bilingue è quasi un ignorante( è raro incontrare uno Svedese che sappia meno di quattro lingue), io citarei l’esempio del Portogallo. Paese latino come noi e la Spagna, non condivide lo stesso gap linguistico. La motivazione? Hanno capito la necessità di aprirsi ad altre culrure: non solo la scuola, ma anche il 40% dei programmi tv e tutti il film al cinema parlano Inglese. In più, in Portogallo(come in tutti i Paesi del nord Europa) l’esperienza di studio all’estero è realmente incentivata con borse di studio statali( 600/700 Euro al mese), contro il nostro irrisorio “rimborso per differente costo della vita” erogato direttamente dall’EU.

    A corollario di tutto ciò, anche qui comunemente alla stragrande maggioranza dei Paesi europei, c’è un sitema di borse di studio basato ESCLUSIVAMENTE SUL MERITO, a fronte di un sistema italiano incancrenito sul criterio del reddito. Sistema che finisce per sovvenzionare delle splendide “vacanza universiterie” a studenti che si preoccupano di fare il minimo indispensabile per non perdere la borsa.

  • Leggendo queste riflessioni la sensazione principale che ne ho tratto è che l’Italia abbia perso l’orientamento e soprattutto sia smarrito, nella debole classe politica così come nel sempre più improbabile ceto degli intellettuali, il senso di ciò che tiene insieme questo Paese.
    Come il dott. Magnaghi, anche io credo nella funzione sociale della scuola e nell’importanza di avere autorevoli maestri nella propria formazione culturale e morale.
    Sin da piccolo ho amato e amo la figura di Don Milani; amore nato casualmente mai sopito, anzi alimentatosi in questi anni alla luce del degrado dell’istituzione scolastica, conseguenza del declino generale del nostro Paese
    L’Italia, il paese condannato all’eterno ritorno, non sembra così poi mutata da quella straordinaria e intensa diapositiva sociale consegnataci da Don Milani, nel suo “Lettere ad una Professoressa”. Riferendosi ai suoi ragazzi di Barbiana, figli di contadini e montanari, affermava che il suo primo incontro con la scuola era avvenuto proprio attraverso“questi ragazzi che non volete. L’abbiamo visto anche noi che con loro la scuola diventa più difficile. Qualche volta viene la tentazione di levarseli di torno. Ma se si perde loro, la scuola non è più scuola. È un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Diventa uno strumento di differenziazione sempre più irrimediabile. E voi ve la sentite di fare questa parte nel mondo? Allora richiamateli, insistete, ricominciate tutto da capo all’infinito a costo di passar da pazzi. Meglio passar da pazzi che esser strumento di razzismo”.
    Oggi purtroppo sembra che gli insegnanti italiani, ma prima ancora le classi dirigenti, abbiano scelto “di non passar da pazzi”, preferendo che la scuola rimanga strumento di razzismo, perché poi come diceva il priore di Barbiana “È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui”.
    All’interessante dibattito, avviatosi, vorrei contribuire sottoponendo un ulteriore profilo problematico: prima ancora di invocare la creazione di modelli scolastici nuovi si dovrebbe finalmente spiegare, a noi giovani cosa sia la conoscenza, altrimenti il rischio è che il tanto agognato merito si trasforma in retorica. Pier Luigi Celli mi ha insegnato che “Servono pratiche, saperi, intelligenze articolare e saggezza e che esse nascono lentamente e si articolano attraverso confronti, prove, errori e correzioni. Qualcosa che solo la guida di un “maestro” può riuscire ad orientare, assistere e sviluppare, fino alla maturazione”. Il problema poi è che oggi si sta affermando la prassi di produrre (e riprodurre) elite senza scuola e senza maestri. Semplicemente perché è arduo trovare che si occupi di te come un investimento da fare, quando è tanto più semplice chiedere fedeltà e riconoscere, per questa scorciatoia potenzialità di sviluppo e meriti da premiare”. Allora forse prima di invocare strutturazioni ingegneristiche di nuova concezione dovremmo formare una generazione di maestri “che insegnino a non fare patti faustiani e a ridare dignità all’arte di stare al proprio posto, senza aspettare le solite chiamate”. A noi studenti, invece, dovrebbe essere insegnato a preferire la lunga, irta e piena di sacrifici della legittimazione, attraverso lo studio, piuttosto che l’imboccare scorciatoie familistiche sia in termini dinastici sia di famiglio da collocare.
    Da ultimo anche nella scuola occorre superare lo schema manicheo della destra e sinistra e riflettere che la vera frontiera oggi è rappresentata dalla assunzione di responsabilità, che sembra essere uno di quei fantasmi della nostra vita collettiva. Allora, da ultimo, è giunta l’ora che gli stessi genitori contribuiscano alla ricostruzione dell’antica credibilità dell’istituto scolastico ponendo fine alla prassi – sintomatica della deresponsabilizzazione di questo Paese – sempre più diffusa di ricorrere alla giustizia amministrativa contro gli insegnanti, rei ad esempio solo di aver bocciato il proprio figlio.
    Scusandomi della lunghezza dell’intervento, un sentito ringraziamento al dott. Magnaghi per aver posto l’accento sul problema della scuola, cioè su un tema sul quale sempre si misurerà l’avanzamento o il regresso di una data società

