Morti bianche – Siamo tutti responsabili

centro2.JPGDi leggi ne abbiamo tante, anche buone, ma le morti bianche e gli infortuni continuano, nonostante gli accorati appelli del Presidente della Repubblica. Ogni anno, quasi un quarto delle 4.000 vittime europee muore in Italia. Per la precisione si tratta di più di 1.300 lavoratori, tra italiani ed immigrati. Tre giorni fa ne sono morti altri sei a Mineo, abbracciati nell’estremo tentativo di salvarsi reciprocamente la vita. E come se non bastasse ieri ne sono morti altri tre.

Due, ma ce n’è un terzo in fin di vita, erano egiziani e sono morti a Sesto Milanese a causa del crollo dell’impalcatura sulla quale stavano lavorando. Il terzo è italiano, anzi siciliano, ed è morto anche lui cadendo da un’impalcatura. Si tratta di un drammatico bollettino di guerra. Una strage quotidiana che suscita l’indignazione di tutti, ma non può, anzi non deve, stupire. Perché, stando alle statistiche, ogni giorno nei nostri cantieri, come sulle nostre strade, muoiono almeno quattro lavoratori.

Ora, di fronte a questa drammatica tragedia, in tanti si affrettano a cercare colpe e responsabilità, magari per scaricarsi la coscienza. Molti, quelli che continuano a chiamarli “omicidi bianchi”, puntano il dito sempre e comunque contro gli imprenditori, rei di non applicare le leggi sulla sicurezza, ed in particolare la 626 del 1994 ora confluita nel Testo Unico sulla sicurezza (n. 81 del 2008), per risparmiare sul costo del lavoro e quindi sulla pelle degli operai. E in diversi casi, come quello di ieri a Sesto Milanese, hanno ragione. Perché le impalcature di venti – trenta metri non possono essere tanto instabili da crollare a causa del peso di quattro persone.

Altri se la prendono con i sindacati. Rei di essersi dimenticati delle fabbriche e dell’art. 9 dello Statuto dei lavoratori, che da quaranta anni assegna ai loro rappresentanti il potere “di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni”, per dedicarsi alla politica nella Sala verde di Palazzo Chigi.

Altri ancora se la prendono con i lavoratori e parlano di “suicidi bianchi”, perché per pigrizia non si metterebbero i caschi sulla testa e più in generale non rispetterebbero le norme sulla sicurezza sul lavoro.

Altri ancora se la prendono con la pubblica amministrazione, o meglio con i “fannulloni” che ci lavorano, capaci solo di pretendere il rispetto dei tanti adempimenti burocratici ma completamente assenti quando si tratta di assicurare l’effettività delle regole e contrastare l’economia sommersa, dove si annida la più alta percentuale di morti bianche.

Infine ci sono quelli, molti a dire il vero, che se la prendono con lo Stato, anzi con i politici, rei di fare, troppe o troppo poche, leggi che non risolvono il problema ma anzi lo aggravano.

Io credo che non ci sia un solo responsabile. Ognuna di queste posizioni contiene un brandello di verità, ma nessuna è sufficiente per risolvere questo dramma. Perchè, stando alle statistiche, quella delle morti bianche, e più in generale degli infortuni sul lavoro, è una questione nazionale che non può essere risolta solamente per via legislativa, emanando nuove disposizioni, o giudiziale, prendendosela di volta in volta con il responsabile di turno.

Se un quarto delle morti bianche europee si consuma nei cantieri italiani significa che il problema è anzitutto culturale. Riguarda ognuno di noi e può essere risolto solamente con l’impegno di ciascuno. Dagli imprenditori ai sindacalisti, dai dipendenti pubblici a quelli privati, dai politici ai singoli cittadini, tutti sono in pericolo se non c’è sicurezza sul lavoro. Per fortuna, ognuno può fare la sua parte affinché si radichi una nuova cultura della sicurezza. Speriamo che, dopo tutte queste morti, i tempi siano maturi.


Commenti


  • Il problema è che in Italia nessuno vuole fare la sua parte, in qualsiasi ambito.
    L’anormale è chi segue le regole, non chi le viola; finchè ci sarà la mentalità del “se lo fanno gli altri, perchè non posso farlo anche io?” e del “tanto succede sempre agli altri” difficilmente andremo avanti.

  • Intanto, Professore, complimenti per l’ideazione di un nuovo, avanzato, rapporto di comunicazione con l’università. E’ ciò che tutti gli studenti intimamente vorrebero o almeno alcuni di essi questa necessità la sentono con maggior forza.La creazione di una piattaforma di dialogo e confronto che oltre ad offrire la soddisfazione della propria curiosità riesce a creare un canale comunicativo continuo senza l’inconveniente della discontinuitàche invece si manifesta terminato il corso accademico. Ancora complimenti.

    Quanto al tema dell’articolo, Professore, sono sempre stato molto scettico delle tesi il cui cuore della risoluzione si basasse sulla questione culturale. Sappiamo benissimo che sostanzialmente lo è, ma la cura sta nell’approccio metodologico. Non crede debbano essere le disposizioni, regolamenti, obblighi, controlli a contribuire, molto più della presa di coscienza e della conseguente assunzione di responsabilità, a spostare il senso civico e a mutare culturalmente l’approccio al problema? Non crede siano più incisivi fattori esterni a piegare l’andamento culturale che fattori interni, nei termini della presa di coscienza?

