Ancora sotto shock per il crack, molti commentatori invocano, e alcuni festeggiano, il ritorno dello Stato nella gestione dell’economia. In altre parole, dopo un ventennio di privatizzazioni selvagge, scoprono che anche l’economia ha bisogno delle nazionalizzazioni e per questo plaudono al Piano Paulson. Che ora dovrebbe rimediare alla bulimia di un sistema finanziario che prima ha consumato ricchezza e risorse nell’orgia speculativa, per poi vomitare credit default swap (i famosi ed indigesti “salsicciotti finanziari”) e mutui sub prime che nessuno vuole più comprare.
E sotto diversi profili hanno sicuramente ragione, perchè qualcosa bisognerà pur fare per arginare questo terremoto economico. Soprattutto se si considera che, con i finanzieri di wall street, la crisi rischia di travolgere, da subito, tanti piccoli ed incolpevoli investitori, e poi, quando la crisi si abbatterà sull’economia reale a seguito dell’inevitabile contrazione dei consumi, tanti lavoratori e imprenditori che, in questi anni, invece di speculare hanno lavorato sodo.
Abbiamo sempre detto che il costo dei diritti dei padri sarebbe stato pagato dai figli. Ci sbagliavamo. E di tanto.
Come dimostra il caso della Grecia, i nodi stanno venendo al pettine prima del previsto e la tenaglia dell’alto debito e della bassa crescita rischia di mandare in frantumi il sogno europeo. Quel sogno che ha garantito sessant’anni di pace in un continente massacrato da guerre millenarie.Quello che non sono riusciti a fare gli eserciti rischia di riuscire ai finanzieri.
Credo che di questo dobbiamo cominciare a parlare.
Al rientro dalla pausa estiva, le posizioni del Governo e delle parti cosociali restano più o meno le stesse, ma cambia radicalmente il contesto. Arriva la crisi finanziaria che, quasi subito, contagia anche l’economia reale. Si contraggono i consumi e quindi la produzione industriale e, contestualmente, cominciano le richieste di cassa integrazione guadagni straordinaria. Alcuni iniziano a parlare di stagflazione, tutti sono preoccupati per l’evoluzione della situazione. Anche perché, se la crisi ha una portata straordinaria, l’agenda di Governo, come quella dei sindacati, è già fitta di impegni.
La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.
In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.
Il 2008 è un anno difficile, anche per il sindacato e la concertazione. Si apre sotto buoni auspici, perché c’è un “tesoretto” da distribuire, e si conclude con la recessione economica, che impone sacrifici a tutti. Doveva essere la stagione della riforma delle relazioni industriali che tutti attendevano da almeno dieci anni. Invece è la stagione dei veto player e della crisi del modello contrattuale sancito dal Protocollo del 23 Luglio 1993. Quel modello si basava sull’unità dei sindacati confederali mentre, al momento della stampa, quell’unità scricchiola. La Cgil sembra pronta ad andare da sola mentre la Cisl, la Uil e l’Ugl dialogano con il Governo e la Confindustria sulla riforma delle relazioni industriali, del pubblico impiego, del mercato del lavoro, della scuola. Un esito imprevedibile ed imprevisto come lo sono stati i risultati delle elezioni politiche, gli effetti della crisi finanziaria e la trattativa per la vendita dell’Alitalia. Insomma, un anno particolarmente intenso che, seppure non ha conosciuto significativi accordi interconfederali, ha messo a dura prova la tenuta dell’ordinamento intersindacale.
Grazie alla Fondazione Pio Manzù, dopo un interessante convegno sulla povertà, sono inopinatamente finito a tavola con Tariq Ramadan, intellettuale musulmano e autore di Islam e Libertà, Serge Latouche, francese e ideologo dell’economia della decrescita, Miguel Benasayag, argentino e psicoanalista del conflitto, Majid Rahnema, iraniano, già ministro della Cultura e studioso della potenza della povertà, Sara Horovitz, ebrea newyorkese, a capodel più innovativo sindacato americano, quello dei free lancers.
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Dopo quindici anni di impoverimento collettivo, cinque di crescita zero e due di paralisi istituzionale, l'Italia è giunta al capolinea.
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