  • Interessante il richiamo a Don Milani.
    Volevo solo richiamare l’attenzione sul fatto che i contadini e i montanari di allora, tempi di migrazioni interne, sono i figli degli immigrati extracomunitari di oggi.
    Occorre ricordarselo quando si parla di merito e eguaglianza.

  • Francesco, ti conosco da un pò ma riesci sempre a stupirmi.
    Don Milani, che esempio per tutti noi.
    Don Milani insegnava ai contadini e ai montanari, senza pregiudizi e senza distinzioni, non respingeva i malati, anzi…
    La nostra società preferisce scappare dai problemi e trovare scorciatoie che a lungo termine peggiorano soltanto la situazione.
    Non siamo responsabili
    E’ arduo trovare chi si occupi di te come un investimento da fare.
    E’ arduo trovare tante cose:
    -Maestri di pensiero responsabili
    bis- Esperti del settore
    ter- Tecnici competenti
    quater- Il MERITO

  • Condivido pienamente con Claudio Resentini, del resto nell’ultimo workshop di Itaka il Presidente Pier Ferdinando Casini notava che “quando parliamo di merito e di selezione dobbiamo parlare anche dei nuovi cittadini italiani”, appunto i figli degli immigrati extracomunitari di oggi. Anche questo è indice di mancanza di modernità del nostro Paese.

  • Condivido pienamente ogni singola parola. Gentilianamente proporrei l’accesso a tutte le facoltà universitarie solo agli attuali due licei mentre per i restanti istituti accessi ad imbuto, per esempio: l’attuale tecnico industriale accede a chimica, informatica, ingegneria informatica…si eviterebbero gli attuali test a volte insensati e troppo spesso poco adatti a una vera selezione. Potrebbe essere una strada percorribile.

  • secondo la maggiorparte delle vostre opinioni l’unica soluzione sarebbe quella di accentuare la sperequazione sociale gia’ all’interno della scuola,creando un clima di continua tensione dove tutto viene fatto in chiave individualistica all’insegna della competitivita’questo purtroppo si e’ gia’verificato con le universita’private(la maggiore ingiustizia culturale del nostro tempo)si deve cercare di migliore la scuola pubblica,non demolirla in continuazione,incentivando sicuramente gli insegnanti affinche’il loro mestiere diventi davvero una vocazione e trasmettanto qull’amore per la conoscenza secondo il modello della scuola peripatetica.. vale

  • Ma il merito, rispetto all’odierna carriera per caste, è l’unica via sensata per ridare mobilità sociale al paese. Se hai talenti, non importa da dove vieni, importa solo dove vai. Lo Stato dovrebbe assumersi i costi dell’istruzione dei talentuosi, perché conviene a tutti.
    Chi dovrebbe essere spaventato da un “Liceo Normale” sono piuttosto i nullafacenti delle classi agiate, che si ritrovano in mano una carriera di default.
    Non a caso negli Stati Uniti, paese che ha più di una pecca dal punto di vista sociale, la mobilità, insieme al merito, è molto più elevata che in Italia.

