Sicurezza del lavoro e certezza del diritto

colloqui1.JPG

Pubblicato su “Colloqui giuridici del lavoro” n. 1 del 2010

Con riferimento al primo quesito, con il quale si chiede se l’obbligo di sicurezza comprenda anche tutte le misure tecnologiche disponibili sul mercato, riteniamo di condividere quanto affermato dalla sentenza  n. 312 del 1996 della Corte costituzionale e, più di recente, dalla Corte di Giustizia Europea.

Ciò in quanto il criterio della “massima sicurezza tecnologica”, ancora oggi talvolta applicato dalla giurisprudenza e condiviso da una parte della dottrina, rende incerti i confini dell’obbligo di sicurezza.

E l’incertezza diviene ancora più significativa e dannosa in ragione della rilevanza penale delle infrazioni datoriali. Se è vero, infatti, che la sicurezza del lavoro costituisce un limite all’autonomia dell’imprenditore, è altrettanto vero, per dirla con la Consulta, che quando su tale limite si intende basare una fattispecie criminosa, viene in considerazione l’indefettibile principio costituzionale di necessaria determinatezza delle previsioni della legge penale.

Il principio di determinatezza si realizza non già attraverso la descrizione dettagliata dei comportamenti penalmente vietati, ma con un restringimento della discrezionalità dell’interprete.  In questa prospettiva,  di volta in volta, il giudice si dovrà chiedere ” non tanto se una determinata misura sia compresa nel patrimonio di conoscenze nei diversi settori, ma se essa sia accolta negli standard di produzione industriale, o specificamente prescritta”.

Il criterio degli standards di sicurezza generalmente praticati nel settore, pertanto, lungi dallo scoraggiare il datore di lavoro a ridurre al minimo i rischi ambientali, appare un criterio ragionevole e, nel contempo, non soggettivamente interpretato, bensì individuato tenendo conto delle misure diffuse e condivise nel settore nel quale l’impresa opera.

Pertanto, si ritiene che l’obbligo di sicurezza, oltre ai precetti specifici, comprenda le misure tecnologiche praticate nel settore, ma non anche tutte quelle disponibili sul mercato.

Con il secondo quesito, si chiede di sapere se l’asseverazione da parte dell’ente paritetico o il riconoscimento da parte dell’organo di vigilanza dell’avvenuta attuazione di tutte le misure di sicurezza necessarie siano sufficienti ad escludere, quanto meno, l’elemento soggettivo del reato in caso di successivo infortunio.

Riteniamo di sì per ragioni che discendono dall’art. 51, comma 3 bis del d.lgs. n. 81 del 2008.

Questa disposizione, infatti, attribuisce agli organismi paritetici la possibilità, su richiesta delle imprese, di asseverare l’adozione e l’efficace attuazione dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza.

Modelli, questi, idonei, ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. dd) di detto decreto, “a prevenire i reati di cui agli articoli 589 e 590, terzo comma, del codice penale, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela della salute sul lavoro”.

Dal combinato disposto delle due norme deriva, pertanto, che qualora l’impresa faccia  validare dagli organismi paritetici il proprio modello di organizzazione e gestione della sicurezza  – e altrettanto può dirsi per il riconoscimento da parte dell’organo di vigilanza  dell’avvenuta attuazione delle misure di sicurezza – si possa escludere almeno l’elemento soggettivo del reato in caso di infortunio successivo del lavoratore.

D’altra parte, il nostro ordinamento già conosce tecniche di regolazione del rapporto di lavoro con le quali si assegna un ruolo di “controllo preventivo” ad organismi sindacali e/o amministrativi.

A titolo esemplificativo, basti pensare alla lunga tradizione che va dagli artt. 4 e 6 dello Statuto dei Lavoratori o alla disciplina delle “punte di attività aziendale” sino all’istituto della certificazione.

Tecniche di regolazione, queste, che hanno il pregio di assicurare al datore di lavoro adeguata certezza giuridica, sostituendo il controllo ex post del giudice – e, come tale, foriero di incertezza  – con  la valutazione ex ante dell’organismo terzo.


  • Nessun Commento

Lascia una Risposta

*