
Dicono che nel castello la vita sia comoda, il lavoro sicuro e l’esistenza libera e dignitosa. Dicono anche che nel castello una volta assunti si faccia carriera per anzianità e sia molto difficile essere licenziati. Pensa che, tra i castellani, il best seller del momento si intitola: “Buongiorno pigrizia. Come sopravvivere in azienda lavorando il meno possibile”.
di Federico Magnaghi
1 - A partire dal gennaio 2010 si aumenta l’età pensionabile al ritmo di un semestre di aumento ogni annualità, fino a raggiungere una età pari a quella più avanzata fra le età adottate da quattro Paesi di riferimento (Germania, Francia, Inghilterra, Danimarca) . L’ età particolarmente avanzata, raggiunta nel corso di un ventennio circa, trae motivo dal debito pubblico italiano che è altissimo ed anche dal fatto che la longevità in Italia è la più elevata d’ Europa. Se fosse necessario accelerare il processo, anziché un aumento annuale di sei mesi ogni anno, potrebbe ipotizzarsi un aumento annuale di otto mesi, così da concludere l’iter in circa quattordici anni. Lungo questo arco di tempo l’età pensionabile femminile dovrà uniformarsi a quella maschile.
La repentina crisi finanziaria che ha travolto l’economia mondiale segna l’inizio della seconda fase della globalizzazione. Nella quale cambieranno i paradigmi economici, le categorie politiche e i rapporti di forza tra le diverse nazioni. L’America, con Obama, ha già annunciato di voler condividere la propria leadership con i paesi emergenti che, a loro volta, reclamano un nuovo ruolo nello scacchiere globale e vogliono superare gli equilibri cristallizzati a Bretton Woods. Mentre l’Europa, se non troverà la forza di parlare con una sola voce, rischia di diventare marginale.
In attesa di conoscere gli esiti della difficile transizione che dal G20 di Washington dovrà portare al nuovo ordine globale, l’annunciata conclusione del Doha Round entro Dicembre potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione di negoziati commerciali che siano anche veicolo per la diffusione dei diritti del lavoro nei paesi in via di sviluppo.
Un’opportunità per reagire ad una crisi economica, finanziaria e sociale che rischia di travolgere i ceti medi occidentali, migliorando gli standard di vita dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo.
Segue da “Il governo sostaggio dei veto player”
Il ritorno del dialogo sociale e la crisi dell’unità confederale
Le elezioni, o meglio gli elettori, fanno il resto e, pur in assenza di una nuova legge elettorale, modificano completamente lo scenario politico. In Parlamento restano solo cinque partiti. La maggioranza è di centrodestra ed è amplissima. Scompaiono, invece, quei partiti della sinistra alternativa che avevano avuto tanto peso nel condizionare l’azione del precedente Governo. Nel paese, come tra i lavoratori, la classe operaia vota a destra, vuole decisioni, non veti e per questo premia il pragmatismo della destra e soprattutto della Lega. Anche il sindacato è travolto dalla crisi.
Mentre si continua a discutere di intercettazioni, processi e raccomandazioni, gli italiani sono stritolati da una drammatica tenaglia. Quella che stringe la loro qualità di vita tra impoverimento delle retribuzioni e aumento dell’inflazione. In altri termini, o meglio con quelli dell’Istat, nel nostro paese si guadagna sempre meno ma il pane, le verdure e l’energia costano sempre di più. In questo contesto, molti struzzi nostrani reagiscono mettendo la testa sotto la sabbia, o meglio dimenticano i problemi economici appassionandosi al gossippone estivo delle intercettazioni. Altri invece si interessano del problema ma propongono soluzioni antiquate, come quei nostalgici della scala mobile che vorrebbero adeguare le retribuzioni all’aumento dell’inflazione. Evidentemente, nessuna delle due soluzioni aiuta a risolvere il problema.
Nell’epoca del bipolarismo dialogante le parole diventano importanti perché, abbandonate le ingombranti ideologie e gli sterili e urlanti dibattiti televisivi da Seconda Repubblica, maggioranza e opposizione sembrano volersi confrontare pacatamente sui problemi; per dare risposte agli italiani sulla casa, sui mutui, sulla sicurezza, sull’immigrazione, sulla precarietà, sui rifiuti, sull’aumento del costo della vita e l’impoverimento delle retribuzioni e sulle tante altre questioni che compromettono il futuro di questo paese bloccato.
Da decenni, o meglio sin dal 1957, la legge permette il licenziamento, anzi con il linguaggio dell’epoca la “destituzione”, dei pubblici dipendenti che si siano dimostrati scorretti o infedeli e quindi scarsamente produttivi o eccessivamente assenti.

Per modificare la Costituzione del 1948 è necessario seguire le complesse procedure dall’ art. 138 Cost. Le principali forze politiche si dichiarano disponibili, vediamo quanti anni ci vorranno.
Per modificare la “Costituzione” delle relazioni industriali, ovvero il Protocollo del 23 luglio 1993, è invece sufficiente che le parti sociali e il Governo si siedano attorno ad un tavolo e trovino un accordo sulla riforma della democrazia sindacale e della contrattazione collettiva, per far ripartire le retribuzioni cominciando a premiare il merito e la produttività.

Per alcuni l’art. 18, o meglio l’istituto della reintegrazione che ne costituisce il fulcro, è la più importante di tutte le tutele perché, sottraendo il lavoratore alla paura di essere ingiustamente licenziato del datore di lavoro, dà senso e sostanza a tutti gli altri diritti del lavoro.