    Insomma, chi lotta contro il merito in nome della giustizia sociale, mi sembra che si stia tirando la zappa sui piedi.

  • Mi spiace contraddire l’esimio “nessuno” (che tra l’altro inviterei a rivelarsi con nome e cognome): se hai talento importa, eccome, da dove vieni. O perlomeno dovrebbe importare allo stato.
    Un conto è essere, ad esempio, un brillante studente di giurisprudenza con alle spalle un genitore avvocato, magistrato o giurista e un conto è esserlo con alle spalle una famiglia di operai.
    E’ del tutto evidente che, a parità di risultati nello studio, il merito nel secondo caso è enormemente superiore che nel primo, visti i diversi punti di partenza in termini di capitale culturale, sociale ed economico.
    Ma anche supponendo che non ci interessi valutare il merito in sè, l’art. 34 della costituzione recita che “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” e prevede specifiche provvidenze economiche per rendere effettivo questo diritto.
    Mi sembra evidente che tali provvidenze debbano essere attribuite in base al capitale economico a disposizione degli individui. Ne consegue che i distinguo tra studenti meritevoli devono essere necessariamente fatti.
    Inoltre se si parla di “mobilità sociale” non si può dire che “non importa da dove vieni, importa solo dove vai”: il concetto stesso di mobilità sociale implica il passaggio da una classe sociale (di partenza) ad un’altra (di arrivo).

  • Bisognerebbe sempre ricordare che nel viaggio non importa da dove parti e dove vai,l’importante è il viaggio,liungo o corto che sia l’importante è che “Sia fertile in avventure ed esperienze”.Non deve importare a nessuno se tuo padre è avvocato o macellaio,lì’importante è che TU sia una persona che merita.Il classismo è la divisione in base alle classi,a prescindere da chi le fa queste divisioni.Basta con questa storia che i “Figli di papà “sono meno bravi perchè tanto c’è il papà.Capisco che possa essere più problematico emergere dal nulla,ma è altrettanto problematico trovare gli stimoli ad emergere quando si è già in una discreta situazione di partenza.E’difficile per chi parte da zero ma credo che sia inutile dire che uomini che lo hanno fatto ce ne sono stati e sono tantissimi,vi devo citare Gesù e le sue umili umane origini?Vi devo citare Giulio cesare e la sua nobile famiglia ormai decaduta e povera per gli standard romani dell’epoca?potrei andare avanti ma nn credo ce ne sia bisogno;dobbiamo impegnarci tutti a diventare migliori indipendentemente dalle nostre condizioni familiari.

  • Contro il rischio di una meritocrazia elevata ed ideologia – della quale avvertiva il pericolo già 50 anni fa Michael Young – ritengo utile le riflessioni del Prof. Giacomo Vaciago, di cui ripropongo un piccolo saggio