    In fine, molto più praticamente, come pensa possa cambiare la stuazione se le assicurazioni private con propri controlli si sostituissero alla assicurazione pubblica con i suoi inefficienti controlli? Così come nell’ occidente più avanzato le assicurazioni private per evitare esborsi hanno una capacità di controllo in azienda di gran lunga più efficiente della gestione pubblica.
    La ringrazio

  • caro antonio,

    condivido il suo intelligente intervento, credo però che

    1.le leggi non bastino (le nostre sono avanzate sulla carta ottime ma poi non funzionano),

    2.credo quindi che si debba, tutti, fare un passo in avanti, perchè nel frattempo le morti continuano,

    3. allora più formazione, più educazione civica, ma anche attenzione da parte dei lavoratori, perchè i caschi devono essere messi a disposizione ma anche indossati

    con riferimento alla seconda, attualissima, domanda credo che

    1. lo Stato debba fare meglio poche cose tra le quali rientra sicuramente la sicurezza,

    2. privatizzare non è sempre bene, come dimostra l’esperienza degli anni ’90

    3. quindi che l’INAIL debba rimanere privato

    vediamo se domani, nell’anticipo della finanziaria, in tema di sicurezza ci saranno meno adempimenti amministrativi e una maggiore responsabilità delle parti sociali

    grazie per il bel commento,
    il prof.

    P.s. unoqualsiasi (bellissimo nome) non è sicuramente qualunquista e concordo con lui, perchè le regole ci proteggano è necessario che ciascuno di noi si impegni per farle rispettare

  • A proposito di sicurezza sul lavoro e della partecipazione di tutti noi: proprio ora a “italo americano” (programma su MTV con Fabio Volo in trasferta a New York) hanno fatto vedere che a New York si può segnalare anonimamente il mancato rispetto delle regole di sicurezza nei cantieri chiamando il 311… E il cartello con questo numero era attaccato proprio ad un cantiere!

  • e così il blog diventa anche fonte di ispirazione,

    ottima idea, leggera ed esatta per dare sicurezza ai nostri cantieri

  • Prof,
    come può constatare ho raccolto l’invito che Lei mi rivolse durante il nostro originale e per me memorabile dialogo in sede d’esame all’università di Teramo il 20 giugno.
    Ho appena letto piuttosto, che l’AD della Umbria Olii avrebbe inoltrato domanda di risarcimento danni alle famiglie degli operai morti durante l’incendio che nel 2006 scoppiò in uno degli stabilimenti locati nei pressi di Perugia.
    Sulla base della ricostruzione peritale, negli accertamenti processuali,sarebbe emerso un uso inappropriato di alcuni mezzi da parte degli sfortunati dipendenti, che avrebbe contribuito a provocare l’esplosione.
    La domanda che rivolgo a Lei e ovviamente a tutti gli altri commentatori è: com’è possibile chiedere ai familiari delle vittime di versare un indennizzo a fronte di un fatto che personalmente e materialmente non hanno commesso?
    Ma la responsabilità per fatto commesso è ancora personale o è diventata traslativa?
    Grazie per le eventuali delucidazioni

  • Proprio oggi, nel telegiornale regionale di Raitre delle 14.30, i giornalisti sono andati in un cantiere in un cantiere laziale. Uno qualsiasi tra i tanti, quello della metro c sulla casilina, il risultato allo sguardo dell’obiettivo è stato:

    1-Nessuno dei lavoratoti indossava l’equipaggiamento di sicurezza, non dico tanto il casco, ma neanche i guanti. Anzi erano beatamente a torso nudo, come solo si potrebbe essere al mare.

    2-Gli operai lavoravano con carichi pericolosi fluttuanti al di sopra delle loro teste, tali carichi pendevano dalle braccia delle gru ed erano in movimento.

    3-Nessuno di quelli che puliva gli strumenti con il cemento indossava mascherine o simili per non inalarne le polveri.

    Chissà quante altre violazioni, che io per prima non ho notato ma che probabilmente erano state compiute, o che l’obiettivo non ha ripreso.

    Sicuramente non si può lasciare esclusivamente ad una auspicata presa di coscienza degli “addetti ai lavori” la soluzione di una situazione così radicata. Tale presa di coscienza è necessaria, ma non può essere l’unico motore trainante ed esclusivo. Personalmente sono dell’idea che la normativa di cui disponiamo non è carente, non del tutto almeno, la carenza è nei controlli. Questo è un caso in cui il cambiamento non può venire solo dal basso, ci vuole uno stimolo dall’alto.

  • cara simona
    il problema è questo “capitalismo di ritorno” che sta creando dei divari pazzeschi…anche rispetto a valori non negoziabili come la tutela dell’integrità fisica di chi si mette al servizio di altri per poter (soprav)vivere.
    escludendo che “l’alto”possa esercitare degli impulsi, visto che è molto più interessato ai fatti suoi, buona parte della responsabilità è degli imprenditori che preferiscono risparmiare sull’assicurazione e sulla previdenza, nonché sul reclutamento della manodopera.
    spesso i lavoratori che devono eseguire compiti per cui si richiede una specifica professionalità vengono scelti come carne da macello, tra i tanti extracomunitari disposti a svolgere qualsiasi mansione, anche la più impervia.
    e figuriamoci poi se lo stesso “padrone” si preoccupi di metterli al riparo dai rischi personali!
    è un conflitto tra impares…

  • Morire dentro.

    è di aprile il Dgls 81…
    una rivoluzione nella tutela globale della salute, perchè il lavoro
    puo’ uccidere anche l’anima….

    dall’ Art. 2
    «salute»: stato di completo benessere fisico, mentale e
    sociale, non consistente solo in un’assenza di malattia o
    d’infermita’

    ho conosciuto qs anno un dirigente di una nota multinazionale
    giapponese, che è stato ricoverato per sei mesi alla clinica del lavoro di Milano, per “disturbo bipolare invalidante” a causa di una operazioen di mobbing messa in atto a suo discapito…
    … come è ben noto …a volte gli individui pensanti sono scomodi…

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