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Chi l’ha detto che per essere felici dobbiamo consumare di più?

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Pubblico di seguito l’intervista che mi è stata fatta dal quotidiano “Il Centro”.

PESCARA. Va matto per gli arrosticini, ama l’Abruzzo e le sue bellezze. Degli abruzzesi dice che ha verificato che il detto è vero: sono forti e gentili, ma che dovrebbero aprirsi di più al mondo, per raccontare bene agli altri quanto è bella la loro terra. Una terra che, per dodici anni, è stata anche la sua, di Michel Martone. Il viceministro per il Welfare del governo Monti, ci è arrivato, in Abruzzo, che aveva 25 anni, per insegnare diritto del lavoro all’università di Teramo, uno dei più giovani ordinari d’Italia. Oggi ne ha 37 di anni, ma conserva nei modi l’esuberanza di uno studente e una levità francese – è nato a Nizza – che gli arriva da parte di madre. Sul suo blog racconta interessi pubblici e privati, fra cui una predilezione per il rock psichedelico di Jimi Hendrix (Electric Ladyland è il suo album preferito) e per quella sorta di apologia ragionata della leggerezza, nella vita come nella letteratura, che sono le «Lezioni americane» di Italo Calvino.
Questa è la sua prima intervista dopo che Mario Monti lo ha voluto nella sua squadra di governo.

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Lavorare per sopravvivere, indebitarsi per consumare

La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.

In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.

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