    “Parlare di merito e di talento è di moda; ma soprattutto in Italia suscita anche diffidenza e resistenze, quando non opposizione aperta. Probabilmente perché i generici riferimenti alla necessità di “valorizzare i più bravi”, ed alla scuola descritta come un luogo dove dovrebbe “vincere il migliore”, servono solo ad evocare il timore del privilegio, del rischio cioè che si associa ad ogni discriminazione, anche positiva, quando tende a diventare definitiva. E’ ovvio – almeno a chi ha studiato le “migliori esperienze” – che il contrario dovrebbe essere vero, se la meritocrazia è per l’appunto inserita in un processo dinamico anche detto in gergo “di giochi ripetuti”, dove la valutazione è continua come continua è la competizione che ciascuno deve affrontare. Chi sostiene i benefici portati all’intero paese da un sistema educativo basato su regole meritocratiche ritiene perciò che l’aspetto da sottolineare non sia tanto lo slogan: “il migliore vince”, ma piuttosto quello assai diverso che recita: “chi migliora vince”.
    E’ infatti questo il messaggio più autentico che si può estrarre dalla “Parabola dei talenti” (Matteo, 25). I tre servitori hanno ricevuto dal loro padrone talenti in misura diversa, rispettivamente cinque, tre, ed uno, e il compito loro assegnato è di “far fruttare” ciò che hanno avuto. Quello che conta per essere giudicati positivamente non è il differente punto di partenza, né quello di arrivo, ma l’impegno profuso a far crescere la dote iniziale, qualunque essa sia. In altre parole, il messaggio più profondo (ovviamente, come vedremo, molto ambizioso ed assai impegnativo per essere realizzato) è quello che “vince chi migliora di più”.

  • Caro Giulio, quando parti in alto non hai alcun bisogno di “emergere”, sei nato già “emerso”.
    Rispetto ai tuoi esempi, Gesù Cristo (!?), Giulio Cesare, … che ti devo dire? E’ evidente che si tratta di casi eccezionali e, come si sa, l’eccezione conferma la regola.
    p.s. Che lavoro fa (o faceva) tuo padre? Il mio faceva l’operaio, se non si è capito ancora. Un saluto.

  • Non sono l’ennesimo nessuno, sono il Nessuno che, come Ulisse, partecipa a questo blog.
    Sono daccordo con Claudio Resentini, i meritevoli poveri, a differenza dei meritevoli ricchi, devono essere finanziati dallo Stato per formarsi, anche completamente, perchè, come dicevo, serve a tutti.
    Immagino una situazione in cui una scuola statale di eccellenza si comporti come un talent scout. Seleziona i meritevoli e talentuosi e li mette in condizione di concentrarsi sulla propria formazione. E se non hanno soldi, li sostiene attivamente con borse di studio.

  • Esimio, nessuno, esimio. Non ennesimo.

  • Si parla tanto di America e se ne parla anche in questo blog.Avete mai sentito parlare del sogno americano?Chiunque puo’ un guorno alzarsi e diventare presidente,beh credo che gli U.S.A. siamo certamente un paese che ha dato dimostrazione di essere molto più dinamico e funzionale del nostro.Qui in Italia si fa un gioco al ribasso cercando un’ugauglianza che tende sempre più alla mediocrità.
    Caro Claudio, quando parti in alto non hai alcun bisogno di “emergere”, sei nato già “emerso”???E in questo modo che si fa?Ci si accontenta?Non si cresce?Non si migliora?Beh penso proprio di si ed è proprio in questo modo che nasce la mediocrità,la staticità sociale.Tutti abbiamo non il diritto ma il DOVERE di migliorare per il nostro bene e per il bene di tutta la società indipendentemente dalla nostra classe sociale.Credo che chiunque valga abbia il diritto di essere messo nelle condizioni di migliorare e di dimostrare il suo valore.

  • Dottor Resentini: Chi si accontenta gode…ma così così, diceva la canzone del noto cantautore…
    Ribadisco il concetto di Giulio che chiunque valga abbia il diritto di essere messo nelle condizioni di migliorare e di dimostrare il suo valore.
    Il sogno americano però non è un esempio calzante, perchè lo stesso Barack Obama, per quanto lo apprezzi e lo stimi, sta perdendo colpi a scapito di Sarah “barracuda” Palin, una donna, (donna?), che va a caccia di alci e nel tempo libero sforna pargoli nella fredda Alaska dove gode del 90% dei consensi per aver messo in vendita su eBay il lussuoso jet personale comperato coi soldi pubblici dal suo predecessore, diventando il politico, in percentuale, più amato del mondo.
    La scalata sociale non è solo un sogno, ma è una opportunità che deve essere regolata da un criterio di riferimento oggettivo: il MERITO.
    Il MERITO è quello che i giovani che vivono in disagio nelle periferie degradate delle grandi metropoli vogliono dimostrare per emigrare verso luoghi più felici e rassicuranti e gratificanti.
    Io credo che la forza di volontà, il cuore e la mente possono creare idee brillanti per un futuro ricco di piacevoli sorprese.
    Credo nella uguaglianza di tutti di fronte alla legge e di fronte alla vita, e credo che il destino non si può controllare, ma a volte le occasioni te le devi anche cercare…
    Daniele Urciuolo

  • L’esempio USA è calzante, Giulio: chiunque può diventare presidente USA. E’ solo un caso infatti che che il presidente attuale abbia lo stesso nome e cognome di uno precedente. Ed è sempre casualmente che i due sono padre e figlio. Gli americani per altro hanno anche rischiato, dall’altra parte, la staffetta moglie-marito (i Clinton). Sarà anche un caso che le galere USA sono piene di appartenenti alle minoranze etniche. Sarà ancora un caso la segregazione occupazionale sempre su base etnica, ecc.
    Riguardo a coloro che non hanno bisogno di emergere intendevo solo dire che c’è ben poco di meritevole nel nascere in una buona famiglia, ricca, colta e con legami sociali che contano. Con queste condizioni di partenza, in questo concordo con te, si ha il DOVERE di migliorare, nel senso che costa talmente poca fatica che non ci sono giustificazioni che tengano. Ben diversa è la situazione di chi nasce in una famiglia povera, ignorante e senza legami “importanti”. Per uscire da questa situazione invece bisogna rimboccarsi le maniche e si dovrebbe avere il DIRITTO di migliorare e di poter dimostrare il proprio valore.
    Non mi vuoi proprio da che parte stai? Mi sa che se avessi potuto vantare natali proletari come i miei lo avresto già detto e invece forse ti vergogni un po’ di confessare la tua estrazione borghese che darebbe ai tuoi ragionamenti un vago sentore di ipocrisia. Se mi sbaglio dimmelo, perchè la cosa si farebbe interessante e dovremmo cambiare registro…

  • Mi sembra solo una cosa stupida perchè non è una discussione personale,ma se per le te mie idee assumono un significato diverso in base alla mia estrazione sociale allora credo di non dover più aggiungere altro.Vengo dalla vecchia cara classe borghese e fiero di esserlo.Mi rattrista parlare con classisti di ogni ceto sociale.Credo che fino a che ci sarà qualcuno che ancora divide il mondo in due e la speranza di Itaka di comunicare e far comunicare il mondo si adombri un po di malinconia.
    X Daniele,non ho capito come mai l’esempio americano non sia calzante?

  • Giulio,
    Beh, sempre secondo me, nel senso che in USA buona parte del lavoro, in chiave elettorale, purtroppo non la fa l’uomo con le sue idee, ma il personaggio che i giornali tratteggiano.
    Le testate preferiscono casomai parlare dell’amante di clinton o delle condizioni familiari di Obama, piuttosto che del loro programma politico, che passa in secondo piano influenzando negativamente o positivamente molta gente che di politica non ne capisce.
    In questo sono d’accordo con Resentini, perchè per essere candidato alla presidenza degli Stati Uniti d’America, o ti chiami Bloomberg e fai tutto da solo, autofinanziandoti, oppure devi avere qualcuno che ti appoggia e bush-junior come ben sai, l’aveva…
    Per il resto, sono d’accordissimo con te, sui presupposti e sui valori che affermi, anche perchè nella vita puoi nascere a Bel Air o alla Barona di milano, ma sei sei capace ce la fai ad emergere…indipendentemente dall’estrazione sociale, infatti vorrei dire al signor Resentini che ci sono molti figli di magistrati che conosco che stanno portando le borse da dieci anni, servono ai tavoli e rispondono al telefono verde cinque ore al giorno cinque giorni alla settimana per 800 euro al mese…

  • Come volevasi dimostrare.
    Solo due precisazione 1)Dividere il mondo, o se preferisci la realtà, in due o più parti è un’attività intellettuale che si chiama analisi. Non so tu, ma io la esercito. 2) Ritengo le tue idee sbagliate a prescindere dalla tua classe sociale. Mi interessava solo capire le motivazioni sottostanti. La tua risposta non lascia dubbi in merito e anche per quanto mi riguarda l’argomento è chiuso. Sono d’accordo con te Giulio. Lasciamo spazio ad altri.

  • MI dispiace per i toni accesi di ieri.Ma almeno per come la penso io discutere anche se animatamente è meglio di chiudersi in se stessi,da ogni discussione si trova uno spunto per crescere.Chiedo comunque scusa per essere stato brusco.Per il resto l’analisi profonda puo’ portare anche a capire che le diversità sono solo stimoli da cui partire per arrivare ad una meta comune:L’eccellenza.Quello che volevo dire era ed è solo che tutti hanno diritto di superare i propri confini per tendere sempre più in alto,tutto qui.

  • Scusate ma io, pur condividendo parte di quanto detto, mi sento di intervenire perchè vorrei dire che il merito a volte nasconde una menzogna. Bisogna stare attenti, quante borse di studio vanno ad evasori? per i parametri sarebbero i “meritevoli”, ma in realtà non lo sono. Allora bisogna vagliare attentamente le basi di partenza, controllare perchè siamo un popolo che di occasioni se ne crea anche troppe, premiare chi merita effettivamente. In america il sistema di istruzione non è certo da prendere ad esempio, poi. Vabbè grazie per la bella discussione

  • Il ministro Gelmini, con le fattezze di una maestra unica quanto ad occhiali e capello immobile, si trova ad affrontare un’impresa di formidabile difficoltà aggravata dai bilanci pubblici e destinata a fallire. Perchè il principale limite della riforma sta nell’intenzione di giostrare maestri ed alunni, strutture e strumenti senza alcuna considerazione per il fattore culturale. Senza un programma unitario che incida sulla didattica, senza le premesse per ricostruire il comune punto di partenza nell’eguaglianza sostanziale, quella che si modella sul caso concreto; senza strategie per combattere l’ignoranza come stile di vita.

    Pertanto è questa una difesa aggressiva della povera ministra, la quale non sa certo da dove cominciare. Ma l’unico rimedio possibile per riappuntare i meccanismi della scuola pubblica sta nel privatizzarla nelle intenzioni, nell’aprirla al mercato, nel renderla competitiva prima nella selezione del personale più capace, poi nello stabilire standard di profitto per gli studenti. Il punto è: riusciremo mai a superare il lascito delle sinistre? o meglio, sarà mai possibile una riforma che mira all’eccellenza se appena ci attrraversa un brivido di meritocrazia, i dipendenti pubblici si mettono a gridare ATTENTATO ATTENTATO…….?

    Che le misure di rigore siano le benvenute, che si torni pure al grembiule, che si faccia uso del voto in condotta ma non si tratta di misure risolutive, nenche nel lungo periodo. Abbiamo bisogno di un’operazione culturale, dobbiamo tornare all’età delle aspirazioni; abbiamo bisogno che la scuola ci prepari ad essere i migliori degli avvocati, dottori, contabili, idraulici, cuochi, artigiani. Condivido l’esigenza dei tagli sul personale docente, ma solo a seguito dell’istituzione di meccanismi di controllo sulla preparazione didattica perchè oggi il possesso di un titolo non è indicativo di niente. Che gli insegnanti migliori siano anche i meglio pagati, solo tramite questa doppia via è possibile accrescere il prestigio sociale dei maestri e metterli in condizione di realizzare finalmente quell’operazione culturale. Che impresa!

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